Il gioco eterno

La politica è, oggi, la prima forma di intrattenimento. Ce lo ricorda, puntualmente, Matteo Salvini, fresco protagonista di un raccapricciante video in cui, musichetta di sottofondo e posa da conduttore navigato, invita i sostenitori a tirar fuori l’adolescente che è in loro, a riempirlo di cuoricini like following per vincere – nientemeno – una telefonata o un caffè in sua compagnia. L’adozione de La ruota della fortuna come modello di promozione del consenso[1] conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la degenerazione grottesca della politica. La quale, però, ha poco a che vedere con il gioco autentico e molto con la sua sclerosi senile.

Facciamo un passo indietro. Cos’è il gioco? Potremmo definirlo come l’esercizio del “facciamo finta che”, il quale interroga, mette alla prova la realtà per mezzo dell’ipotesi fantasiosa, forma l’esperienza individuale e la cultura. Il gioco è alternativo alla vita ordinaria, è creativo ma improduttivo: non è rivolto all’utile ma apre all’impensato. Esso, però, non è pensabile all’infuori delle regole, della lealtà, del riconoscimento reciproco, in una parola: della responsabilità. In quest’ottica, la contrapposizione tra gioco e serietà è frutto di un equivoco: il gioco è serissimo, e la serietà è parte del gioco.

L’uomo è un animale abitudinario, tende a riproporre sempre gli stessi schemi. In tutte le faccende adulte, dunque, è possibile rintracciare il ludico. Ma che succede se l’originario impulso infantile è snaturato dal cinismo, dalla superficialità (che, come insegnava Calvino, nulla ha a che vedere con la leggerezza) e dalla grettezza? Succede quella cosa che Johan Huizinga (Homo ludens) chiama “puerilismo”.

La malattia del puerilismo si sviluppa con l’avvento della modernità. Il gioco è espressione dello spirito, connette con la dimensione trascendente, ma nella società borghese e capitalistica l’accento è sull’utile, la produttività, gli affari. Il ludico, da momento formativo, diviene momento palliativo, viene cioè istituzionalizzato nello svago, nell’intrattenimento. Soffocata e svalutata, l’energia creativa del gioco degenera nella postura narcisistica del puerilismo, il quale tracima in ogni settore della vita e nella società ipermoderna conosce un’ulteriore esasperazione.

Le differenze con il gioco autentico sono evidenti. L’atteggiamento puerile disconosce il limite (le regole, il luogo e il tempo in cui il gioco si realizza). Non è formativo, è distruttivo. Non è divertente, è sprezzante. Non è socializzante, è autarchico, escludente. La politica ne offre molteplici esempi. Gli avversari sono nemici, devono “redimersi” altrimenti vanno “asfaltati”. Abbondano le metafore sportive (“scendere in campo”, “la squadra di governo”), l’ossessione è la performance e ogni minimo risultato è un traguardo “storico”, ma l’Altro con il quale mettersi alla prova è sistematicamente disconosciuto. Domina un agonismo truffaldino, truculento, che maschera un profondo senso di inadeguatezza.

Da un quarto di secolo a questa parte, la politica soffre di una conclamata impotenza. Le grandi trasformazioni di questo periodo sono attribuibili all’accelerazione tecnologica, alla globalizzazione, ai flussi di capitali finanziari. Alla politica spetta il ruolo di timida regolatrice, di ratificatrice dell’esistente. Quando prova ad alzare la voce, gli effetti sono irrilevanti o grotteschi. C’è da capirli, dunque, i politici: privi di idee, immaginazione, coraggio, devono pur giustificare in qualche modo la propria funzione, l’obolo elettorale che chiedono periodicamente. E così gli tocca suscitare polemiche sterili, allarmi inesistenti, nemici invisibili, rilanciare sempre e comunque, per offrire un diversivo agli elettori cui si è promesso, in campagna elettorale, mari e monti. Il risultato, paradossale, è quello di condannarsi a una maggiore irrilevanza. La caccia ai fantasmi è per definizione improduttiva. In più, perdere tempo in selfie, dichiarazioni, interviste, comizi, insomma stare dovunque piuttosto che a lavorare, e anche quando si lavora farlo sempre con un occhio ai sondaggi, al senso comune, alle mosse dell’avversario, significa lasciare praterie ai “nemici”: gli organismi tecnico-burocratici e giuridici (chiamati sempre più spesso a sopperire alle mancanze del potere politico), le grandi corporation tecnologiche, gli speculatori finanziari, che nel vuoto decisionale e regolativo sguazzano.

Tutto il contrario, insomma, della terra promessa di un mondo disintermediato in cui sovrano sia il popolo. Tutto il contrario della trasparenza: mai come in questo momento i partiti, ridotti a comitati elettorali, sono scatole opache – vedi i rapporti di Salvini con la Russia di Putin, i 49 milioni truffati dalla Lega, la Casaleggio Associati. Tutto il contrario dell’onestà, che non è ricerca della sgrammaticatura ad effetto ma nitidezza e condivisione d’intenti. Tutto il contrario, infine, della politica, che è ascolto, riflessione, elaborazione, sguardo d’insieme, decisione, non perenne propaganda identitaria, ideologia, ribellismo.

In questo scenario desolante, se ci appassioniamo al gioco politico lo facciamo perché ci attraggono le pedine. E qui entra in gioco il personale. Se sono ininfluente, se tutto quello che posso fare è aizzare il popolo contro un nemico invisibile (o un nemico certo, ma che fingo di combattere), devo pur fornire a quel popolo, abituato a proiettarsi narcisisticamente in ogni dove, un’esca. Ecco quindi il privato che diventa pubblico e, come il peggior reality show, sollecita partecipazione, interazioni, commenti, like. L’obiettivo non è tanto accorciare le distanze, sebbene l’illusione sia quella. Piuttosto, modellare la propria immagine pubblica su un’ideale di uomo comune. Ma questo avviene in modo paradossale: poiché i leader attuali sono nient’altro che uomini comuni, uomini medi, privi di qualsivoglia qualità eccezionale, questo recitare diventa recitare se stessi. Una mistificazione al cubo con effetti grotteschi. Che, tuttavia, trova l’applauso del pubblico perché, in qualche modo, ha un effetto terapeutico. Basta con la fatica di migliorarsi, di contenersi, di sorvegliarsi, evviva la libertà di essere sempre, mediocremente, se stessi.

Il legame tra leader e supporter è, dunque, insincero e cinico. Viviamo in un mondo di “esperienze vissute”, irriducibili cioè al punto di vista dell’Altro. E tuttavia le condividiamo. Non per desiderio di mettere in (creare un) comune, piuttosto per ricavarne un pubblico riconoscimento. È questo che interessa, in fondo, ai nostri leader: gli applausi, le pacche sulle spalle, l’attestazione della propria grandezza. Premi necessariamente fugaci. La perseveranza, la tenacia di lungo corso, è diventata un esercizio impossibile. La velocità del mondo fagocita, e certi ritmi sono insostenibili. Ve l’immaginate Salvini a reggere il gioco per trenta, quarant’anni, come un Andreotti? Impossibile. E così la politica, per questi personaggi, è un giro di giostra, una toccata e fuga nelle stanze del potere, alle quali non immaginano neppure di consacrare tutta la vita. Nell’era dell’ossessione egolatrica qualsiasi servitù oggettiva è inconcepibile[2], sia essa la servitù faustiana al Potere che il più auspicabile sacrificio del servitore dello Stato. No, lo Stato, semmai, è il taxi che porta a fare un bel giro turistico, la sfilata che assicura il quarto d’ora di celebrità warholiano, dopodiché si scende. Se si è bravi, con le proprie gambe; se no, a pedate.

Nell’epoca della puerilità, del tutto-scherzo, la situazione, per dirla con Flaiano (uno che amava giocare, nel senso nobile del termine, con le parole), è «preoccupante ma non è seria». Dovremmo tornare ad esserlo, seri, e dunque giocosi: ricominciare a pretendere da noi stessi e da chi ci governa responsabilità, dirittura morale, onestà intellettuale. Ma in un mondo che vanifica ogni esperienza, perché pretende di rimuovere l’angoscia imbozzolandoci nel culto mortifero dell’ego, l’appello all’emancipazione – quella vera, che passa per la ricerca, l’esplorazione, l’apertura all’Altro – è, temo, senza speranza.


[1] Altra dimostrazione del trionfo berlusconiano. Non a caso, due dei leader populisti dell’ultimo quinquennio, Renzi e Salvini, sono stati concorrenti della trasmissione di Mike Bongiorno.

[2] La servitù, però, non è abolita: sussiste nella forma dell’auto-asservimento incosciente all’ossessione prestazionale e consumistica.


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