Donald l’antiamericano

Nel giorno del suo insediamento ufficiale, avrei voluto scrivere qualcosa su Trump e la sua ascesa. Delineare un ritratto del businessman, ripercorrerne la marcia trionfale culminata con lo schiaffo elettorale alla Clinton (e a tutti noi progressisti), poi tirare una bella riga e dire: questo è l’uomo, questo il politico, ecco dove ci porterà.

Ma non posso. Un po’ per incompetenza, un po’ per pigrizia. L’America è un giocattolo troppo complesso, mi sfugge. La sua retorica è contradditoria come i capricci di un bambino viziato. Per esempio: Trump ha vinto (non nel voto popolare, in quello elettorale, ma ha comunque vinto), eppure comincia il suo mandato con un tasso di sfiducia di gran lunga superiore al numero di coloro che non l’ha votato. Suona strano solo se uno dimentica come Trump ha condotto la sua campagna elettorale (e la tendenza dei sondaggi a fare cilecca).

Il “Make America Great Again” ha rappresentato un invito troppo goloso. Il motivo? Il suo occhieggiare al passato – Reagan e gli anni ’80, quando la nazione era più giovane, bella, forte, i buoni vittoriosi, i cattivi sconfitti (i “rossi” abbattuti al cinema da Rambo, vedevano le Muro le prime crepe; all’orizzonte, ancora niente jihadisti kamikaze), i bianchi erano bianchi, i neri neri, le donne erano in carriera ma sempre belle e i froci se li portava via l’AIDS, ben gli sta. Ma l’urlo di battaglia di Trump è, in realtà, una truffa: il richiamo al passato è stata l’arma di seduzione di massa che ha soggiogato i ceti medi e bassi, confusi, arrabbiati, traditi da quella globalizzazione che si erano illusi di poter cavalcare e ora incapaci di fare i conti con la sua desolante iniquità.

Trump ha giocato col cuore degli elettori. E in un’epoca in cui il passato è l’unico porto franco dal disastro di una contemporaneità che appare sempre più isterica, feroce, al punto tale che il futuro è una promessa andata in frantumi prima ancora di dispiegarsi, è riuscito a farsi incoronare re anche da una nazione che, in fondo, non lo voleva e non lo vuole. È paradossale: si sogna perché si ama il futuro, lo si desidera, ci si innamora nell’immaginarlo. Il senso dell’American Dream è questo: la speranza. Trump, nel suo opportunismo truffaldino e livoroso, di cui il nazionalismo è la faccia politica presentabile, è l’anti-americano per eccellenza.

Oggi quindi è un giorno triste, il giorno nel quale gli americani smettono di sognare e si trasformano in popolo nostalgico e senza futuro. Un giorno in cui le contraddizioni non si risolvono, si cristallizzano nel ciuffo paradossale del miliardario amico del Cremlino, e il mondo pare come invertire la sua traiettoria. Siamo alle soglie di un nuovo secolo americano: quello nel quale degli USA si noterà la fragorosa negazione di sé. Impossibile pensare che la svolta non abbia conseguenze anche in Europa. Sarà interessante scoprire se abbiamo maturato, dopo secoli di storia, gli anticorpi al Medioevo che verrà.

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