Il contratto

Un po’ di tempo fa ho scritto un articolo sulla “fine della politica”. Il pezzo era forse pretenzioso nella lapidarietà del suo assunto; sicuramente peccava di ingenuità. Il tramonto della politica, intesa come pratica volta a stimolare, nella società, il dibattito e l’elaborazione di un’alternativa radicale agli attuali assetti istituzionali ed economici, dominati dalla tirannia del mercato e da una spaventosa iniquità, non è certo cosa di oggi. È il prodotto di una serie di complesse trasformazioni in atto da decenni (dal secondo dopoguerra, almeno). Certo, la recente campagna elettorale ha segnato il nadir della credibilità delle forze partitiche. Mai si era visto un simile spettacolo di cialtronaggine, improvvisazione, menzogna. A distanza di oltre 50 giorni dalla vittoria (mutilata) del Movimento 5 Stelle e di Matteo Salvini, la situazione non appare migliorata. Era forse non logico ma certamente lecito sperare che, messi difronte alle proprie responsabilità, i cosiddetti vincitori rinunciassero allo starnazzare da galline della campagna elettorale e recuperassero un minimo di rispetto del proprio ruolo e dei cittadini che si vantano di rappresentare. E invece niente.

Fatta salva una primissima fase nella quale toni e modi s’accordavano alle speranze di una minima maturazione, le settimane successive hanno segnato un’escalation di proclami farneticanti, sicumera, velleitarismo. L’istituzionalità sopravvive nei vizi: il balletto di pontieri, incontri segreti, dichiarazioni in codice, veti, fughe di notizie pilotate e smentite. Si propagano nel vuoto pneumatico di un’opinione pubblica bizzosa, incoerente, infantile, in cui l’analfabetismo istituzionale si mescola a quello funzionale (e di ritorno) riempiendo di mostruosità i feed social e le sezioni dei commenti sui giornali.

Tutto questo sarebbe già sufficiente a confermare le tesi di quel mio articoletto. Ci si può, però, a coronamento, aggiungere un fatto nuovo, su cui vale la pena di riflettere: il contratto.

Qualche settimana fa, Luigi Di Maio ha incaricato il professor Giacinto della Cananea di mettere a confronto i programmi delle due forze politiche opposte al M5S e di sintetizzarli in un contratto da proporre indifferentemente ai rispettivi leader, sul modello tedesco. L’operazione, culminata ieri nella presentazione del fatidico documento, è illogica e, per di più, aberrante, per una serie di motivi.

Innanzitutto, analizzare i programmi elettorali (questi programmi elettorali) come fossero frutto dell’elaborazione sistematica di una qualche visione politica, dunque espressione affidabile e intellettualmente onesta dell’identità di un partito, e non un trito espediente di marketing, è un fallo vistoso, di più, la legittimazione di una pratica farsesca. Il fatto che venga da un docente universitario getta ancora una volta una luce sinistra sul ruolo che le istituzioni culturali hanno in questo paese.

È un’obiezione morale e non scientifica, mi rendo conto, ma il punto, in fondo, è proprio questo. Il dominio della scienza e quello della politica non sono condivisibili. La scienza ricerca il vero: i suoi giudizi sono validati dalla conferma del dato reale. La politica ricerca il bene, che non è afferrabile da un’equazione, tantomeno sanzionabile dalla realtà. La società è un prodotto storico, ovvero la conseguenza dell’azione dell’uomo. Non un ordine “naturale”, ma un’intelaiatura pervertita dalle necessità di gruppi egemoni. In questo contesto, perseguire il bene significa, al contrario, “negare” l’ordine costituito, ovvero contrastarlo e sforzarsi di superarlo. Come è possibile credere che possa essere la scienza, con i suoi criteri formali, asettici, a dettare la linea della politica?

Uno non vale l’altro. È impensabile attuare un cambio radicale di paradigma (come da intenzioni del M5S) se si fissano obiettivi generici e si postula l’intercambiabilità delle politiche da attuare. La sicurezza è un obiettivo condivisibile, ma un conto è pretendere di realizzarla chiudendo le frontiere e rifiutandosi di soccorrere chi muore in mare, un conto è sforzarsi di legarla all’integrazione, agli investimenti in cultura nelle periferie, all’attuazione di percorsi di recupero alternativi al carcere eccetera. Il valore di queste ricette non è nella aderenza alle richieste del popolo, neppure nell’efficacia di breve periodo. Piuttosto nel messaggio di cui si fanno portatrici. Verità, progresso morale, giustizia: di questo abbiamo bisogno.

La politica, però, non sa decidere. Non sa decidersi a mollare gli ormeggi delle poche e per giunta vaghe certezze su cui i leader odierni hanno costruito il loro fragilissimo consenso. Perché questo consenso, seppur limitato, è comunque sufficiente, paga. E poi la certezza di un potere limitato è meglio del rischio nessun potere, dunque avanti così, con la testa ai sondaggi e le orecchie alle urla indistinte del popolo, pronti a infuocarle con la benzina del marketing. E poi, se va male, che problema c’è? Basta una firmetta qui e un’altra qui, per favore…

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2 Comments Il contratto

  1. Nicolo 27 aprile 2018 at 16:19

    Si ok ok bravo, analisi ben fatta ma tu oltre ad una critica analitica che proposte concrete fai? Senza nulla togliere alla tua capacità di lettura ma anche critica e di certo superiore ai di più che alternative serie proponi? Sei in grado di effettuare una stesura che abbia un senso?

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    1. Inunfuturoaprile 29 aprile 2018 at 0:17

      Ciao Nicolo. La risposta è semplice, le forze politiche dovrebbero fare quello per cui sono nate: parlare alla gente, non per la gente.
      La crisi delle grandi narrazioni, il trionfo della globalizzazione e la diffusione di nuovi mezzi di comunicazione hanno trasformato radicalmente, negli ultimi trent’anni, il ruolo dei partiti politici. Da grandi contenitori di speranze, visioni, pedagogie, si sono trasformati in comitati elettorali pronti a tirare la volata al capobastone di turno. Come? Cavalcando la rabbia e lo smarrimento degli “esclusi”, quelli tagliati fuori dal mercato e dunque dalla società. Per debolezza o cinismo delle classi dirigenti, i partiti hanno puntato tutto sul marketing. Il discorso politico è diventato propaganda, la quale è strutturata per riprodurre gli umori dell’elettorato a cui si rivolge, col risultato di mistificare e svilire la fisiologia delle istituzioni e la stessa partecipazione.
      E qui vengo al caso concreto. Che senso ha, in una repubblica parlamentare e per di più con una legge elettorale proporzionale, condurre una campagna elettorale presentando un candidato premier e una lista di ministri e sostenendo che mai e poi mai, all’indomani del voto, si sarebbero fatte alleanze? Che senso ha infarcire i programmi di proposte campate in aria gonfiandone scientemente gli effetti? Che senso ha, infine, sostenere di aver vinto e di avere il diritto di governare anche se non si rappresenta neppure un terzo degli aventi diritto? Nessuno, all’infuori della cinica necessità di raggranellare qualche voto e mantenere il consenso tra gli esclusi. Il punto, però, è che questa condotta irresponsabile aizza le folle, alimentando delusione e rabbia dinanzi a nuove promesse inevitabilmente disattese. Ed ecco che, al dunque, per uscire dall’impasse si è costretti a ricorrere non alla normale dialettica politica (già bollata come “inciucio”) ma ad astrusità come i contratti, redatti da docenti universitari, che nulla hanno a che vedere (nel metodo e, in questo caso, data la vaghezza dei punti, nel merito) con la politica.
      Occorre, per tornare al punto iniziale, che i partiti ristabiliscano una connessione con i cittadini, e che lo facciano su basi reali, proponendo non soluzioni facili e immediate (non ne esistono), piuttosto educando alla complessità, riattivando spazi di discussione pubblica, propugnando il valore dello studio, della formazione, della cultura e non del consenso social come fondamenti per l’elaborazione di proposte e prassi politiche finalmente alternative. Infine richiamando tutti, a cominciare dai loro stessi leader, ad un’assunzione di responsabilità, quella per la quale le parole in libertà creano più danni di una cattiva legge.

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