Il dittatore

Funzionava così nell’Antica Roma: quando il nemico era alle porte, la città nominava un dictator a cui affidava i poteri e si stringeva intorno a lui, in attesa della battaglia. Il Pd con Renzi ha fatto più o meno lo stesso. Dopo il fallimento plateale di Bersani alle elezioni del 2013, era evidente come una stagione fosse tramontata. La “ditta” non tirava più, la mucca in corridoio muggiva disperata: il cambiamento invocato dai “barbari” del M5S necessitava di un contraltare. Renzi, appunto. La sua scalata al potere, legittimata dal plebiscito delle primarie, non ha trovato ostacoli.

La mossa di due giorni fa – l’intervista a Fabio Fazio in cui il nostro ha bombardato quel che resta del quartier generale retto dal buon Martina – è il coronamento di una stagione politica da incubo, vissuta all’insegna del narcisismo, del cinismo, della confusione. Renzi è un tattico dall’istinto animalesco, non uno stratega. Non ha una visione d’insieme, non l’ha mai avuta. È convinto che per innovare basti disintermediare, eternamente disintermediare, arringare le folle con la sua vuota retorica obamiana, spingere sempre più in là il livello della sfida, attaccare per non far prigionieri, nemmeno (soprattutto) tra i suoi. Questo modus operandi gli ha riservato fortuna all’inizio, quando il partito era traumatizzato dalla non-vittoria del 2013 e dall’incubo del governo con Berlusconi. Renzi, che s’era fatto largo a gomitate, ripetendo ossessivo, come un mantra, “rottamazione!”, incarnava agli occhi dell’elettorato (non solo di sinistra) la possibilità di un ricambio generazionale, di un leader vero, orgoglioso, con le idee chiare, combattivo. A mano a mano che l’azione del suo governo s’impantanava, l’esercizio renziano del potere si rivelava per quello che era: un misto di arroganza e approssimazione.

Impossibile fondare un’azione politica sul culto del movimento. Non importa per fare che, per andare dove: muoversi e dare l’impressione di muoversi dovevano sostituire le noiose discussioni, le faticosissime mediazioni, l’estenuante analisi e scardinare un sistema vecchio, obsoleto. Il risultato è stato un mucchio di pessime riforme (Jobs Act, Buona Scuola, legge Madia, Riforma Costituzionale), una sequela di sconfitte, il Pd ai minimi storici e in stato comatoso irreversibile.

La parabola politica di Renzi è un compendio perfetto della scelleratezza con cui i partiti hanno gestito la propria missione in questi anni. Rinunciando ad ogni funzione pedagogica, di orientamento, di incubazione di idee, di alternativa, si sono appiattiti su un’idea di popolo che, in realtà, hanno contribuito a plasmare. Quando un leader politico approva a colpi di maggioranza una riforma costituzionale presentandola come un’operazione di taglio delle poltrone; quando, in diretta tv, invia un sms al conduttore di una popolare trasmissione sottolineando la necessità di andare a elezioni anticipate prima che scattino i vitalizi; quando sconfessa pubblicamente la linea e snobba gli organi interni di quel partito di cui, fino a qualche mese fa, era il segretario; quando insomma cede ai richiami del populismo, s’illude di star semplicemente interpretando un sentimento, una tensione, ma in realtà gli sta dando una forma. Sta fondando sul risentimento spiccio degli “esclusi” (coloro i quali si percepiscono tagliati fuori dai meccanismi del potere, economici, in una parola, dal futuro) una nuova prassi politica ed istituzionale. Ma dalla semplificazione selvaggia non si torna più indietro. Ed è un male, perché la realtà è complessa, i problemi sono complessi, e così le soluzioni. Diseducare l’elettorato a questa complessità è un errore non semplicemente strategico, ma storico, le cui conseguenze avvertiremo per anni.

Renzi, e la chiacchierata con Fazio lo chiarisce definitivamente, non ha a cuore le sorti della propria comunità politica (che pure ancora lo ammira, a dimostrazione di come la mutazione antropologica sia avanzata), tantomeno quella del paese. E come lui gli altri leader politici, figure meschine di capibastone imprigionate in un’egolatria patetica e, in fin dei conti, impotente. C’è da adoperarsi con gli strumenti della cultura, della ragione, perché il tempo di questa subspecie di usurpatori, figli illegittimi del berlusconismo e dell’eterna transizione italiana, termini presto. Le macerie, ripulirle sarà una fatica non da poco.

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