Gli irresponsabili

Sul futuro di questo paese grava un macigno. Talmente grosso che nessuno sembra notarlo. È una patologia endemica, il tratto precipuo dell’arcitaliano, di cui abbiamo avuto una rappresentazione plastica nel corso dell’ultima campagna elettorale e delle settimane immediatamente successive. Ripercorriamole da un’angolazione privilegiata, quella dei vincitori.

Una forza che definisce se stessa come “movimento” e che ha fatto dell’“uno vale uno” la sua ragion politica in aperta e aspra opposizione al sistema dei partiti, a completamento di un processo di maturazione che dai “vaffa” in piazza contro il sistema conduce agli incontri con i finanzieri della City, nomina un capo politico, riconoscendolo dominus incontrastato delle proprie sorti. Tale forza, fondata da un comico noto evasore fiscale e da un eccentrico imprenditore tecnologico, non perde occasione per bastonare il partito di governo. Il quale, precisiamolo subito, non è esente da colpe, prima fra tutte quelle di aver tradito i ceti popolari a cui, storicamente, ha sempre guardato e che ad esso, rinnovato nella forma, negli anni hanno continuato a guardare, seppur con sempre minore speranza di veder soddisfatte le proprie istanze di equità sociale.

Accade che il movimento, in virtù di promesse irrealizzabili ma golose (ad esempio un reddito minimo garantito, erroneamente detto “di cittadinanza”), di prese di posizione propagandistiche su temi spinosi (lo ius soli? “Questione da risolvere a livello europeo”. Le ong? “Taxi del mare”) e di un’irrefrenabile e anti-ideologica voglia di rompere il quadro politico consolidato, vinca, anzi stravinca le elezioni.

Il capo della baldanzosa pattuglia dichiara di avere il diritto (non il dovere, il diritto) di governare per realizzare il programma, sbandierato sino a qualche settimana prima assieme a un’assai più inusuale lista dei ministri, fatta pervenire al Presidente della Repubblica. Si annuncia uno spettacolo d’inaudita coerenza. Sennonché, contravvenendo ai buoni propositi della campagna elettorale, tutta imperniata sullo sdegnoso rifiuto di ogni (ragionevole, in un sistema proporzionale) ipotesi di accordo con altre forze politiche, il movimento elegge i presidenti di Camera e Senato accordandosi con l’altra forza “vincitrice” delle elezioni (in Italia ad ogni tornata elettorale si danno almeno due-tre vincitori, rarissimi gli sconfitti). La quale oggi è un rispettato partito nazionale ma che un tempo riempiva le piazze con strani riti di ascendenza celtica e strali contro immigrati e meridionali, accomunati da indecenti abitudini igieniche e costumi sconvenienti.

Il movimento, tuttavia, dichiara di non aver intenzione di formare un governo con l’ex partito territoriale. Sono diretti competitor, e poi l’ex partito territoriale è brutto, sporco, cattivo. Soprattutto, si accompagna a un ex presidente del Consiglio (un imprenditore multimilionario con la passione per le prostitute minorenni, gli stallieri mafiosi e l’evasione fiscale) che rischia di produrre nell’elettorato un imbarazzo difficile da gestire. E così, per bocca dei suoi colonnelli e, soprattutto, dei suoi opinion leader – notisti politici fieramente anticasta, sgrammaticati ultras della prima ora e persino pingui uomini d’impresa saliti sul carro del vincitore, pardon, folgorati sulla via di Damasco – il movimento preme sull’ex partito di governo perché accetti, rigorosamente senza condizioni, di sostenere un governo che smantelli una ad una le leggi pilastro della sua azione politica. Dinanzi al rifiuto secco, forse non condivisibile ma sacrosanto, del partito, il quale rischia di scomparire ed è alle prese con una difficile discussione interna, il movimento reagisce stizzito: come è possibile, come osate, siete pazzi. Nel frattempo, il suo capo e il “capitano” della ex forza territoriale inaugurano un fitto scambio telefonico. Ma (è la novità delle ultime ore) le consultazioni procedono in un balletto di aperture a mezzo stampa, trappole, trattative segrete, condizioni reciprocamente inaccettabili…

Basta. La pantomima che ho descritto sinora (potrei continuare a lungo: mi fermo per carità di patria) risuona di un’eco patetica. Fa pensare alle moine del bimbo che si crede più grande di quel che è salvo poi invocare la mamma non appena l’impresa gli si annunci in tutta la sua impervietà. Questo dire e contraddire sistematicamente, impunemente, questo predicare bene e poi optare per la prassi arcinota, quest’improvvisazione incoerente pressata dalla necessità di conformarsi ai desiderata (ancor più incoerenti e improvvisati) del popolo, questo stravolgere e tirar per la giacca carte, costituzioni, istituzioni, a seconda di ciò che è opportuno che gli altri credano o sentano, in una parola questa irresponsabilità è un vizio antico, che additiamo con furore quando si riflette nel comportamento altrui ma che consideriamo con incredibile pigrizia, ottusità o cinismo se lo scorgiamo nel nostro operato.

Eccola la nostra malattia, il nostro macigno, la nostra condanna. E per scamparla non basta urlare “onestà, onestà, onestà” sotto i palazzi del potere. Si rischia di cadere così nelle stesse pulcinellerie che da tempo immemore costituiscono il brodo culturale di un’intera nazione. Finché non capiremo che la rivoluzione, quella vera, passa per un’ordinaria e assai meno spettacolare assunzione di responsabilità, ogni futuro è destinato a rimanere un miraggio.

(Aggiornamento: 20 aprile 2018)

 

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