Il puer aeternus

Eterno. Che non muore mai. E dunque fuori dal tempo, estraneo alla vita. La dimensione morale dell’uomo ipermoderno è questa: l’eterno fanciullo. Matteo Salvini, truce ministro del Popolo, qualche anno fa si regalò un servizio fotografico su un noto settimanale di gossip in cui, infiocchettato dalla sola cravatta, esibiva il fisico non proprio scolpito del patriota nostrano. Era la risposta, in forma di escalation impudica, al Renzi-Fonzie di un anno prima. I politici, nella società dell’immagine, cercano di svecchiarsi, occupano spazi informali per quell’operazione che la retorica del giornalismo patinato definisce “mettersi a nudo” ma che invece è l’esatto opposto, il vertice grottesco della mistificazione costante in cui siamo immersi. Per tornare a Salvini, è di qualche ora fa la notizia della fine della liason con Elisa Isoardi, stelletta dell’intrattenimento casalingo premiata più dalla fortuna che dal talento o dallo share.

La rivelazione è arrivata in forma di post Instagram: foto dei due teneramente abbracciati sul letto, Matteo con il volto seminascosto, tuffato sul collo della sua donna per un rigenerante sonno post-coito o un tenero bacio, vallo a sapere, e didascalia che cita tale Gio Evan, esponente della nouvelle vague musical-poetica nostrana, a conti fatti la versione hipster del morettiano Alvaro Rissa. Nulla di più irrituale per un ministro dell’Interno, ma ormai a questo genere di volgarità, la volgarità della società confessionale, delle emozioni ammaestrate come scimmie e sguinzagliate a comando, della trasparenza sceneggiata a regola d’arte, siamo assuefatti.

Ciò che colpisce, nel caso di Salvini come in quello di Di Maio e, prima, di Renzi e Berlusconi, è la statura infantile di questi leader. L’infantilismo traspare dal rifiuto della complessità, dal linguaggio (Salvini ministro delle emoticon più che della “mala vita”), dall’estemporaneità dei proclami, dal vizio pericoloso di nutrire il malcontento sempre e comunque, quasi che certe conquiste (libertà, pace, democrazia) fossero irrevocabili. Il puer aeternus in politica funziona proprio in virtù dell’ostentazione di un grossolano candore il quale, nel deserto generale di una società sempre più imbrigliata dall’analfabetismo funzionale e dal narcisismo, è facile a vendersi come nuovo, metafora dell’incorrotto.

Quella dell’infantilismo è un’affezione di vecchia data, affonda le sue radici nella modernità, in quella cinica torsione del liberalismo che consiste nel proclamarsi titolari di diritti illimitati e nessun dovere. È per questo che la società di massa, sosteneva Ortega y Gasset, è infatuata della giovinezza: perché essa è il porto franco della morale. Al giovane si perdonano impulsività, ignoranza, impudenza. Nell’era neopopulista, il culto della gioventù si perverte nella sua caricatura, il giovanilismo (Berlusconi docet), o si rafforza, per riflesso consumistico, nell’adorazione del nuovo. «Proviamo, e se non va bene cambiamo»: è questa la reazione tipica dell’uomo medio dinanzi a una proposta politica inedita. Come se scegliere la guida del proprio Paese fosse un’operazione meritevole della stessa cura che si riserva alla selezione della marca di yogurt al supermercato; come se il nuovo fosse di per sé degno di fiducia; come se i guasti di “quelli prima” giustificassero qualsiasi cosa venisse dopo; come se non fosse possibile, infine, nel breve lasso di tempo a cui si riduce, oggidì, la parabola politica di un leader, produrre danni gravissimi o addirittura irreparabili.

«Chiameremo puerilismo l’atteggiamento di una società che si comporta più infantilmente di quello che le concederebbe il grado del suo discernimento, di una società che invece di allevare il ragazzo innalzandolo a uomo, abbassa sé ai comportamenti della puerizia», scriveva Johan Huizinga ne La crisi della civiltà (1935). Non si dà puerilismo senza gioco. Il punto, però, è che il gioco è tale se finisce, se occupa, cioè, uno spazio (fisico, temporale, normativo) ben limitato. Nella nostra epoca, scriveva Huizinga, «è avvenuta una vasta contaminazione di giuoco e di serietà. Le sue sfere si confondono», generando un ibrido di grande appeal. Così si spiegano i “bacioni” di Salvini, il Di Maio che stringe il pugno in segno di vittoria affacciato a un balcone romano con vista sulla claque, i “gufi”, i “rosiconi” e il “ritorno al futuro” di Renzi, il cucù di Berlusconi a Merkel. Ma anche, e più in generale, «una mancanza di dignità personale, di rispetto verso gli altri e le altrui opinioni», il narcisismo. La stessa esasperazione in chiave eroica del leaderismo è l’espressione di uno stallo prepuberale. Poiché il richiamo al dovere non ha più alcuna forza, tocca avvolgere nella luce divina della predestinazione il capobastone di turno, regalandosi così una comoda auto-assoluzione («Solo tu puoi salvarci!»).

In questo stato di «semilibera esaltazione» ci troviamo ormai a nostro agio, tutti. È il nostro mondo: viaggiamo da un punto all’altro del globo con facilità, comunichiamo in qualsiasi condizione, spostiamo rapidamente capitali e merci. Per dirla con Huizinga: premiamo un bottone e la vita ci fluisce incontro. Vaghiamo persi in un mondo di possibilità virtuali e pretendiamo che anche le conseguenze delle nostre scelte permangano nella sfera della virtualità. Istantaneità, disintermediazione, rimozione. Difficile che una vita simile produca emancipazione.

Tuttavia, le condizioni che informano la nostra esistenza valgono come alibi fino a un certo punto. Il puer aeternus, cioè, è tale (anche) per scelta. Egli, come il protagonista di un romanzo di Günter Grass, non vuole crescere. Il suo stato emotivo fondamentale è la nostalgia. La quale, nel nostro Paese, si sostanzia nel nazionalpopolare. Salvini, ad esempio, con il suo patriottismo d’accatto e il richiamo al “buonsenso” del padre di famiglia. Di Maio, con l’aria pulita e il completo impeccabile da giovane vecchio DC. E Berlusconi e Renzi, tardi epigoni della commedia all’italiana (il primo versante Neri Parenti, il secondo Monicelli). Ecco, lo spettacolo – in generale, la cultura popolare – è il terreno su cui la nostalgia si fa più evidente, dilagando nel revival. Senza andare troppo oltre e ragionare di musica, cinema e letteratura, per comprendere la capillarità del fenomeno basti considerare come la televisione, in primis il servizio pubblico, abbia riempito i palinsesti di riedizioni di programmi storici (Rischiatutto, Portobello, La tv delle ragazze, La corrida) e relativi apocrifi (I migliori anni, Tale e quale show, ma anche Tu si que vales). Il massimo sforzo d’inventiva è opporre alla volgarità dei reality e del “modello” D’Urso il “piccolo mondo antico” di Fabio Fazio, uno dei primi, dai tempi di Quelli che il calcio Che tempo che fa passando per Anima mia Sanremo, a lucrare con successo sul fondo ideologicamente conservatore dei “baby boomers” progressisti.

Non c’è solo questo, ovviamente. Rigurgiti nazionalistici, nostalgie protezionistiche, xenofobia, razzismo, apologie del fascismo sono ormai pane quotidiano per questo nostro Paese. L’era gialloverde è, dunque, l’era della fuga. Dalla storia, dal futuro, dalla responsabilità, in nome di un’emergenza che è, in primis, difetto di immaginazione. La nostalgia questo è: un contorto e socialmente accettabile alibi per evitare di prendere in mano il nostro destino, di caricarci sulle spalle l’obbligo morale di (re)inventare il futuro. Sta bene così, oggi. Alla politica (e alla vita) chiediamo che ci lasci a pascolare nell’eterno parco giochi del mondo, regno di minuzie colorate ed effimere, e che non ci turbi con il grigiore del dovere, la fatica della consapevolezza, l’angoscia della sfida. Tanto, che vuoi che sia. Dinanzi alla catastrofe e al nuovo salvatore all’orizzonte, potremo sempre dire: «Proviamo, e se non va bene…».

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