“È fichissimo!”

L’entusiasmo intorno al governo gialloverde sta lentamente scemando. La paralisi dell’azione, il tasso di litigiosità crescente, le gaffe, i conti che non tornano: ce n’è abbastanza per immaginare una rottura dopo le elezioni europee, sempre che i due dioscuri non preferiscano “tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia”. Che siano lontani i tempi degli applausi a scena aperta, delle incitazioni per strada, delle dirette social da milioni di visualizzazioni, è piuttosto evidente. Resta da spiegare quel 50% e passa di elettori che ancora, testardamente, si aggrappa alla gonnella dell’accrocco neopopulista. Al netto dell’esaltazione kamikaze di qualche ultras, l’impressione è che si tratti di un sostegno forzato. Alternative all’orizzonte non se ne vedono, e poi sai che fatica rimangiarsi per l’ennesima volta gli entusiasmi e mettersi a cercare il nuovo Salvatore della Patria. Avverrà anche questo, ma i tempi dell’abiura (“mai votato quello lì, io”) non sono ancora maturi. Matura è la fase dell’insofferenza silenziosa, cui contribuisce, ogni giorno che passa, la mediocrità della classe dirigente grillo-leghista.

Il suo tratto caratteristico è la sproporzione tra l’autoinvestitura palingenetica e la solita prassi mediocre. Al netto delle sparate propagandistiche e di qualche provvedimento-spot, buono per accontentare parti (peraltro limitate) dei rispettivi elettorati, non si capisce in cosa questo governo sia diverso da tanti altri, passati e presenti. Finanziare le promesse elettorali in deficit è una vecchia specialità della casa, in Italia. Prendersela con i poveracci e armarsi di tutto punto per difendere “la roba” (in neolingua: “garantire la sicurezza”) sono mosse propagandistiche in linea con i tempi. Dunque, nessuna novità.

Ma c’è dell’altro. Una fragilità personale, un senso di precarietà mina la credibilità di questi leader. Prendiamo Di Battista. L’uomo che voleva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, dopo aver contribuito al disastroso risultato elettorale del M5S in Abruzzo, ha annunciato la propria indisponibilità a candidarsi alle Europee. «Mi sono iscritto a un corso di falegnameria a Viterbo», ha spiegato in un video su Facebook: «è fichissimo!» (sic!). Nella società confessionale, il privato si mangia il pubblico e segnare la demarcazione tra i due è impossibile. Non deve dunque stupire che Di Maio e Salvini sfilino con le rispettive nuove fiamme sotto il flash dei paparazzi convocati dagli uffici stampa, o che discettino di Europa, pensioni, televoto di Sanremo e ricetta della pajata senza soluzione di continuità, con lo stesso tono a metà tra seriosità e involontaria (auto)parodia.

La classe dirigente della Prima Repubblica poteva essere accusata, a ragione, di aver scavato una distanza siderale tra sé e i cittadini, edificando al di qua del fossato un regno di corruzione e impunità. Il tentativo di rimediare al danno passava, nella Seconda, per il sogno grottesco del Nuovo Miracolo Italiano affidato al re dei televenditori, quel Silvio Berlusconi che oggi, spudoratamente, tenta di riciclarsi come erede di don Sturzo e De Gasperi in opposizione ai neopopulisti (che sono, ça va sans dire, peggio dei comunisti). L’operazione, ai tempi della “discesa in campo”, era semplice: rileggere alla luce dei cliché italiani la propria storia familiare e imprenditoriale (“Una storia italiana”), trasformandola nella sua realizzazione più compiuta, il suo culmine. Si è arrivati così a questa Terza Repubblica in cui i protagonisti, cercando di rovesciare il canovaccio del presidente-operaio, finiscono col perpetuarlo. La “storia italiana” non è più lo schema per leggere il trionfo del leader, ma l’ideale a cui tendere quotidianamente. La rincorsa affannosa del senso comune produce un effetto paradossale: questi leader, sprovvisti di particolare talento, idee o carisma, dunque già uomini comuni, si sforzano di sembrare ancora più comuni, recitano l’uomo comune. Ne risultano leadership che hanno la stessa genuinità e la stessa forza delle pose steroidee dei culturisti ai concorsi per Mister Universo.

Quello che manca a Salvini, Di Maio, Di Battista e tanti altri è soprattutto la coscienza di una missione. Hanno esordito da rivoluzionari, ma oggi si scopre che il loro era, al massimo, ribellismo. La differenza è semplice. Il rivoluzionario vuole sostituire un ordine iniquo con un altro più giusto (o meno iniquo). Il ribelle non va oltre l’insofferenza per le regole. Se è un eroe tragico, si annichilisce (non senza un pizzico di studiata auto-ironia) indulgendo alle proprie tare. Se è il protagonista di un romanzetto adolescenziale, torna a casa da mamma e papà. Ed è ciò che sta facendo la nuova élite. Di Maio e Salvini hanno proclamato a gran voce le ragioni del ritorno alla sovranità, ma alla fine si sono accontentati del potere. La sovranità è il sogno dell’imperio sulla vita, libertà assoluta, libertà dalla libertà; il potere è una più meschina relazione di subordinazione che trasforma entrambi i suoi termini – padrone e servo – in oggetti, perché incatena il secondo allo sfruttamento da parte del primo e il primo all’esercizio di una funzione, a un rango. La conseguenza della presa di coscienza di questa sproporzione, e dell’ulteriore incapacità di ridefinire le regole del “mondo della pratica”, è una sola: il riflusso. Nella solita politica o nel privato, entrambi spettacolarizzati quel tanto che basta a non far apparire questa ritirata una sconfitta.

La postura morale media dell’uomo contemporaneo è dunque questa: gettare il sasso, nascondere la mano. Recitare il ruolo del capopopolo, del sovvertitore di regole, del rovesciatore di tavoli, infine ricadere nei vizi e nelle pratiche consuete – per calcolo, debolezza, mancanza d’immaginazione. Uno spettacolo triste sulla cui più recente e per ora ancora fortunata replica calerà, si spera a breve, il sipario.

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