Il post-benessere

Stiamo meglio o peggio dei nostri padri? Siamo mediamente più ricchi, forse, ma lo star bene è altro dal conto in banca. Ostaggio di un capitalismo sempre più rapace, il futuro non sembra ammettere possibilità all’infuori del carico di ansia e frustrazione che esso porta in dote. Cantori del nuovo evo tecnologico, i lobbisti ci rassicurano circa le “magnifiche sorti e progressive” di questo mondo sempre più vacuo: dovrebbero, se non per pudore, almeno per rispetto di chi il pane lo suda davvero ogni giorno (in euro, non in bitcoin), tacere. E così i capi ultras che siedono in Parlamento – ché a quello la politica è ormai ridotta, a guerra di bande. Le elezioni incombono: da qui a marzo sai il frastuono del nulla!

Il post-benessere è la condizione dell’uomo contemporaneo. Il post-modernismo (più fatuo e insieme frainteso del punk) è morto, non la post-modernità e soprattutto la comodità del prefisso. Qui, però, lo scarto che quel “post-” assicura non è esercizio di stile, ma necessità concettuale. Il benessere come lo conoscevamo, quello che univa Pil e tenore di vita individuale, è irrimediabilmente tramontato (ammesso che sia mai esistito). Dell’età dell’oro restano i paramenti che ci ostiniamo a indossare senza che facciano più alla bisogna. Ed ecco la necessità del “post-”: sottolineare come la controrivoluzione del capitalismo finanziario ci abbia impoverito non tanto sottraendoci risorse (rendendo la forza-lavoro merce avariata, insistendo sul valore della performance, sull’ubiquità dei social) quanto piuttosto riducendo a vuoti simulacri certe pratiche, certi indicatori. Il lavoro non basta più, lo stipendio non basta più, la pensione non basta più. A comprare il pane? No, a dare dignità. Ma le vacanze al mare sono salve, e così il cellulare nuovo di pacca. Ecco, infatti, che all’orizzonte di un altro mese da scavallare con 700 lordissimi euro appare in soccorso il fantastico mondo del low cost, la nuova manna dal cielo. Nulla è impossibile, a patto di accontentarsi: mangiare cibo scadente in quantità, vestirsi di plastica tutte le stagioni, viaggiare in una scatola di sardine alata, rateizzare, rateizzare, rateizzare. Il surrogato di una vita impacchettato come nuovo Eldorado, affinché si possa dire: venti, trenta, quarant’anni fa tutto questo non c’era, tutto questo non era possibile, ora sì. Eh già, ma come la spieghi allora la fatica, la rabbia, la disillusione? Le avverti alla bocca dello stomaco ma vuote, come un brivido a cui non riesci a dare un nome.

La realtà virtuale, ecco cos’è il post-benessere. Ovvero la retorica dello sviluppo, della produttività, della crescita svuotata di ogni attinenza con la realtà. Il Pil, scintillante nei titoli dei tg, arrembante nelle slide delle conferenze stampa, che fa a cazzotti con il quotidiano, precarissimo malessere.

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2 Comments Il post-benessere

  1. Dario Del Ciotto 17 dicembre 2017 at 13:50

    Bel post. Potrebbe essere l’inizio di una grande discussione, di una lezione di economia, di sociologia e altro. Fonte di rielaborazione

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    1. Inunfuturoaprile 18 dicembre 2017 at 14:42

      Ciao Dario,
      grazie mille. Visti i tempi, mi basta che qualcuno legga.
      Saluti!

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