Fase 0

All’indomani della conferenza stampa di Conte, sui social è tutto un florilegio di ironie sul fatto che la Fase 2 segni, più che l’ingresso nell’era della convivenza col virus, il passaggio, per il nostro presidente del Consiglio, dalla modalità Churchill a quella Napoleone. L’allarme è suonato con la risposta alla domanda di un giornalista che chiedeva un giudizio sull’operato del commissario straordinario Domenico Arcuri: “Se ritiene di poter fare meglio, la terrò presente”. Che l’avvocato del popolo fosse un vanesio, però, doveva essere evidente già da un pezzo. Quale movente se non un’altissima considerazione di sé poteva spingere un azzeccagarbugli politicamente ed istituzionalmente vergine ad accettare l’incarico di presidente del Consiglio nel più bizzarro accrocco governativo della storia repubblicana?

Il titolo di studio e la pochette evidentemente hanno tratto più d’uno in inganno. Conte è l’ennesimo uomo qualunque che, in tempi di disarmante pochezza, assurge al rango di leader (“punto di riferimento dei progressisti”, cit.) senza averne le qualità, la vocazione, la struttura. Vero è che i suoi peccati di vanità passano quasi in secondo piano rispetto all’esibizionismo pecoreccio di Salvini e Meloni, e prima di loro di Berlusconi. Ma tant’è. Sono, questi leader, uomini vuoti, uomini impagliati. La loro urgenza intima è la vanità, il sogno di una gloria effimera di cui accettano solo gli onori, non gli oneri. Diceva De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”. Gli attuali capibastone a tutto pensano meno che al futuro del paese, sono schiacciati sul presente come i moscerini sul parabrezza di un’auto lanciata a tutta velocità, eppure non perdono occasione per far intendere quanto salda sia la loro guida. Il pubblico da casa, quello che consuma conferenze stampa e dibattiti parlamentari come un qualsiasi show di Netflix, applaude.

In questo, c’è da scommetterci, non ci sarà Fase 2. Del resto, cos’è questa Fase 2? Tutto meno che una cesura. Si apre perché non ci si può più permettere di star chiusi, perché la fatica della noia, lo stress dell’isolamento e soprattutto le ragioni dell’economia (che sono ragioni, c’è poco da fare) lo impongono. Si fa come si fa sempre in questo paese, si apre con un rischio “calcolato” quanto un paio di Ave Maria e Padre Nostro gettati lì così, tra fede e scaramanzia, sperando che la baracca tenga. La verità è che a distanza di due mesi dalle prime misure restrittive manca una strategia di testing e tracciamento, mancano persino le mascherine, i guanti, i reagenti per i tamponi. In giro c’è ancora chi aspetta la cassa integrazione o il sostegno ai lavoratori autonomi. Le chiese prima chiuse poi aperte, le scuole chiuse, i teatri non si sa; i tavoli al ristorante ogni quattro metri, poi ogni due, ora ne basta uno. Il bagno al mare sì, il calcio no.

Hai voglia a dire che siamo cambiati, siamo migliori, più saggi. Non ci vogliono Silvia Romano e gli insulti che le sono piovuti addosso all’indomani della liberazione per capire che la Fase 2 è la Fase 0 di un paese eternamente avvitato su se stesso, preda della propria pigrizia, della propria dabbenaggine, bravissimo a spolverare la pochette e impomatare la zazzera, a guardare dritto in camera e impostare la voce, meno, molto meno, a prendere il toro di una decennale storia d’ignavia e autoindulgenza per le corna. In questo senso, per parafrasare un celebre film, Conte non è il leader di cui abbiamo bisogno ma quello che ci meritiamo, e così chi gli regge la candela o gli si oppone, che poi l’opposizione lo sappiamo cos’è, qui, un gioco delle parti, il teatrino della (de)legittimazione reciproca, scegliersi come nemici per confermarsi nel proprio canovaccio. La recita prima di tutto.

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