Dissolvenza

«È questo il modo in cui finisce il mondo / Non già con uno schianto ma con un lamento». Così T. S. Eliot nel capolavoro The hollow men, gli “uomini vuoti”. La dissolvenza, dunque, non è solo un espediente artistico, una trovata per alludere all’infinitezza di ogni storia e, insieme, conciliare questa infinitezza con la struttura limitata della narrazione. È parte della nostra vita. Al diavolo l’Apocalisse, soluzione drastica ma di comodo: tutto finisce in un gemito. 

C’è da scommettere che il presidente del Consiglio Conte non pensasse a Eliot quando ha tirato fuori dal cilindro la trovata delle clausole di dissolvenza per bloccare (o non avviare) la TAV. Molto più prosaicamente, a suggerire la disperata manovra che procrastina l’inevitabile (l’alta velocità Torino-Lione si farà) sono state le ragioni della sopravvivenza politica, l’istinto animale che, evidentemente, non è estraneo neppure a quelli nuovi, i puri. “Dissolvenza”, quindi, è la parola della settimana, terrà banco nei prossimi mesi, anche se, a ben vedere, il concetto è lì da un po’, pascola nel recinto dell’alleanza Lega-Cinquestelle come avvisaglia e insieme prodotto di una crisi che ha radici lontane.

Lacan, alla fine degli anni ’60, parlava di “evaporazione del Padre”. Alludeva non, banalmente, ad una perdita di centralità della figura paterna, ma al tramonto di una società imperniata su principi forti, orientamenti solidi e indiscutibili. C’entrano il capitalismo, l’evoluzione della tecnica, “l’innalzamento del livello di vita”, per dirla con Ortega y Gasset. Di fronte a tutto ciò, la politica ha perduto progressivamente terreno. Fiaccata dalla sempre maggiore pretesa di autodeterminazione dei cittadini, ha abdicato a parte delle proprie funzioni in favore di organismi terzi, tecnico-burocratici, sovranazionali e, addirittura, impersonali (il mercato). L’ha fatto un po’ per contenere gli appetiti dei rispettivi elettorati e un po’ per costruirsi un alibi (“ce lo chiede l’Europa”). Il caos sulla Tav è figlio anche di questa debolezza. È paradossale che una forza che ha vinto le elezioni in nome del “primato della politica” (contro i “poteri forti”, le élite finanziarie, l’Europa, i “pidioti”, Belzebù ecc.), che ai tecnici fino all’altro ieri avrebbe riservato il trattamento di Robespierre a Luigi XVI, debba affidarsi a un’analisi costi-benefici per giustificare il “no” a un’opera a cui si è sempre detta contraria. Si dirà: l’analisi in questione era un espediente per smontare le pretese dell’alleato di governo, la Lega. Ma questo non fa che spostare il problema. Il peccato originale del governo gialloverde è il famigerato “contratto”. L’idea che si potesse sopperire all’assenza di politica (confronto, elaborazione, mediazione) con la tecnica giuridica era un’illusione, e oggi ne misuriamo gli effetti. Il paese è fermo, il parlamento non legifera, il governo procede in ordine sparso e, dinanzi alle questioni spinose (tutte quelle che non portano immediati dividendi elettorali), i caudillos nostrani non trovano niente di meglio che rinviare.

Solo che rinviando si rinvia tutto meno che il proprio dissolversi. Il M5S è in crisi, e questo era ampiamente prevedibile. I suoi condottieri sono figurine sbiadite. Che fine ha fatto Alessandro Di Battista? (Ricordate Di Battista, il Che Guevara di Roma Nord?) C’è da immaginarlo che vaga smarrito, febbricitante per le strade della Capitale chiedendosi perché, percome. Sembrava, il Movimento 5 Stelle, invincibile, e lui il più amato dai grillini, la voce amica che rimette a posto tutto, riporta tutto a casa, per dirla con Bob Dylan, quando le ragioni della politica diventano astruse e soffocano quelle del cuore. E invece il flop in Abruzzo ha segnato l’inizio della fine del mito dell’eroe dei due mondi a cinque stelle. Al punto tale che, richiamatolo dal Sudamerica per dare man forte al “fratello” Luigi, Casaleggio s’è affrettato ad allontanarlo. Non una parola sul voto in Sardegna (col senno di poi, scelta azzeccata), non una parola sulle questioni degli ultimi giorni (legittima difesa, TAV, manovra correttiva). Silenzio stampa dal 13 febbraio. Un’era geologica.

Di Battista, insomma, è l’ennesimo profeta azzittito da quello stesso popolo che l’aveva portato in trionfo. Capita assai frequentemente di questi tempi. Si parte incendiari, inebriati dal proprio entusiasmo, convinti della missione palingenetica che la freschezza sfrontata e ingenua della propria immagine, riflessa in mille scintillanti selfie, pare confermare, e si finisce pompieri, sommersi dalle pernacchie. Di Maio e Salvini fingono di ignorarlo, ma presto toccherà anche a loro. Gli italiani, in questo, sono spietati. Il nostro Paese è da sempre un laboratorio politico all’avanguardia. Il Fascismo l’abbiamo inventato ed esportato noi in tutta Europa, qui abbiamo anticipato la fine della Guerra Fredda con il compromesso storico. Abbiamo premiato il populismo mediatico di Berlusconi e infine portato al governo il sovranismo. Abbiamo sempre liquidato tutto, senza pietà. Difficile che i dioscuri della Terza Repubblica possano durare più di tanto.

La dissolvenza, però, non è solo una faccenda leaderistica. È in crisi l’idea complessiva di Paese. Un Paese è questo: un patto per compiere grandi imprese insieme. Se alla marcia manca una direzione, se l’Altro è non un potenziale alleato nel tragitto ma, nella migliore delle ipotesi, un intralcio, si può solo girare in tondo. E infatti il Paese si sta avvitando su se stesso. Analizzeremo, studieremo, discuteremo: il tempo di questa politica è il futuro, ma non per lungimiranza, piuttosto per diversivo. L’azione si smaterializza nel fumo di un discorso pubblico irresponsabile, la lotta tra opposte fazioni di governo trova un equilibrio fasullo nell’artificio semantico (per la TAV partono gli “avvisi”, non i “bandi”).

Il presidente del Consiglio non dirige alcunché, è John Doe, l’utile idiota di una maggioranza che nel pantano trova la sua ragion d’essere e, insieme, la sua condanna. Per differirla, con l’illusione che chiudere gli occhi dinanzi alla realtà equivalga in qualche modo a neutralizzarla, non si trova niente di meglio che vagheggiare la “chiusura”. Reddito di cittadinanza, quota 100, le frontiere, l’Europa: i neopopulisti, sovranisti in testa, sognano un mondo di confini, muri, protezioni come antidoto ad un futuro incerto, minaccioso, che sfugge al controllo. L’idea della chiusura, per analogia sentimentale, pare un argine alla dissolvenza, lo strumento per realizzare un perfetto dominio di sé, per riacquisire la padronanza del proprio destino. Non a caso proliferano, oggi, i cantori delle democrazie illiberali, i quali s’illudono che l’illiberalismo sia la risposta efficace alla dissoluzione ultraliberista dell’ipermodernità.

Ma questa “rivincita del padre”, così maldestra, grottesca, è una fuga inaccettabile dal futuro e dalla responsabilità. Un’illusione da contrastare con ogni mezzo. E qui entra (entrerebbe) in gioco la sinistra. La quale dovrebbe lavorare per rafforzare e accelerare l’integrazione europea (il sogno degli Stati Uniti d’Europa), spostare i riflettori dal popolo alla cittadinanza, ridefinire un nuovo modo di essere classe dirigente, recuperando uno spirito di servizio che non sia volgare sottomissione al senso comune. E ancora, promuovere la cultura e la competenza per combattere l’analfabetismo funzionale e di ritorno dilaganti, la minaccia più pericolosa per la democrazia. In definitiva, lavorare per l’alternativa, sia essa politica, economica, sociale.

Un compito mica da poco, certo. Ma occorre provarci. Altrimenti si lascia il campo agli uomini vuoti, gli uomini impagliati. E con quelli si sa come va a finire.


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