L’eterna recita del potere

L’esperienza neopopulista di governo svela la condizione paradossale di un Paese da sempre avvezzo a confondere mascherata e tragedia. L’iper-presenza, per lo più mediatica e virtuale, dei due dioscuri, esaurisce il mitico “primato della politica” traducendolo in un sostanziale vuoto. Detto altrimenti: mai come in questo momento l’Italia ha avuto un governo forte (di forti), mai come in questo momento è parsa tanto allo sbando. La metafora è facile, persino banale: un’auto lanciata a fari spenti nella notte (sovranista). Questo siamo, ma non ce ne doliamo troppo. A vivere senza un governo siamo abituati.

È la storia di questo paese, in cui lo Stato ufficiale convive con il para-stato del crimine organizzato e il sotto-stato di certe aree abbandonate a sé stesse e alla fantasia dell’arrangiarsi. Dalla notte dei tempi, ci muove un’indomita vocazione anarcoide. Renzi, uno che il berlusconismo non ha avuto bisogno di mandarlo a memoria perché era il suo liquido amniotico, ha detto involontariamente giusto con la storia dei popcorn. Gli hanno dato (giustamente) addosso ma non hanno colto la portata di quell’uscita. Prima di rappresentare l’ignavia di una classe dirigente (di sinistra) buona solo ad accomodarsi in poltrona, la battuta sintetizzava la posizione che l’italiano medio assume dinanzi al potere. Egli innalza i suoi campioni solo per godersi lo spettacolo della caduta.

È un rito purificatore vecchio almeno quanto Giulio Cesare. Negli ultimi tempi è uscito dai confini del macchiettismo e ha assunto le proporzioni di un disastro culturale epocale. La politica, sempre più debole, in questi anni non ha saputo far altro che accontentare i piccoli e grandi egoismi, incoraggiare le prevaricazioni, i capricci, persino l’illegalità di pezzi di società blanditi di volta in volta come cruciali per mero calcolo elettoralistico. La parola “dovere” è scomparsa dal vocabolario pubblico. L’esito di questo sistematico esercizio di irresponsabilità è il non-governo Conte, il quale mette assieme due non-vincitori in nome di un non-programma (un contratto senza alcun valore legale o etico) e con la finalità di una non-politica, ovvero un’azione intesa come bieca spartizione di aree di interesse. A Salvini la sicurezza, i migranti, le aziende del Nord; a Di Maio il Meridione, il lavoro, la lotta alla corruzione. Agli elettori dell’uno i porti chiusi, le ruspe, la flat-tax; agli elettori dell’altro il reddito di cittadinanza e il taglio dei vitalizi. Sembrava, all’inizio, che ciascuna mano dovesse sempre sapere cosa facesse l’altra. Era solo una recita, studiata per rendere presentabile l’impresentabile.

Ora che la fatica comincia a sentirsi, viene meno la precisione della messinscena. Il voto europeo incombe, e per una politica che non sa far altro che mostrare i muscoli l’occasione è irrinunciabile. Occorre serrare i ranghi, dare l’impressione della saldezza di vedute, dell’intatta purezza, anche a scapito dell’alleato. La politica si riduce così a complicato do ut des – vedi lo scambio tra decreto sicurezza e ddl “spazzacorrotti” – il quale, tuttavia, esaspera le contraddizioni e le sofferenze. Frecciate, veti e sgambetti riempiono ormai quotidianamente le cronache dei vertici di maggioranza, delle sedute di commissione, dei voti parlamentari. E la maggioranza degli italiani sta lì, assiste e insieme partecipa con il cinismo consumato del vecchio teatrante allo spettacolo più antico del mondo, la recita del potere. Applaude quando deve, incita persino, ma senza reale convinzione. Sa che delle rumorose claque social, del sottobosco pseudo-intellettuale di giornalisti, accademici, polemisti, attori, un’intellighenzia di terza o quarta fila che strilla contro le vecchie élite e l’egemonia culturale progressista e non s’accorge di scimmiottarne i tratti peggiori, non rimarrà nient’altro che un labile residuo grottesco, e forse neppure quello.

Dunque, Di Maio e Salvini hanno poco da sorridere, e noi con loro. La pacchia del consenso finirà. Il sogno del cambiamento, quello è già franato lungo il piano inclinato di una retorica che è paccottiglia da Prima e Seconda Repubblica e ancora più indietro, l’eterno ritorno dei sogni ingenui e mortali di un’Italietta autarchica, pomposa, inutile. Quella che aveva voluto il suo impero solo per appendere l’imperatore a testa in giù.

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