Il contratto (parte II)

Del famigerato contratto di governo ne ho già scritto. Ci ritorno ora, a breve distanza dalla presentazione della sua versione definitiva, per aggiungere alle obiezioni di metodo quelle di merito. Mi asterrò da valutazioni sui singoli provvedimenti: ce ne sono in abbondanza sui giornali, e di più puntuali di quelle che saprei fornire io. Il merito in cui mi interessa entrare è politico in senso ampio. Di principio, non tecnico.

Nelle 58 pagine che lo compongono, il “Contratto per il Governo del Cambiamento” presenta pochissime cifre, quasi nessuna, e per giunta scarsamente attendibili. Era stato presentato come il perimetro nitido entro cui si sarebbe giocata la partita della Terza Repubblica, risulta invece un insieme di vacue dichiarazioni di principio, sintesi non di due visioni della società, ma di due programmi elettorali, anzi elettoralistici, succubi cioè del senso comune.

Il rivoluzionario liquido Di Battista non avrebbe potuto dirlo più chiaramente: «ascoltate quel che si dice nei bar, nei mercati (quelli rionali), negli uffici dei piccoli imprenditori, nelle Università o in fila dal medico di base, non quello che esce da qualche consiglio di amministrazione di una banca d’affari». La sua esortazione è la sintesi perfetta della (vecchia) pretesa che sottostà a questo programma: dar voce al popolo contro l’affarismo da azzeccagarbugli della “solita” politica.

Peccato però che il popolo, ovvero quell’attore puro e disinteressato concepito dalla retorica, non esista: è un’entità mitica, che assume, di volta in volta, i connotati più comodi (ad esempio: una volta è «rincoglionito», l’altra portatore di saggezza). Incatenare la politica alla mera esecuzione del buonsenso popolare è quantomeno un nonsenso al limite della schizofrenia (se non un esercizio cinico). Certo è possibile avvicinare le strutture, i meccanismi, i processi degli agenti politici e istituzionali alla sensibilità e alla portata di una comunità. Ma è un avvicinamento che va coltivato progressivamente, attraverso un riconoscimento reciproco e l’elaborazione di una nuova cultura. E che non può certo prescindere dalla necessità di liberare l’esercizio del diritto alla partecipazione dalle mistificazioni della propaganda, dalla pistola alla tempia dell’emergenza perenne. Mettere per iscritto un contratto di governo vago e incoerente e sottoporlo al voto dei propri fedelissimi senza preavviso, dedicando alla consultazione uno spazio di 10 ore, come ha fatto il M5S, non è esattamente un aiuto in tal senso.

Nella visione del Movimento, l’azione politica è disintermediata fino al punto della sua disgregazione in funzioni elementari: gli elettori ratificano, i governanti eseguono. Il vertice della piramide è un potere tecno-partitocratico che affida la propria legittimazione alla forza palingenetica del nuovo. Ma se col cinismo del potere è facile fare i conti, più difficile è accettare la perdita di amor proprio di un elettorato che accetta entusiasticamente il ricatto della delega in bianco, al grido di “prima voto, poi leggo!”. Non è ovviamente una novità: fu Beppe Grillo, qualche tempo fa, a implorare «vi chiedo di fidarvi di me», ammettendo esplicitamente come il potere, nella post-democrazia, sia una faccenda discrezionale, in deroga sistematica ad ogni principio, ogni procedura. Nessun imbarazzo anche stavolta: i gazebo per spiegare il contratto sono stati allestiti dopo l’approvazione dello stesso. Idem la Lega: anche in questo caso la scelta è stata presentata in modo che risultasse impossibile barrare il “NO”.

Nella migliore delle ipotesi, gli appelli alla democrazia diretta o più semplicemente alla partecipazione sono oggi una fuga in avanti, l’evocazione di una cosa non esiste perché i suoi stessi fautori, nei fatti, ne sabotano i presupposti. Al netto di ciò, stando alle cose pratiche: le prescrizioni di questo manifesto del nulla, che solo un grosso equivoco consente di chiamare “Contratto”, non hanno nessuna possibilità di venire realizzate. Quest’ultima è negata non tanto dalla mancanza di coperture, quanto piuttosto dall’assenza di una reale volontà. Il tratto distintivo della cosiddetta Terza Repubblica appare sin d’ora l’uso delle istituzioni come amplificatori della (inesistente) capacità realizzativa dei leader. Facile dunque prevedere che, come le consultazioni, anche il governo sarà occasione per inscenare quella perenne campagna elettorale a cui l’ossessione nuovista ha, nei fatti, ridotto la politica.

Salvini e Di Maio hanno giocato la carta della coabitazione un po’ per narcisismo, un po’ per superare uno stallo che avrebbe logorato entrambi. Lavoreranno su poche e simboliche misure in materia di immigrazione, fisco e assistenzialismo, spinti dall’entusiasmo dell’incoscienza, forti del fatto che, se dovesse andar male, la vaghezza del programma e la forza del marketing sono tali per cui, come in un test di Rorschach, ciascuno in questo governo potrà vedervi realizzata qualsiasi cosa. Stanchi e delusi, i diarchi torneranno infine a farsi la guerra, con la scusa che Berlusconi, l’Europa, le banche, insomma le potenze demoplutocratiche gli hanno impedito di andare fino in fondo. Sarà uno spettacolo dirompente, capace di mandare di traverso i popcorn anche al più smaliziato tra gli spettatori.

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