Il bar dello sport

Hai voglia a discutere di globalizzazione, flussi migratori, green new deal, futuro delle democrazie liberali, il dibattito pubblico è nel luogo squallido di sempre, il bar dello sport. I passaggi parlamentari della crisi lo confermano. Deputati e senatori nelle ultime ore hanno offerto uno spettacolo deprimente. La politica, oggi, è rappresentazione, un recita spolpata di qualsiasi verità, con l’aggravante di un copione così scadente che al confronto i Vanzina sono Truffaut. Negli interventi sgrammaticati, pomposi, retorici in modo grottesco di deputati e senatori sono riprodotti i vizi peggiori del paese. Il tribalismo esasperato, l’ipocrisia, l’opportunismo, l’ignoranza, il cinismo. Altro che confronto. Il confronto, quello vero, anche aspro, presuppone anzitutto una dose di onestà che è impossibile rintracciare nella politica italiana. E poi, i contenuti. Facile dire “digitalizzazione” o “sviluppo sostenibile”, o agitare lo spettro del “futuro dei nostri figli”. Qual è l’idea di paese di Conte, Renzi, Salvini, in cosa si traduce concretamente, all’infuori cioè degli slogan triti e ritriti, delle parole chiave insignificanti, dei tic lessicali di cui abbonda la loro retorica da comizio?

È una retorica vuota, pedante, derivativa, per dirla con Bersani (Samuele, non quello della mucca) “la copia di mille riassunti”. A questo ci siamo ridotti, alla solita barzelletta che gira, e ogni volta ci caschiamo, ci appassiona, ne attendiamo l’epilogo, come se non sapessimo. E invece sappiamo, sono trent’anni che sappiamo, trent’anni che in questo paese non succede nulla. Prendete un giornale a caso del ’94, del ’98 o del 2005, ci troverete Tizio che sollecita “le riforme”, Caio che esorta all’accordo sulla legge elettorale, Sempronio che auspica un taglio delle tasse. Il debito pubblico, il Sud, il mercato del lavoro, la scuola, la sanità, la giustizia, le infrastrutture, le istituzioni: non siamo venuti a capo di nulla. La classe dirigente di questo paese, nessuno escluso, s’è dimostrata incapace nella migliore delle ipotesi, cinica e profittatrice nella peggiore, ed è difficile capire dove finisca la prima e inizi la seconda.

Alla politica tocca un potere residuale. È un portato della modernità, ma nell’ultimo decennio la dinamica s’è accentuata. I grandi cambiamenti le passano sopra la testa, non li produce, non li comprende fino in fondo, non può ostacolarli, men che meno governarli, solo accettarli. L’impressione è quella di un destino inevitabile, ma non è chiaro se sia così. La riprova non l’abbiamo, perché servirebbero uomini con idee, coraggio, chiarezza d’intenti, volontà di andare oltre se stessi, tutte qualità che i meccanismi di selezione della classe dirigente non incoraggiano, preferendogli servilismo, conformismo, arrivismo. A questi attori assai scadenti non resta che onorare la parte, mettendo in scena la recita alla quale assistiamo quotidianamente, un reality show sempre più roboante, frenetico e inconcludente. Sotto quest’aspetto, l’iperattivismo di Renzi e l’immobilismo di Conte si equivalgono, perché non producono conseguenze, sono la manifestazione esteriore delle variazioni omeostatiche necessarie al potere politico (al suo gioco) per conservarsi.

Il ruolo di Conte, in particolare, mi sembra rilevante. È il centro nevralgico del sistema, l’intersezione esatta delle sue debolezze, l’architrave che regge l’illusione del momento, il nuovo bipolarismo, col campo liberal-progressista di cui l’(ex) “avvocato del popolo” sarebbe il campione da un lato, e il sovranismo di Salvini-Meloni dall’altro. Chi applaude alla chiarezza dello schema non vede o finge di non vedere le spaventose contraddizioni che percorrono l’uno e l’altro polo, e dunque l’implausibilità sostanziale del quadro. Ho scritto che, in uno scenario di crisi come quello che stiamo vivendo, le elezioni sarebbero un elemento d’igiene. Alle volte mi dimentico di essere, in fondo, un ingenuo.

Non al punto, però, da attribuire la colpa di tutto ciò soltanto a chi ci governa. La classe dirigente di un paese è lo specchio della sua cittadinanza. Il popolo, insomma, non è migliore di quei rappresentanti che sogna di scacciare dal Palazzo (dopo averceli mandati con grida d’acclamazione). Se la politica ha perduto di credibilità è perché ad essa noi per primi, in realtà, non ne chiediamo più. Ci basta il conteggio degli Scilipoti, le scazzottate a palazzo Madama, i piccoli retroscena su tradimenti e veti incrociati. La crisi di governo è una puntata di House of Cards, le due cose hanno la stessa rilevanza, lo stesso grado di realtà, la stessa funzione. Che Conte abbia o meno la fiducia è importante solo per compilare la cronaca minuto per minuto delle nostre sciagure, un altro modo per distogliere lo sguardo. Non stiamo andando da nessuna parte. Siamo sempre qui, e qui staremo per altri cent’anni, al bar dello sport.

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