Horror pleni

Una volta si diceva dell’horror vacui, oggi potrebbe dirsi dell’horror pleni. Paradossalmente. La paura del pieno è ben più strana e difficile da accettare della paura del vuoto. Eppure dalla sovrabbondanza può generarsi una minaccia persino più inquietante che dall’assenza. La privazione, in confronto all’overdose, agisce a un livello, si potrebbe dire, “animale”. Il deserto, il silenzio, il nero, che alludano alla dimensione spirituale o a quella fisica della realtà, sembrano indicare sempre e solo la stessa cosa: la morte. Ma lo fanno in un modo lineare, logico: il meno è meno di tutto, dunque anche della vita.

La moltiplicazione, il sovradosaggio, la calca alludono pure questi alla morte, ma da una prospettiva diversa: non animalesca, culturale. Mentre l’horror vacui è assimilabile ad una legge di natura (il precipizio uccide per via di quella cosa antichissima e sempre misteriosa che è la gravità), l’horror pleni sottintende, piuttosto, una specie di inconsapevole suicidio per procura. Siamo noi, con la sventatezza che nasce dal vizio e si satura nell’opulenza, ad armare la mano che ci strangola, quella mano che è pur sempre la nostra (l’horror pleni interiorizza una minaccia collettiva, autolesionistica, non individuale e “fatalistica” come l’horror vacui, e in questo sta un ulteriore aggravio d’angoscia).

Abbandonarci alla nostra incontinenza è ciò che abbiamo fatto negli ultimi anni, e che sistematicamente ancora facciamo. Miliardi di figli, leggi, cibi in scatola, macchine, viaggi, rifiuti, miliardi di chiacchiere, miliardi di miliardi. Non abbiamo più freno. Constatata l’insipienza della pienezza spirituale – il cielo stellato sopra e la legge morale dentro devono esserci sembrati sciocchezze new age –  ci siamo vendicati della nostra meschinità ammassando roba, in un pericoloso incrocio tra Dostoevskij e Verga. Il capitalismo è, in questo senso, la religione perfetta. I suoi ministri predicano l’obsolescenza programmata come unico antidoto all’altra obsolescenza, programmata anche quella ma del tutto improduttiva e decisamente meno spettacolare: la morte.

Dunque al silenzio promesso dalla nostra biologia come ricompensa finale contrapponiamo il chiasso dell’iperproduzione, del turbocapitalismo, del marketing perenne. La stanchezza però è palpabile, la perdita di lucidità incalza un genere umano sempre più genere (di consumo) e meno umano, cioè incline a rispettare le – direi a sottomettersi “cristianamente” alle – leggi del tempo, della natura, della fisiologia. Complici perfette dell’incontinenza sono le parole: irrimediabilmente tramontate come veicolo di razionalità, misura, dubbio, riflessione (su questi sostantivi si accumula, inesorabile, la polvere), si prestano alla farsa del consumo perenne, del priapismo del Pil divenuto il fine della crescita e non lo strumento orgasmico dello sviluppo, dissolvendosi in rumore di fondo. Schiave dell’hic et nunc e dell’egolatria, per questo prive di spessore, profondità, preveggenza, dunque persino di un uditorio “reale” (se c’è futuro c’è popolo, altrimenti è solo pubblico – un’esperienza virtuale), alimentano la risacca dei nazionalismi, dei fascismi senza né capo e né coda in cui affonda, ormai, il dibattito sulla vecchia (obsoleta) res publica.

Sapeste il male che ci fa tutto questo. Oggi è quanto mai questione di sopravvivenza governare la nostra incontinenza, educarla, darle uno sfogo che non sia ciarla vana, vuoto accumulo, il tic isterico di volersi a tutti i costi sopravvivere fintanto che si è ancora vivi. Ridurre, sottrarre, riscoprire il vuoto, persino l’ebbrezza della sua paura, contro l’ingordigia eretta a sistema di vita.

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