Il contagio

Dio benedica gli sciacalli. Luca Morisi, l’uomo dietro la “Bestia” salviniana, qualche giorno fa ha pubblicato un tweet rivelatore: «6.000 crocieristi bloccati a bordo ma per 400 presunti profughi da chissà dove porti spalancati». La prosa è quella che è, l’originalità pure, ma il messaggio un pregio ce l’ha: evidenzia come per i sovranisti non esistano differenze tra l’epidemia di un virus cinese e l’immigrazione. La connessione tra i due fenomeni non è un rapporto di causa-effetto, anche se qualche complottista non mancherà di vedere nel rischio pandemia la mano di un untore campione del turbocapitalismo cosmopolita e per giunta acefalo, giudaico e massonico (Soros). Il rapporto va colto sul piano emotivo e simbolico, e tocca le insicurezze più profonde della nostra epoca.  

Nelle società occidentali, schiacciate dal peso della propria opulenza, invecchiate, spaventate dal futuro, si è diffuso da qualche tempo il mito di una purezza perduta, da recuperare a tutti i costi. Il virus chiama in causa l’idea di un corpo sano che il corpo estraneo (il corpo-Altro) corrompe. Contro questa corruzione, lo dicono Salvini, Meloni, Trump, Bolsonaro, Orban, Bannon, non resta che chiudere le frontiere, sbarrare ogni accesso. La Brexit è divenuta un fatto proprio ieri. Il leit-motiv della campagna è stato: padroni a casa nostra. Ma padroni di fare che? Di andare dove? Non si sa, non importa. L’importante è il principio, la chiusura, l’impermeabilizzazione da questo mondo imprevedibile, frenetico, condannato a precipitare nel baratro delle sue contraddizioni, la modernità disumana della civilità dei consumi che consuma ogni cosa, corpi, parole, valori, e infine implode.

Il corpo sano è il corpo della società medicalizzata, in cui ogni imperfezione va sanata per riportare il corpo alla sua pubblicitaria eccellenza. Il corpo sano per forza, levigato fuori e dentro, rasato, palestrato, igienizzato, modellato fino allo sfinimento, non è un corpo vivo, è un corpo che rifiuta la vita, che è necessariamente imperfezione, fragilità, disastro. «Senza la negatività della morte – scrive Byung-Chul Han ne La salvezza del bello – la vita si irrigidisce in qualcosa di morto».

Vale per i corpi in posa su Instagram, vale per i corpi sociali. Negare la corruzione, la morte, è negare la vita e la bellezza. Per Morisi e quelli come lui il coronavirus è un pretesto, i migranti sono un pretesto, l’autonomia nazionale è un pretesto. Attorno al mito dei porti chiusi si coagula il sogno di una vita come un sasso, liscia e dura, inscalfibile, perfetta e ottusa, autosufficiente nella sua lapidarietà.

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