L’Era dell’Emergenza

Due fatti importanti (e gravi) nella stessa settimana – l’approvazione della nota di aggiornamento al Def e l’arresto di Domenico Lucano, sindaco di Riace -, denunciano un paese ostaggio di se stesso, dei propri vizi, il più decisivo dei quali è senza dubbio l’inerzia.

Sulla nota di aggiornamento al Def ho già scritto: è un provvedimento scriteriato, costruito cinicamente sulla pelle di quelli che dovrebbe aiutare. È tuttavia opportuno che la critica, anche dura, al merito e al metodo delle misure (l’aumento del deficit, l’assenza di visione sistemica, le cifre ballerine), oltre che alle farneticazioni di Salvini e Di Maio, non degeneri nello sberleffo verso quanti non hanno un lavoro o vivono sotto la soglia di povertà relativa. Le difficoltà in cui versano milioni di persone nel nostro Paese meritano, da parte dei critici dello scadente teatrino neopopulista, un rispetto maggiore di quello tributato loro da un governo che, nella fretta di erigersi a salvatore della patria, non si cura di far più guai di quanti sia chiamato a risolverne.

La politica da tempo non è più una cosa seria, vero. Ma il 4 marzo abbiamo premuto il pedale sull’acceleratore e la marcia verso il fondo senza fondo si è fatta più vertiginosa. Molti non se ne rendono conto; qualcuno sì, e ne gode come si gode di certe umiliazioni auto-inflitte, scagliandosi contro chi ha il torto di avervi assistito. Solo così si spiega la volgarità e, direi, la violenza gratuita del dibattito pubblico, la cui unica novità consiste nell’aver aggiornato i nomi delle tifoserie: ieri “destra” e “sinistra”, oggi “élite” e “popolo”. Il “cambiamento” non ha intaccato la sclerosi dei vecchi vizi, e delle pessime condizioni ambientali siamo tutti responsabili. Qualche sera fa, Maurizio Martina raccontava i suoi progetti di rinnovamento del PD. Era ospite di una di quelle trasmissioni di prima serata, in cui il monologo trionfa e il confronto è sterile trastullo di un pot-pourri di giornalisti ed esperti, sempre gli stessi, attenti soprattutto a tenere il ritmo del conduttore. Sullo sfondo scorrevano vecchi titoli di giornali e agenzie in cui Renzi si profondeva nella sua personale interpretazione del Leader Forte, memore dei predellini berlusconiani e anticipatore del Di Maio trionfante sul balcone di palazzo Chigi. L’impressione, ancora una volta, era quella di una politica incapace di emendarsi dei suoi vizi peggiori, delle sue tentazioni più becere, insomma, di riformare se stessa – figurarsi il Paese.

E così, che si voglia aiutarlo, il Paese, o sfruttarlo per un gigantesco selfie, la politica non sa far altro che arrangiarsi, denunciare come scorrette dapprima certe regole, poi le regole tutte, e infine aggirarle più o meno impunemente. La vulgata pentaleghista. Il Nuovo Potere costituito si rappresenta come potere perennemente costituentesi, proclama cioè la sua estraneità antropologica al Sistema rifiutando la stabilità delle forme tradizionali. Individua il suo bersaglio nel fantasma di un establishment modellato sulla peggior fiction cospirazionista e, nel nome della palingenesi nuovista, travolge leggi, regolamenti, prassi e buon gusto senza rimpianti. Del resto, il Popolo da cui afferma di trarre la sua legittimità non esiste, è un costrutto ideologico, e i suoi più convinti seguaci l’hanno scelto per questo: per veder scorrere un po’ di sangue, nella speranza che ciò ripaghi i torti subiti.

Nel tritacarne di queste ore ci è finito pure uno come Mimmo Lucano, il quale da anni si batte per un’integrazione intesa come momento di condivisione attiva e non meschino esercizio di tolleranza o assimilazione. È agli arresti domiciliari sulla base di accuse che persino il Gip ha in gran parte respinto, affermando chiaro e tondo come la sua condotta non sia mai stata orientata all’arricchimento personale. Sono emerse, però, nelle indagini, anche leggerezze e irregolarità procedurali. Le quale, magari, Lucano saprà spiegare, o forse no, e in tal caso non peseranno sul giudizio umano, perché il cuore non potrebbe non perdonarle. Tuttavia, risulta evidente come il “modello Riace” sia, a conti fatti, un perimetro troppo accidentato per essere sostenibile. Non solo e non tanto perché culturalmente minoritario, ma pure (e soprattutto) perché tracciato nel corpo istituzionale del Paese suo malgrado; tenuto assieme più dalla testardaggine, dalla volontà individuale di un sindaco che agisce contro leggi “balorde” con un misto di resistenza civile e mediterranea furbizia, che da una consonanza ad ampio raggio di indirizzi politici, assetti normativi e aspirazioni sociali. Il sogno di un’integrazione come momento etico, di compartecipazione alla vita di una comunità nazionale, di condivisione dei suoi destini oltre le barriere di razza e cultura, si scopre dunque inconciliato e inconciliabile con una “volontà generale” finalmente avviata a proclamare, con vigliacca fierezza, la propria chiusura.

L’era neopopulista (nella quale, per la cronaca, ci troviamo da oltre un quarto di secolo) è l’era dell’Emergenza, in cui l’urgenza, vera o presunta, viene agitata dalla politica per distrarre dalle proprie responsabilità e la deroga, da necessità contingente, diviene prassi. Ma, e qui sta il punto, l’urgenza non può essere la norma, perché essa mina la coerenza di quel racconto collettivo che è la democrazia aprendo all’arbitrio. Occorre battersi perché le aspirazioni a una vita migliore siano integrate nello stato di diritto. Altrimenti il populismo, che lucra consensi sulla retorica del Sistema corrotto e irriformabile, avrà vinto. La rivoluzione di cui abbiamo bisogno è, per assurdo, quella che sancisca il “diritto alla continuità” di cui parlava, un secolo fa, Ortega y Gasset: la rivoluzione della pazienza, del lavoro minuzioso e infaticabile di correzione, aggiustamento, persino ristrutturazione radicale, energica, laddove necessario, ma sempre rifiutando la tentazione facile alla distruzione. La quale, assunta come inclinazione acritica, ha una singolare controindicazione, soprattutto a sinistra: la tendenza a rinchiudere chi la professa, una volta constatato il suo velleitarismo, in piccole isole di malinconica resistenza, confortati da feticci che in nessun modo possono aprire la strada all’impensato.

Per una volta, dunque, non si può essere d’accordo con Flaiano: la situazione politica in Italia è grave e anche seria. Occorre, in definitiva, coltivare una (per certi versi innaturale, mi rendo conto) vocazione alla complessità come antidoto a questi giorni di facili entusiasmi, di vittorie effimere nutrite di teoremi immaginari, paranoia e risentimento. Solo così l’avanzata del populismo a trazione sovranista in Europa potrà essere arrestata. Non è un’opzione, ma una necessità: le frontiere che dividono, gli egoismi nazionali fondati su valori degradati a miti identitari (Dio, Patria, Nazione), il dialogo che degenera nell’insulto, sono segni del ritorno di un passato che abbiamo già vissuto, che già conosciamo nelle sue più tragiche implicazioni e che mai – persino quelli, incoscienti, che tirano la volata agli Uomini Forti – vorremmo rivedere.

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