Questa foto non significa niente

Questa foto non significa niente. Niente. È uno dei segmenti in cui si spezza la traiettoria della freccia mitica di Zenone: un istante isolato, congelato, asfittico e impotente. Non un’epifania, un pasto nudo, una rivelazione, ma solo l’anello di una catena più lunga, infinita, di fatti, contingenze, coincidenze, chiacchiere annesse, speculazioni, autoproiezioni – non LA verità.

Cosa vediamo in questo scatto? Un poliziotto che congiunge le sue mani al volto di una donna di colore sul punto di piangere. Le cronache contestualizzano: il celerino era in piazza per uno sgombero forzato, la donna un’eritrea, rifugiata, che ora, presumibilmente, vive in strada. Prima che si sapesse alcunché di questa faccenda, la foto già rimbalzava su social, giornali, telegiornali, blog con gran clamore, come simbolo della coercizione doppia del potere: da un lato, il poliziotto che si piega, suo malgrado, ad un dovere insopportabile; dall’altro, l’emigrata scampata alla guerra e ora sloggiata per la brutale miopia di una classe dirigente in cerca di soluzioni facili, consenso liquido da spendere alle prossime elezioni. E tuttavia, l’interpretazione – ogni interpretazione – è pretestuosa.

Una foto è una foto: non dice nulla più di quanto ciascuno non sia disposto a vederci. Io, per esempio, nel gesto del poliziotto ho istintivamente ravvisato un misto di sberleffo e minaccia: me l’immaginavo, il celerino, mentre, afferrato il volto della donna, le sussurra sgradevolezze poliziottesche (dunque, secondo un mio pregiudizio, veterofasciste) con la cinica intonazione dell’accento romano. Ho immaginato anche, sempre istintivamente, che il fotogramma successivo mostrasse uno spintone o una manganellata; che d’intorno infuriasse una specie di guerriglia tale da rendere impossibile ogni purezza, ogni pietà disinteressata.

In seguito il poliziotto ha raccontato il suo gesto in un’intervista, spiegandolo come una premura nei confronti di una povera madre eritrea scalciata ancora una volta dai meccanismi di un potere ad ogni latitudine ipocrita e iniquo. Nulla, però, autorizza a pensare che si sia trattato di un gesto sincero. La sincerità è un intenzione profonda, svincolata non solo da ogni convenienza (per esempio, la necessità di porsi in favor di camera con un gesto nobile o di placare la furia dei riottosi per meglio gestire le operazioni di sgombero) ma anche da ogni automatismo sociale, persino umanitario. Potrebbe darsi che il poliziotto, insomma, abbia agito non per – come vuole l’interpretazione dominante – rivolta intima ad un ordine di cose abietto, ma per puro riflesso. Può darsi, cioè, che a quel poliziotto non importi realmente del destino di quella donna. Un po’ come quando incontri per strada un vecchio conoscente e gli chiedi “come stai?”, così, per pura cortesia. Se contassimo tutti questi “come stai?” e li prendessimo per buoni, faremmo impallidire i santi – e invece. Del resto, facile prendere a calci e poi chiedere scusa.

Ma non facciamo filosofia. Qui il punto non è quanto conosciamo delle intenzioni altrui, o la capacità delle immagini di significare di per sé e la differenza tra significare e dire. Il nocciolo della questione è un altro, un sospetto: che ancora una volta l’emotività dopata dei social media abbia giocato un ruolo distorsivo, a-criticizzante, nella nostra percezione delle cose. Nell’ultimo decennio si è sovvertito il classico meccanismo dello sbatti-il-mostro-in-prima-pagina: primo, perché non è (solo) l’editore affamato di maggiori tirature a lanciare il volgare strillo, quanto piuttosto una comunità intera, improvvisamente assurta al ruolo di produttrice dei suoi stessi contenuti; secondo, perché oggi in prima pagina si sbattono, con egual successo, le abiezioni e i gesti in odor di santità. Il sensazionalismo non è più eterodiretto, ma il prodotto collettivo di una massa la cui capacità critica è ostaggio di uno spettro di sentimenti che va dal cinismo alla rivalsa ad una specie di vago senso di colpa. Un dramma dostoevskijano.

Quando la bontà conquista la ribalta del circo massmediatico, viene sempre presentata nell’ottica della mostruosità in senso etimologico, cioè come caso eccezionale. L’esaltazione di tali gesti nella mediasfera produce, tra le tante, una conseguenza particolarmente patetica: una forma di “beatificazione”, spesso confusa con una propaggine del “politically correct” o – orrore – del frainteso mito del “buonismo”, ma che è invece cinica e inconscia. È un fenomeno infinitamente più interessante di quello degli haters. Troppo facile individuare la patologia di cui soffrono, ad esempio, fascisti o parafascisti che additano al resto della folla inferocita i presunti benefit degli immigrati o di qualsiasi altra – reale o meno – casta. In quel caso, un bersaglio vale l’altro, purché sia possibile il gesto liberatorio: tirare un cocktail molotov di ignoranza e frustrazione e veder bruciare il paesaggio. Nel caso dei post che santificano “a priori”, cioè prima e all’infuori di qualsiasi approfondimento, gesti molto spesso nella norma, come la foto della ragazza eritrea e del poliziotto, il fenomeno è doppio. Ci vedo, innanzitutto, un atto di autodelazione: “io, post-borghese, post-ideologico, sento il bisogno di rimpolpare un progressismo di facciata commentando, condividendo, in una parola: viralizzando, ogni apparente stimmate sulla faccia grinzosa e moribonda di questa nostra società.” Sia un celerino che consola un’immigrata, un milionario che dona tutto ad una fondazione benefica, un cane che percorre centinaia di chilometri per piangere sulla bara del suo padrone. Abbiamo bisogno di sentirci migliori degli altri denunciando, nelle forme misere, puerili, che i social network mettono a disposizione, gli imbrogli della civiltà di cui la nostra ignavia ci rende complici e la sopravvivenza, muta e persistente, della speranza, deus ex-machina della nostra redenzione.

Una foga puramente autoassolutoria, che aggiunge mistificazione alla mistificazione e regala l’orgasmo triste del pietismo ad una società in cui la logica del profitto soverchia l’imperativo morale. Profitto è raschiare ricchezza dal capitale della fatica altrui; e il commento e la condivisione pregiudizievole di un istante fugace di cui sappiamo nulla ma in cui intravvediamo l’eco di quell’umanità che rischiamo di perdere giorno per giorno, obbedisce anch’esso ad una specie di logica predatoria. È un meccanismo indotto, appreso per emulazione silenziosa, ma tant’è: ogni sciagura ha un capitale di pathos, una vena di emotività su cui ci avventiamo prima ancora di capire, pionieri in preda ad una strana febbre dell’oro. Del resto, l’efficacia della performance è oggi, calvinisticamente, il metro unico per accedere alla sola ricchezza che conti: la notorietà. Anche condividere e ricondividere bruciando i tempi del ragionamento, affidandosi ad un corredo di opinioni fallaci e superficiali epperò ben vestite, sagaci e mordenti nella forma, è cinica performance. Per molti di noi, la sola risposta possibile alla frustrazione di non essere, socialmente, dove si vorrebbe.

Il resto è squallore dei cosiddetti “professionisti della comunicazione”, che pur di raggranellare qualche click venderebbero le loro madri.

No, questa foto non significa niente, se non la nostra patetica prigionia.

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