Gli inadeguati

Qualche giorno fa è venuto a mancare Michel Piccoli. Era un attore più unico che raro. Eclettico, istrionico, ma mai eccessivo, sempre contenuto entro un limite che definiva un ermetismo, un mistero, persino una ieraticità indossati come s’indossa un classico, con eleganza e (auto)ironia. Mi piace ricordarlo in due grandi film: Dillinger è morto e Habemus papam. Quest’ultimo l’hanno dato in tv il giorno dopo la notizia del suo addio al mondo. Rivederlo è stato un piacere, ma soprattutto un’occasione di riflessione.

Il film, morettiano fino al midollo, gioca sul paradosso sin dall’incipit. Gli alti prelati riuniti in Conclave pregano, ciascuno per conto proprio, che non gli tocchi d’esser Papa. La Divina Provvidenza incorona il cardinale Melville, il quale, dinanzi al balcone di San Pietro, fugge. “Non ce la faccio!”, esclama disperato. Percorre tutta la pellicola un disarmante e umanissimo senso d’inadeguatezza. L’inadeguatezza, da vocabolario, è un’insufficienza rispetto al compito, una sproporzione tra le forze in campo e l’obiettivo. Beninteso, l’inadeguatezza non necessariamente presuppone incompetenza: il deficit può essere etico, morale, caratteriale, o può dipendere da condizioni oggettive. Quanti di noi si sono sentiti inadeguati almeno una volta nella vita? Moltissimi, forse tutti. Riconoscere la propria inadeguatezza, invece, è da pochi, ma è un segno d’umiltà e rispetto. Alle volte non c’è modo migliore di servire una causa o giovare a se stessi che ammettere i propri limiti e farsi da parte.

Mentre guardavo il film, pensavo che i nostri politici questa parola, inadeguatezza, non sanno più cosa voglia dire. Nei giorni scorsi ho scritto di Conte, dell’incredibile parabola di un oscuro avvocato dal curriculum non impeccabile che accetta il ruolo di presidente del Consiglio della settima potenza industriale al mondo senza avere alcuna esperienza politica. Stessa cosa Di Maio, passato dalla vendita di Borghetti al San Paolo agli incarichi di capo del (fu) primo partito italiano, vice-presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e delle Attività produttive, ministro degli Esteri, senza battere ciglio.

Non c’entra, qui, il coraggio, neppure il senso del dovere, la mitica assunzione di responsabilità, piuttosto la vanità, il narcisismo, la brama di potere, l’eccitazione della scalata. Il discorso, non si creda, è straordinariamente bipartisan. Quanti parvenue ad occupare le prime file della politica e delle istituzioni nelle ultime stagioni! I raccomandati e i pigiabottoni, gli uomini di paglia, ci sono sempre stati, intendiamoci, ma mai in tale e “sistematica” proporzione. Ha cominciato Berlusconi con olgettine, veline ecc., donne e uomini di spettacolo scelti per meriti e qualità che nulla avevano a che vedere con l’amministrazione della res publica; poi sono venuti i renziani, con la “rottamazione”, una volgarità già dal nome, che nascondeva dietro la (comprensibile) ansia rinnovatrice il desiderio di sostituire un gruppo di potere con un altro (il c.d. “giglio magico”); infine i grillini, con il mitico “uno vale uno”, per cui bastava esser “nuovi”, cioè non compromessi, per essere migliori degli altri, in barba alle competenze. Al di là di questi fenomeni particolarmente vistosi, il problema riguarda tutto l’arco parlamentare e tocca un processo di selezione della classe dirigente negli anni divenuto sempre più cooptativo che meritocratico. Il risultato è stata la lottizzazione delle istituzioni e dei cda delle partecipate statali da parte di torme di inadeguati, e un dibattito pubblico avvilente, bambinesco, un parlarsi addosso in favor di camera. Silvia Romano, il Mes, il modo in cui la Lombardia ha gestito il contagio da Covid-19: tutto finisce nel tritacarne della recita pubblica, sminuzzato in meme e tweet da demagoghi da due soldi che, con la scusa di parlar chiaro, distorcono i fatti e affaticano la comprensione della realtà, segnando così una distanza tra “popolo” ed “élite” più subdola e pericolosa di quella che, a parole, vorrebbero combattere.

L’inadeguato produce solo confusione, ma guai a contestarlo, risponde per le rime. Resto sempre scioccato difronte allo spettacolo dell’inadeguatezza che si maschera dietro l’arroganza. L’inadeguato ha la coda di paglia, sa di non valere e quando qualcuno glielo fa notare (talvolta persino prima) sminuisce, aggredisce. La virulenza della sua difesa è direttamente proporzionale alla sua incapacità. Tradotto, più è inadeguato, più è arrogante. E’ un vizio che ci riguarda tutti, un fatto culturale, di Zeitgeist. I nostri ego sono forti solo in apparenza, le fondamenta sono fragilissime. Quest’epoca di competizione esasperata, di confronto continuo, è svilente e sfiancante. Mai mostrarsi deboli, guai ad arrivare secondi, bisogna sempre vincere. Il gesto del cardinale Melville, nel nostro mondo, sarebbe incomprensibile. “Quando mi ricapita?”, avrebbe detto qualcuno di noi al posto suo. Senza capire che c’è molto più onore nella rinuncia che in certe vittorie.

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