Sparare alla marmotta

Di Battista è tornato in televisione dopo un anno, e visti i risultati, poteva pure risparmiarci. In diretta da Lucia Annunziata, il Che Guevara di Roma Nord non ha lesinato le solite banalità qualunquiste che ne hanno innalzato la pallida figura di quarantenne mucciniano al ruolo di santino pentastellato. La novità stava forse nel tono, più prudente che in passato, quasi “istituzionale”, attento a preservare la figura dell’ancora popolare Giuseppe Conte.

Non sono certo di cosa nascondesse il passo felpato. Prendersi il Movimento, come scrivono alcuni notisti politici? Ma Di Battista finora s’è guardato bene dallo sporcarsi le mani! E poi, ammesso e non concesso: per portarlo dove? Questa, forse, è una domanda oziosa: da Renzi in giù, l’attuale classe dirigente ci ha abituati a qualsivoglia giravolta. Ad ogni modo, il prode Dibba, l’eroe dei Due Mondi incoronato tale dalla pessima pubblicistica spacciata per reportage con il beneplacito (e gli assegni) del “Fatto Quotidiano”, ha invocato il congresso. Parola novecentesca e in odor di partitocrazia, un tempo messa all’indice dai grillini ma ora che il M5S si è rivelato famelico e cinicamente ossequioso delle dinamiche del Potere come la peggiore DC, spendibile senza scandalo.

O quasi. Grillo ha rampognato il figliol prodigo. «Dopo i terrapiattisti e i gilet arancioni di Pappalardo, pensavo di aver visto tutto… ma ecco l’assemblea costituente delle anime del Movimento. Ci sono persone che hanno il senso del tempo come nel film “Il giorno della marmotta”», ha scritto il Fondatore. Ci sarebbe da ridere, se non fosse tragica. Uno che ha costruito un Movimento il cui evento fondativo è il V-Day, dove “V” non sta per “vittoria”, che negli anni ha propalato nei suoi spettacoli e incoraggiato nei suoi adepti le peggiori bestialità antiscientifiche, un tweet così non dovrebbe neppure pensarlo. Dibba, punto sul vivo, ha ribattuto: «Ho fatto proposte e preso posizioni chiare. Si può legittimamente non essere d’accordo. Lo si dica chiaramente spiegando il perché». Neppure ha osato nominarlo, il fondatore. La scenetta non deve stupire. Il M5S è il parto annoiato e vanaglorioso di due narcisisti patologici, Grillo e Casaleggio, abilissimi nell’intrecciare marketing, affarismo e populismo dando vita a un gigantesco rito autoassolutorio irresistibile per un paese cronicamente incapace di guardarsi allo specchio. Di Battista è il figlio smarrito di questa non-rivoluzione, un Verchovenskij ingannato dal suo Stavrogin, quello che voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e s’è ritrovato, alla fine, con l’apriscatole in mano e la dispensa svaligiata.

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