Il marxista immaginario

Il marxismo di Diego Fusaro, un hegelo-marxismo che potremmo definire “marxismo immaginario”, pone a fondamento della lotta anti-capitalista il ritorno ai valori borghesi Dio, patria e famiglia (valori tradizionali) nel tentativo di ri-dialettizzare il capitalismo, ovvero di “costringere” il capitalismo a riassumere quella forma pre-sessantottina con cui lo stesso Fusaro avrebbe gioco facile a confrontarsi in un’aula universitaria o in un salotto televisivo.

Fusaro, in un certo senso, è l’incarnazione di quel motto di Freud secondo cui la filosofia è una paranoia riuscita, ovvero un modus cogitandi che mira alla costruzione di una “teoria del mondo”, una rappresentazione compatta e inscalfibile, priva di contraddizioni. L’evidenza plastica di ciò risiede nel suo linguaggio, irrigidito nella (involontaria) parodia del gergo professorale, giocato sulla ripetizione ossessiva di insegne significanti dai connotati apocalittici – “turbocapitalismo”, “mondialismo” -, che, combinate con qualificativi in odor di follia dissolutoria (“acefalo”, “apolide”), si applicano a spiegare qualsiasi magagna del sistema.

Fusaro è come Peppino De Filippo che, in una scenetta con Totò, rimasto a corto di argomenti tronca il discorso con «ho detto tutto». Ecco, il «turbomondialismo apolide» è l’«ho detto tutto» di Fusaro, un universo di senso compiuto ma vago, non problematizzabile perché sostanzialmente vuoto. In questa sua tendenza al cretinismo filosofico (confermata anche dalla fissità della mimica facciale, della postura, dell’intonazione del Fusaro divulgatore e polemista televisivo), la speculazione fusariana appare del tutto incapace di cogliere le evidenti contraddizioni che la percorrono.

La prima, è che la presunta capacità oppositiva al capitalismo dei valori borghesi che Fusaro vorrebbe resuscitare non ha alcun fondamento storico. È stato Marx a dire che l’unico valore borghese è il valore di scambio, ma non occorre rifarsi alla filosofia per verificare come, nella storia della modernità, Dio, patria e famiglia siano stati massimamente imposture, puntelli ipocriti ad un ordine sociale che pretendeva di sopprimere le istanze emancipatrici individuali presentandosi come “naturale”. Fusaro ha ragione quando dice (riprendendo il suo maestro, Costanzo Preve) che un conto è l’opposizione al costume borghese e un conto è l’opposizione al capitalismo, e che il capitalismo ha mostrato, dopo il ’68, di poter fare a meno della borghesia. Ma proprio per questo, pretendere di resuscitare in chiave rivoluzionaria valori che la storia ha già avuto modo di provare come asservibili dal sistema pare quantomeno curioso. A meno che, come scrivevo all’inizio, l’obbiettivo di Fusaro sia non quello di abbattere il capitalismo, piuttosto quello di abbattere questo capitalismo. Cosa legittima, ma più imparentata con la nostalgia che con quell’urgenza rivoluzionaria che Fusaro rivendica come fulcro del proprio pensiero e missione della filosofia tutta. Quand’anche ciò fosse giustificabile con superiori necessità tattiche (“indebolire” il capitalismo), lascerebbe insoluto il problema di quale alternativa opporvi. Ammiratore delle marxiane Tesi su Feuerbach, Fusaro si dice fautore di una “filosofia dell’azione” (come da sottotitolo di un suo libro). Peccato, però, che si guardi bene dall’indicare a cosa dovrebbe assomigliare una società che abbia superato il capitalismo.

Tutto questo per tacere il fatto che ri-suscitare nelle coscienze valori tradizionali per via “politica” è impossibile. Rievocare un valore in chiave strumentale, di “salvezza” della società, significa, al più, ripristinarlo come mito, privarlo cioè della sua autorità, con tutti i pericoli del caso. Nella fattispecie, il culto della triade Dio-patria-famiglia in opposizione all’individualismo disumanizzante e mortifero del capitalismo, rischia, più che di tradursi in un limite (sacrosanto) al godimento dell’oggetto, di legittimare un ritorno ai vecchi confini. I quali (al contrario della Legge intesa come rovescio naturale del desiderio) si accompagnano strutturalmente all’odio per tutto ciò che vi si stende al di là. I fondamentalisti della purezza, con un movimento paranoico, hanno sempre gioco facile ad inquadrare le altre nazioni, lo straniero, l’infedele, l’omosessuale come soggetti persecutori. A questo punto, non resta che, per legittima difesa, disumanizzarli, schedarli come nemici la cui esistenza stessa, se in un primo momento può essere tollerata privandola di ogni riconoscimento sociale, in un secondo tempo, quando inevitabilmente l’inquietudine per la loro prossimità cresce, va messa in discussione. Tutto questo è già accaduto: si chiama totalitarismo.

Tralascio di entrare nel merito delle considerazioni di Fusaro su immigrazione, Europa, geopolitica, sovranismo. Sono tesi miopi, invalidate da un complottismo bufalaro (il piano Kalergi, che nella narrazione fusariana è un solido pilastro teorico della lotta all’immigrazione) e dalla tendenza a considerare buona qualsiasi opposizione al capitalismo, non importa se proveniente da gruppi di potere occulti (Bannon) o paesi in cui i dissidenti finiscono in carcere (la Russia di Putin). Fusaro inneggia al populismo in chiave anti-capitalista. Tuttavia, un mondo populista non è un mondo anti-capitalista: è, al massimo, un mondo in cui il vecchio establishment (“vecchio”, se non nominalmente, per i vizi e le voglie) legittima se stesso con il ricorso a quel plebiscitarismo che è tutto il contrario dell’emancipazione.

Fusaro, insomma, si autoproclama marxista, ma di marxista ha poco o nulla. Il suo Marx (che è poi il Marx di Preve) non è un economista, ma un filosofo idealista. La sua analisi del capitalismo attuale si riduce al conio di una formuletta prevedibile ma d’impatto (“capitalismo assoluto”), non affonda nelle contraddizioni del sistema e sceglie la via, comoda, del nazionalismo e del comunitarismo come panacea. Niente di nuovo: basta leggere, tra gli altri, Alain De Benoist e, appunto, Preve (che Fusaro saccheggia ampiamente), per rendersene conto. Soprattutto, niente che abbia lo consistenza, la precisione, la limpidezza che una critica efficace dell’ideologia neoliberista richiede.

Mi sembra, in definitiva, che il successo di Fusaro sia da ascrivere a qualità che, seppur indubbie, hanno poco a che vedere con una capacità di lettura profonda e articolata della società. Solida conoscenza della materia, retorica compatta, capacità divulgativa, complottismo spiccio, persino giovinezza e bella presenza fanno di Fusaro un pensatore comodo per i salotti televisivi. Facile da digerire anche a chi non mastica di filosofia, appassionante per chiunque, in un periodo di grande confusione, chiede certezze monolitiche, infine utile agli avversari, che hanno gioco facile a ridicolizzarne posture lessicali e armamentario teorico come desueti. Fusaro è, dunque, il perfetto maître à penser del populismo, involontaria e caricaturale continuazione della sinistra-cachemire à la Bertinotti. In definitiva, il più grande regalo che si possa fare ai «signori del mondialismo».

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