Forse non ci siamo capiti

A distanza di poche ore dal mio ultimo articolo, torno sulla questione dell’attuale crisi istituzionale per meglio definire un assunto che vorrei fosse lapalissiano. A quanto pare, però, il senso comune è talmente schiavo delle categorie in cui il populismo segmenta la società (popolo contro élite) che risulta necessario scandire a chiare lettere una verità elementare: stare dalla parte del Presidente della Repubblica non significa stare né dalla parte dei mercati né dell’Unione Europea così com’è. Significa, assai più banalmente, stare dalla parte della Costituzione italiana.

Fuor dalla retorica (stucchevole) della “più bella del mondo”, riconoscersi nel principio secondo cui “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1) significa porre un argine alle derive autoritaristiche e plebiscitarie che percorrono come correnti sempre meno sotterranee le democrazie. Significa opporre all’eterna propaganda e al narcisismo della post-politica la concretezza di principi universali codificati a tutela dei più deboli. Chi trae principale beneficio dall’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e dalla loro pari dignità se non chi è storicamente “escluso” dalle fortune che il mercato dispensa in modo assai iniquo?

Delegittimare il ruolo del Capo dello Stato, di più, porlo in stato d’accusa in nome di un sinistro patriottismo (Meloni) o per scaricare sulle sue spalle il proprio fallimento (Di Maio), significa demolire il cardine della democrazia: l’idea che l’esercizio del potere politico vada inquadrato in un sistema di pesi e contrappesi tale da ridurre al minimo la discrezionalità dei “fidatevi di me” o di contratti di governo dal nullo valore legale. Una garanzia per il futuro, di qualsiasi colore esso sia.

Dunque scegliere la Costituzione significa opporsi al miraggio veterofascista del sovranismo, alla post-democrazia dei caudilli in maniche di camicia (ancora Di Maio, ma anche Di Battista, Renzi, Berlusconi) e persino alla dittatura dello spread. Solo un analfabeta o un malfidato può scorgere nelle parole e nell’azione di Sergio Mattarella la volontà di consegnare mani e piedi il paese alla cosiddetta “Trojka”. Ciò che Mattarella ha ribadito è semmai (I) il ruolo di garanzia e l’autonomia del Presidente della Repubblica nella nomina dei ministri (art. 92), (II) la richiesta esplicita di un’alternativa (politica) a Paolo Savona nel rispetto del contratto di governo, (III) la necessità di difendere il risparmio (art. 47) dalle oscillazioni dello spread legate a quell’ipotesi di uscita dall’Euro di cui Savona è un illustre sostenitore, (IV) la necessità che questa ipotesi sia oggetto di approfondita riflessione pubblica.

Detto altrimenti: avesse voluto, Salvini avrebbe potuto sostituire Savona con Giancarlo Giorgetti, e il governo sarebbe nato l’indomani. Non gli è impedito (ci mancherebbe) di ragionare sull’Italexit: basta dichiararlo apertamente, ovvero farci sopra una campagna elettorale piuttosto che approfittare della passività di un elettorato ipnotizzato dal continuo starnazzare social per infilare sotto la porta del Consiglio dei Ministri un “piano B” dalle suggestioni complottistiche.

Ecco perché, lo ribadisco, sto con Mattarella e con la Costituzione. Perché è impossibile ripensare radicalmente la cultura, prima che la politica e le istituzioni della nostra società, se si minano alle fondamenta le conquiste che tutelano le libertà più stringenti di ciascuno di noi. Questo lo aveva capito uno degli uomini migliori della nostra sempre fragile (ma mai così fragile) democrazia: Enrico Berlinguer. Non l’hanno capito (fingono di non capirlo) gli ultras del pentaleghismo e i “giapponesi” di certa sinistra (Potere al Popolo), per ciò stesso condannati gli uni al fallimento gli altri all’irrilevanza.

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