Dal male, il peggio

Alle volte, un evento è quello che ci vuole per rimettere le cose nella giusta prospettiva. Anni trascorsi a guardarci l’ombelico, a credere di essere onnipotenti, poi un esserino di pochi micron rimette tutto in discussione.

Prendiamo quelli che sabato notte hanno abbandonato in fretta e furia la Lombardia minacciata di chiusura da(lla bozza di) un decreto legge, affollando la stazione di Milano e i Freccia diretti verso sud. È evidente come il senso di responsabilità non sia proprio di questo paese, e forse che pure il senso di genere sia, nel caso dell’umano, sopravvalutato. Come si può agire in modo così palesemente contrario a ogni logica, morale, buon senso? Non ci sono scuse che tengano. Non siamo nel ‘600, abbiamo ricchezze private e comodità sociali, e il coronavirus, per quanto sgradevole, non è la peste. Anni, anzi secoli trascorsi a guardarci l’ombelico, a credere che il mondo inizi e finisca con noi stessi, e questi sono i risultati. Colpisce, ma forse no, che la sventatezza mostrata in questi giorni non riguardi solo i giovani, a sottolineare ancora una volta come la patologia grave sia, oggi, l’infantilizzazione della società, l’irresponsabilità dei padri (buonanime!).

Sempre riguardo la faccenda di ieri, non si possono tacere le colpe delle istituzioni (governo o enti regionali che siano) che hanno diffuso la bozza del decreto, ma anche dei giornali che l’hanno pubblicata. E no, non basta cavarsela dicendo che quei giornalisti hanno “fatto il loro mestiere”, non c’è sempre bisogno di farlo passando sopra a tutto, questo dannato proprio mestiere, e di sbandierarlo ai quattro venti con un orgoglio che vale un euro bucato, se per guadagnare una manciata di click si produce confusione e si mettono in pericolo l’incolumità e la salute pubblica. Ma mi rendo conto che pretendere un minimo di deontologia, al giorno d’oggi, è un’ingenuità imperdonabile. Abbiamo allevato generazioni di giornalisti pronti a spacciare il copia-incolla del messaggino dell’amico politico o magistrato per inchieste, e non con l’ambizione di vincere il Pulitzer, come in certi film americani di quart’ordine, ma per puro istinto di conservazione.

Il senso di responsabilità collettiva e individuale che traballa non teme, evidentemente, il senso del ridicolo. Il senatore Salvini, ex ministro dell’Interno, continua a comportarsi come un trangugiatore a tempo pieno di mojitos, come se il paese fosse il Papeete e la politica la spiaggia di un’eterna estate in cui tutto è concesso. Dapprima parte, lancia in resta, al grido di “chiudete tutto!”, poi twitta il contrordine: “è tutto chiuso, riaprite!”. Ce l’ha con gli irresponsabili al governo, vuole un esecutivo d’unità nazionale (Draghi presidente!), predica la calma per il bene delle imprese e poi, in un’intervista a El Pais, dice chiaro e tondo, con la leggerezza dei chiacchieroni da bar, che il governo è incapace di gestire l’emergenza e che si può andare subito a votare, alla faccia dello «stringiamci a coorte, siam pronti alla morte». Qualche giorno fa, in conferenza stampa, ha sottolineato, con una specie di ghigno da monello colto in fallo, la notizia secondo cui l’Angola ha chiuso le frontiere agli italiani. «Ci servirà come spunto di riflessione in futuro», ha aggiunto, sprezzante del ridicolo.

Ex malo bonum? Dubito. Non tragga in inganno la concitazione del momento, l’aria che si respira è la solita: terminata l’emergenza, tutto tornerà come prima. Sbagliano i cantori dell’apocalisse, in quest’epoca di minacce potenzialmente dirompenti nulla viene al sodo. Lo scriveva già Gramsci: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può rinascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Ci aspettano lunghi anni di transizione. Continueremo a cercare gli untori fuori dalle frontiere, a tagliare posti letto e personale al Servizio Sanitario Nazionale vantandone, nei talk show, l’eccellenza, a invocare l’Uomo Forte, salvo poi frignare dei nostri diritti appena un governo s’azzarda a far valere la sua prerogativa, la decisione in uno stato d’eccezione, per giunta nell’interesse generale. Non ci ucciderà il COVID-19, ma la noia.

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