Il padre ignobile

Premessa: ho scritto questo articolo un mese prima delle elezioni. Poi, dato che sono un pigro, uno a cui piace crogiolarsi nell’incertezza del futuro perché in quell’incertezza riconosce l’unica certezza possibile, l’ho accantonato. Un paio di giorni dopo l’esito elettorale sono andato a rileggerlo: non lo ricordavo bene, volevo vedere se potesse ancora fare alla bisogna ora che avevo deciso di pubblicarlo (i miei tempi di maturazione sono spesso fuori sincrono con il resto del mondo). Avevo deciso che no, il pezzo non funzionava, non andava bene, perché alle elezioni D’Alema aveva preso meno voti di quante persone avesse incontrato (parole sue) e dunque era fuori gioco, kaputt, per sempre. E invece, con stupore più che disappunto, leggo ora sul Corriere un’intervista in cui il nostro, dall’alto del suo 3%, pontifica sul futuro. Ancora una volta prevale l’istinto del serial killer: ora che la sinistra scopre di poter sopravvivere al tracollo del fu “lider Massimo”, D’Alema cerca di spingerla all’abbraccio mortale con i grillini. Alla luce di ciò, cancello il mio giudizio: il pezzo è ancora buono. D’Alema è ancora vivo, e lotta con tutte le sue forze, come sempre, contro di noi.

“I Demoni” è certamente il romanzo più divertito di Dostoevskij. Divertito, non divertente, ché nel cupo splendore del racconto dostoevskijano c’è poco da stare allegri. Eppure, non mi è difficile immaginare quel gran mascalzone di Fedor che se la ride mentre tratteggia, con impareggiabile sagacia, il tracollo di un’aristocrazia che, totalmente avviluppata nell’illusione narcisistica del proprio progressismo, finisce col suicidarsi in modo tanto eclatante quanto grottesco. Ne “I Demoni” sono moltissimi i personaggi memorabili: dal nichilista Kriliov (a cui Camus ha dedicato uno splendido capitolo ne “Il mito di Sisifo”) al viscido Pëtr Verchovenskij al suo querulo padre Stepan Trofimovič all’ubriacone Lebjadkin. Ma è certamente Stavrogin il farabutto numero uno. Personaggio luciferino, amorale, insensibile alla propria stessa dannazione eppure oscuramente tormentato, è il Maestro, ovvero colui che piega le giovani menti al proprio grande disegno: il caos.

Non mi risulta che nel romanzo di Dostoevskij ci fosse anche Massimo D’Alema, ma ce l’avrei visto bene. Nei suoi tratti riecheggia la maledizione di certe miserabili creature partorite dal grande russo, ipocrite, calcolatrici, spietate, disgustate dal proprio peccato eppure incapaci di rinunciarvi. La storia politica di D’Alema è una storia di assassinii. La prematura santificazione di Prodi e Veltroni a padri nobili della sinistra è lì a testimoniarlo. Serve altro conforto circa la mira da cecchino del nostro? Citofonare Occhetto, Fassino, Bersani. Ma sono certo che a scavare sai le fosse comuni di compagni, avversari, ex amici meno noti ma non per questo scampati? Di pochi leader rimarrà una così meschina eredità. D’Alema il suo acume – tattico, non strategico – l’ha cinicamente votato alla distruzione rancorosa, livida, di qualsiasi progetto minacciasse di saper prescindere dalla sua ingombrante personalità. Il comunismo, la socialdemocrazia, il riformismo: tutte sciocchezze. In D’Alema la cultura politica è un alibi che non sopravvive alla tentazione della spregiudicatezza, del colpo di coda, dell’agguato.

Il “lider Massimo” è un giocatore di Risiko che deve il perdurare della propria stagione al fascino del narcisista (che i più, sprovveduti, scambiano per intelligenza, rimanendone succubi come sempre accade al cospetto delle cose vuote, che non riflettono e, al contrario, inglobano) e all’apparato di potere che ha saputo sapientemente costruirsi intorno sin dai tempi della FGCI. La sua parabola ora si rinverdisce con LeU, Liberi e Uguali: mentre gli altri – in barba ai sondaggi che danno tutti perdenti – sgomitano per un posto in prima fila, convinti che la recita vada almeno onorata, lui si ritaglia l’unico ruolo che ama realmente: quello del manovratore occulto. Che un giorno promuove e il giorno dopo affossa il delfino di turno (in questo caso, trattandosi di Grasso, direi piuttosto tonno). E infatti siamo passati dalla promessa di ricostruire la sinistra, da Renzi male assoluto, dal futuro dei nostri figli in pericolo (ma era lui quello che, nel ’99, alla Fiera del Levante, pronunciò il requiem per il posto fisso) al governo del presidente, al vediamoci dopo le elezioni.

La nuova incarnazione, dunque, oscilla tra riscoperta delle radici, pragmatismo e istituzionalità, una sorta di “best of” incoerente e cinico, ma perfetto per questi tempi così confusi. Ad ogni modo, tranquilli: la recita durerà poco, non arriverà all’atto finale che già si sarà trasformata in altro ancora. Del resto, nell’agenda di D’Alema l’unico progetto a lunga scadenza è l’affermazione continua del proprio ego. Smisurato eppure così misero: avesse avuto una grandezza poetica, l’uscita di scena ci sarebbe stata tempo fa, e memorabile. Emerge dunque il sospetto che, più che uno Stavrogin, D’Alema sia un Jep Gambardella, anche se non è da escludere che, alla fine, lo scopriremo un Tafazzi qualunque.

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2 Comments Il padre ignobile

  1. Alessandra bruno 11 marzo 2018 at 14:09

    Grazie,
    Seguo con ammirazione il suo blog insieme al senso di pauretta che deriva per me dal leggere pensieri staccati dal potermi figurare la persona che li ha partoriti.Desidero chiedervi ragione della scelta di non firmare il blog inunfuturo aprile.Messaggi in una bottiglia,oracoli,sarebbe bello leggerli attribuendoli a una faccia umana…ci sono speranze in futuro?Alessandra Bruno

    Reply
    1. Inunfuturoaprile 11 marzo 2018 at 17:25

      Salve Alessandra, grazie per il commento. Sì, ci sono speranze per il futuro 😉 Continui a seguirmi, la paura svanirà. Saluti.

      Reply

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