Il nuovo Razzi

I grandi misteri dinanzi ai quali ci pone oggi il neopopulismo al potere in Italia non sono il futuro dell’Europa, della democrazia, tantomeno le coperture per la manovra finanziaria, no, ma la presenza, nella compagine di governo, di Danilo Toninelli. La sua nomina è la prova lampante – qualora, dopo quattro mesi di sostanziale nulla legislativo, ce ne fosse bisogno – che la rivoluzione pentaleghista è viziata dal solito, italico trucco: l’opportunismo caciarone, da commedia dell’arte.

A voler compilare una lista dei ministri tenendo conto non dico della competenza, la quale, si è capito, non va oggi troppo di moda e certo non è moneta spendibile tra l’elettorato di Salvini e Di Maio, ma almeno di quel minimo di tratti caratteriali necessari per non sfigurare, uno come Toninelli avrebbe potuto aspirare, al massimo, al ruolo di usciere, portaborse, autista. Posizioni, insomma, in cui l’arroganza, la dabbenaggine, l’impreparazione, sbandierate dal nostro con il candore di un Forrest Gump della Bassa, non potrebbero far danni, al massimo suscitare l’allegra commiserazione di una qualche scolaresca o di una nidiata di turisti giapponesi in visita ai “Palazzi del Potere”.

L’ultima tragicommedia riguarda il ponte Morandi, il quale, è dichiarazione di qualche giorno fa, andrebbe ricostruito per agevolare pranzi, giochi, incontri delle famiglie genovesi. A chi gli faceva notare, con più o meno veemenza, che basterebbe un banalissimo viadotto autostradale, fatto bene e presto, il ministro replicava: “Ignoranti! Guardate il Ponte di Galata, ad Istanbul”. Peccato, però, che il ponte in questione non sia autostradale ma pedonale, trovandosi in pieno centro cittadino, cesura tra la parte nuova e quella vecchia della fu Bisanzio. Tutto il contrario del Morandi, arteria di traffico pesante (25,5 milioni di veicoli l’anno, duemila tir al giorno) in zona industriale. Lo stesso post (siamo, ovviamente, su Facebook) conteneva un secondo esempio, il progetto di uno studio di architettura del ponte di Tranebergsbron, a Stoccolma. La forzatura, qui, è evidente: a corto di argomenti, Toninelli prende un rendering qualsiasi e lo eleva alla dignità di progetto avanguardistico, senza possedere nozioni o informazioni per poterlo giudicare compiutamente. Inoltre, di nuovo, tralascia le specificità del Morandi, della sua collocazione, delle sue funzioni. Infine, omette di riferire che il progetto (del 2014) non è stato mai realizzato: l’attuale ponte di Tranebergsbron è ben più misero, o, se si preferisce, convenzionale.

Cerchiamo di capirci. Il punto, qui, non è la riqualificazione dello spazio urbano, sulla quale è lecito avere opinioni differenti e per la quale è necessario valutare soluzioni alternative in nome della sostenibilità. Il punto è il contrasto, impietoso, tra velleità e realtà. Mentre il ministro Toninelli scimmiotta Renzo Piano, Genova attende, da 44 giorni, il decreto per la ricostruzione del ponte (nelle ultime ore, ne è circolata una versione con i puntini di sospensione in luogo degli oneri di spesa). C’è poi la questione, anch’essa improvvidamente agitata dal ministro, della revoca della concessione autostradale ad Atlantia, la società della famiglia Benetton. Anche qui, nulla a parte i soliti proclami.

Toninelli, dunque, è il campione perfetto del pentaleghismo: tutto chiacchiere e distintivo. Ma se le prime sono, come sempre quando si parla di populisti, abbondanti, il secondo è piuttosto sbiadito, al punto tale che è facile immaginare Toninelli come prima vittima di un eventuale rimpasto. Temo che del ministro delle Infrastrutture (quello, per intenderci, che si fa chiudere i porti da Salvini con un tweet quando, invece, la competenza sarebbe sua) rimarrà, in futuro, un ricordo fastidioso, da liquidare, magari, con il risolino e la stretta di spalle (“Io non li ho votati!”) che si riserva a certe figure pittoresche ai limiti dell’imbarazzante. Toninelli, insomma, come nuovo Razzi.

 

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