Di padre in peggio

Le cronache politiche degli ultimi giorni pullulano delle malefatte del padre di Luigi Di Maio, le quali sembrano appassionare più del baratro economico che rischia di spalancarsi sotto i nostri piedi nei prossimi mesi. È inevitabile: siamo il paese di Pulcinella, della commedia dell’arte, della burletta, cerchiamo continuamente sollazzi. Quando la realtà chiama, noi rispondiamo buttandola in caciara.

Il merito è anche degli straordinari caratteristi che affollano la sagra strapaesana a cui s’è ridotto il nostro dibattito pubblico. Alessandro Di Battista, ad esempio. Il quale, nel tentativo di parare il colpo al “fratello” Luigi, qualche giorno fa si è lanciato in una fuggevole ma penetrante riflessione lombrosiana su Boschi e Renzi. Al caudillo all’amatriciana, provvisoriamente espatriato nel Nuovo Mondo in cerca di «spremute di umanità» ma assai interessato alle faccende di casa, giova ricordare che «quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così» (tanto per volare alti un attimo) ce le ha anche lui. Dietro gli occhioni da cerbiatto, la zazzera ribelle, la barbetta e il sorriso Durban’s del “meglio libero” (il riferimento è a una celebre fatica letteraria del nostro, dove la fatica, in realtà, è tutta di chi legge), si cela il campione di una generazione – quella dei trenta-quarantenni – che, stretto saldamente il potere nelle mani, dimostra di non sapere cosa farne e, per ingannare il tempo, ci gioca.

Il puer aeternus è l’homo ludens, quello che non prende nulla sul serio eccetto l’unica cosa da ridere: la sua recita quotidiana. Di Battista, e come lui Di Maio, Salvini e Renzi, giocano il gioco del potere con la sicumera ipocrita di chi, incapace di concepire nulla al di fuori di sé, ha ormai sufficiente dimestichezza con la propria nullità da prodigarsi quotidianamente nel tentativo di occultarla a suon di strilli, spintoni, risse da bar (da social). Il marketing politico nobilita l’operazione: il turpiloquio a cui i capetti odierni s’abbandonano è gabellato dal pubblico pagante, sempre più distratto e assetato di sangue, come rottura del patto omertoso tra le élite. Insultare è essere onesti, perché tanto è così che si parla dietro le quinte. Come se la verità fosse solo un banale cambio di prospettiva e non un’esplorazione rischiosa e, ahinoi, senza fine.

Ma ecco, questi “ragazzi meravigliosi” sono incapaci di profondità. Come in un romanzo di Bret Easton Ellis, scivolano sulla superficie delle cose [1]. L’impegno, però, è ammirevole. Di Maio, studente fuori corso di giurisprudenza, un passato da steward allo stadio e qualche lavoretto nell’azienda di famiglia, è talmente preso dalla parte da aver avocato a sé ben due ministeri – Lavoro e Attività produttive – oltre alla vicepresidenza del Consiglio. La faccenda sarebbe già ridicola così, ma il capo politico del M5S ci aggiunge anche la facilità con cui discetta quotidianamente di spread, crescita, flessibilità, oscillando tra sussiego, entusiasmo sfrenato («Abbiamo abolito la povertà!») e irritazione per quelli che, in fondo, reputa solo «numerini». Di Battista, dal canto suo, quando non accusa il Capo dello Stato di essere un traditore della patria o non redige l’elenco dei giornalisti buoni e dei giornalisti cattivi, si cimenta in attività più amene, tipo definire il padre, ex missino, un “fascista liberale”, come se l’accostamento tra i due termini non producesse un cortocircuito dirompente.

E a proposito, Salvini non perde occasione per mostrarsi gagliardo come la Buonanima. Sequestra barche della Guardia Costiera italiana, smantella il circuito dell’integrazione dei migranti, bolla come «rosicone», «piddino», «buonista», «radical chic» chiunque azzecchi i congiuntivi, fotografa bresaole e mozzarelle autoctone, si esibisce come un vecchio guitto sul palco del Maurizio Costanzo show. Tutto fiero, monta sulle ruspe durante le demolizioni di villette abusive organizzate da altri (Zingaretti), e costringe la povera Meloni a vegliare ventiquattr’ore su ventiquattro sulla sua sparuta pattuglia di patrioti, hai visto mai che l’erba del vicino (leghista) non gli appaia assai più verde.

L’infantilismo di Renzi è storia vecchia e ampiamente documentata, non è il caso di tornarci su per l’ennesima volta [2].

Al cospetto di tanto malriposto sforzo ci sarebbe da reagire con il sorriso tenero che si riserva a certi bimbi colti nell’involontaria parodia degli adulti, se non fosse che non dico di innocenza, ma di buona fede se ne vede assai poca. Non c’è, però, solo il calcolo elettoralistico a orientare l’azione dei nostri. Una forma di sclerosi etica, dell’immaginazione, accomuna Di Battista, Di Maio, Renzi, Salvini e il loro codazzo di lacchè, utili idioti, yes man. Questa generazione di politici è irrisolta, e lo è perché è stata incapace di definire una posizione autentica nei confronti dell’eredità paterna. Le ha dichiarato guerra per inerzia, perché riteneva ci si aspettasse questo da lei. A muoverla non era e non è il miraggio di un mondo più giusto, ma un copione autografo nel quale l’eroe agita i pugni al cielo e si strugge contro la sorte avversa come un in brutto feuilleton Ottocentesco. Va da sé, la parte dell’angelo vendicatore è ruolo da premio Oscar in epoca di rancore diffuso. Ma dire che il mondo così com’è non va bene non basta. Sarebbe ingeneroso pretendere soluzioni definitive, d’accordo; e poi, l’attesa del Salvatore è essa stessa sintomo di infantilismo. Quantomeno, però, chi governa e promette la rivoluzione dovrebbe poi impegnarsi per creare le condizioni ambientali affinché l’impensato, l’alternativa, possano emergere.

Ed è qui che l’urlo di battaglia si trasforma in balbettio. Certo, la crisi che questa generazione ha avvertito in un certo punto della sua parabola ascendente era reale. Ha cercato di lenirla brandendo lo scettro, ma la cura ha fallito perché la diagnosi era sbagliata: il malessere non era causato dalla privazione (di opportunità che riteneva le erano state strappate di mano) ma dalla sazietà. È di questo, anzitutto, che andrebbe incolpata quella generazione di padri a cui, con la loro faciloneria, questi figli si sono definitivamente consegnati. Si arriva così agli intrallazzi di Tiziano Renzi, alle manovre in odor di conflitto d’interessi della Boschi, infine agli operai in nero e alla villetta con piscina di Antonio Di Maio (che ieri, in un video di scuse, si è profuso in una commovente variazione sul tema del “tengo famiglia”). Più in generale, al teatrino quotidiano di una classe dirigente (e intellettuale, perché il problema non è solo della politica) che se da un lato prende le distanze in modo esplicito dai padri (biologici e culturali), dall’altro ne ricicla ricette, miti e riti regalandogli una robusta mano di vernice, come fanno certi bottegai con l’insegna del negozio per renderla più attraente, poco importa che la merce sia avariata.

Sul tavolo della contemporaneità ci sono una serie di questioni cruciali: il futuro della democrazia liberale, la crisi del capitalismo, le trasformazioni del lavoro, lo strapotere delle corporation digitali. Interrogati, i magnifici under 45 allargano le braccia, alzano gli occhi al cielo, dicono: noi siamo per l’innovazione, il futuro, il lavoro, la dignità, l’Italia, ma nessuno che voglia proseguire senza l’imbeccata del social media manager. La semplificazione del linguaggio a cui indulgono per pigrizia e convenienza è mortifera, la negazione di ogni progresso, di ogni sviluppo. Questa generazione di figli alla quale, confesso, anch’io appartengo, è inconcludente e vile. Doveva mandare in pensione la Seconda Repubblica, rischia di far rimpiangere la Prima.

NOTE:

[1] La frase esatta è «We’ll slide down on the surface of things» («scivoleremo sulla superficie delle cose»). Contenuta in Glamorama, è la citazione di una canzone degli U2.

[2] E poi, a sinistra non è solo Renzi il problema. Chi teme che la mediocrità dell’attuale classe dirigente possa, un giorno, beninteso per un caso fortuito, prosciugarsi, non tema: tra le new entry del peggio, Dario Corallo promette bene. Trentenne, laureato in filosofia, come tutti i giovani del PD ha avuto finora scarse opportunità di mettersi in mostra, ma quelle poche le ha sfruttate egregiamente. Una recente intervista a “La Verità” lo consacra astro nascente di vacuità, il cui lessico, sovrabbondante di “pippe stratosferiche” e “turborenziano”, appare più sgualcito della copia del Capitale sul comodino di Orfini.

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