Il nome del popolo

Nell’asfissiante propaganda gialloverde, di tanto in tanto si aprono involontari squarci di verità. Capita, ad esempio, ogniqualvolta Di Maio o Salvini, rivolgendosi direttamente agli italiani, li chiamano proprio così, “gli italiani”, come se quelli non fossero lì, come se non stessero in ascolto. In quei casi, non troppo frequenti da essere voluti ma neppure così sporadici da risultare insignificanti, appare evidente come quel “popolo” in nome del quale si agita il vessillo del cambiamento sia una proiezione immaginaria, non un soggetto reale.

Del resto, del nostro Paese sopravvive solo la scorza, e l’impressione è che neppure gli altri se la passino troppo bene. C’entra la crisi, ma non quella del 2008, una crisi più profonda, le cui radici affondano nel terreno della modernità. Gli sconquassi finanziari hanno finito con l’aggravarne le contraddizioni. Alla percezione di un arretramento della vita, di una riduzione della potenza e delle possibilità individuali e collettive, si risponde con la caccia alle streghe (i migranti, l’Europa, i mercati) e l’irrigidimento nostalgico (la Brexit). Il nazionalismo muove alla conquista dell’Europa (e del mondo) seducendo con la pretesa di considerare universali attributi storici come sangue, frontiere, cultura. La lettura di qualche libro ci conforta, mostra come il principio di nazionalizzazione, ossia il processo di formazione degli stati, sia invece aperto, inclusivo, orientato al futuro. Cos’era l’Italia, secoli fa, se non un crogiuolo di entità territoriali e politiche indipendenti con tradizioni, lingue, storie diverse? E da dove è nato il Paese che oggi abitiamo se non dal desiderio delle rispettive comunità di superare se stesse, di andare oltre la configurazione dominata dagli attributi storici?

Un Paese non è semplicemente un insieme di individui che parlano una certa lingua, pregano in un certo modo, risiedono entro determinati confini. Quest’interpretazione “statica” è una fuga dalle proprie responsabilità, oltre che dalla realtà. Un Paese è un progetto, una comunione d’intenti, l’agire insieme in vista di un obiettivo. Qual è il nostro progetto? Cosa vogliamo essere? La politica, nella Terza Repubblica, è spartizione cinica di zone d’influenza, equilibrismo millimetrico di egoismi: il reddito di cittadinanza a me, la quota cento a te, e che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra. Ma questa sommatoria non ha nulla a che vedere con lo sforzo di immaginare e realizzare il proprio futuro. Del resto, l’attuale classe dirigente, anche volendo, non potrebbe. Meschinità, ignoranza, cinismo, arroganza le impediscono di riuscire in nient’altro che non sia raggranellare qualche like sui social.

E se, sondaggi alla mano, il consenso per il governo gialloverde non sembra calare, non è tanto perché la manovra del popolo è una scatola vuota, e i regali reddito di cittadinanza e quota 100 arriveranno a gennaio (forse, chissà). È soprattutto perché è doloroso ammettere di essersi, per l’ennesima volta, sbagliati. Scorciatoie non ne esistono, occorre fare uno sforzo, ripensarsi e ripensare tutto. Ma vuoi mettere la fatica della reinvenzione con uno che sbuca da un balcone, stringe i pugni al cielo e proclama la sconfitta della povertà?

Fosse così semplice. E invece no. È complicato. Chi chiede certezze alla vita ha sbagliato indirizzo. Sconvolgimenti climatici, automazione, crisi della democrazia, analfabetismo: siamo nel mezzo di trasformazioni dall’esito imprevedibile. Andiamo alla deriva nel mare aperto del futuro stivati nella barchetta di carta del reducismo immaginario, la malattia di chi rimpiange un’età dell’oro perduta che non è mai esistita se non nella paura di cui la nostalgia s’alimenta. Quando avremo voglia di riprendere il timone, allora forse sì che potremo chiamarci “popolo” e vedere le nostre speranze trasformarsi in “cambiamento”. Buon anno.


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