Ripartire, sì. Ma non da Walter

A leggere gli appunti di questo blog, avrete notato come non parli quasi mai di “sinistra” o “destra”. E non perché ritenga che si tratti di categorie superate. Nel caos in cui versano il paese e l’Europa intera, i populisti hanno gioco facile a imporre la propria agenda. Così, l’urgenza di denunciare il misto di incompetenza, arroganza e cinismo che sostanzia lo stile politico del populismo prevale sul guardarsi indietro, operazione necessaria per irrobustire la lettura del presente. Dovrebbe essere chiaro, ormai, che quel brodo di rancore, pulsioni identitarie e fanatismo in cui nuotiamo rischia di esserci fatale. Altrettanto dovrebbe esserlo, però, il fatto che la tensione iperpolitica che domina in questi giorni è, bene o male, un tentativo di colmare un vuoto prodotto dalla miopia e dall’inanità della classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo [1].

Nell’affrontare la questione avverto una specie di pudore colpevole. Riflettere sulla cosiddetta Seconda Repubblica mi pare equivalga a rievocare certi divi dello spettacolo finiti a vendere materassi in un’emittente locale. La malinconia si mescola alla stupefazione, non tanto per le sorti presenti, quanto per le fortune passate. E questo soprattutto pensando al centro-destra. Il conflitto d’interessi, i comunisti, il “bunga bunga”, Gasparri ministro delle Comunicazioni, Elio Vito, Ruby Rubacuori, il legittimo sospetto, il cucù alla Merkel, le corna al vertice UE, il G8 di Genova: Berlusconi non ci ha risparmiato nulla. Difficile, però, sostenere che Silvio sia stato il centro-destra nel senso comune, ortodosso, del termine. Berlusconi il centro-destra italiano l’ha plasmato a sua immagine e somiglianza: una compagine mediocre, fitta di riciclati della Prima Repubblica o di parvenu dalle dubbie doti istituzionali, ma adatti a soddisfare le esigenze del marketing elettorale o l’ego del Capo. Non è stato certamente liberale. Il suo conservatorismo si è concretizzato in un dibattito più ridicolo che meschino sulle questioni della bioetica e sui diritti civili; la sua pretesa legalitaria, in alcune misure-spot in tema di sicurezza e immigrazione, compensate dai condoni, dalla depenalizzazione del falso in bilancio, dagli attacchi alla magistratura e dal garantismo inteso come perenne irresponsabilità. Il governo del paese è coinciso quasi esclusivamente con la tutela degli interessi del Capo [2]. È mancata la politica, quella alta, che si sostanzia di un’idea di società, di futuro che non sia la semplice ratifica dell’esistente.

Da questo punto di vista (e solo da questo), il centro-sinistra non è stato da meno. Le compagini di governo guidate da Prodi e D’Alema dal 1996 al 2001, e dal solo Prodi tra il 2006 e il 2008, hanno centrato gli obiettivi dell’ingresso nell’Euro, dell’equilibrio dei conti pubblici, della crescita economica, ma al prezzo di una politica di privatizzazioni (massicce), liberalizzazioni (timide), precarizzazione del mercato del lavoro, indebolimento dei ceti salariati. Anche qui, non ci siamo fatti mancare nulla. Neppure la guerra (in Kosovo) e un ex segretario della FGCI che esortava ad accettare la flessibilità come «dato della realtà». Dopo l’inevitabile parentesi della große Koalition guidata da Letta, Renzi ha proseguito sulla strada dei padri fondatori, cercando di sopperire alla tradizionale frammentazione, litigiosità e debolezza del sistema partitico (soprattutto a sinistra) con il carisma personale, il decisionismo, la militarizzazione, la disintermediazione. Insomma, esasperando gli elementi che avevano reso vincente la prima esperienza berlusconiana. La sua parabola è stata forse più rifulgente (il “Partito della Nazione”), certamente più rapida e, per il momento, definitiva.

Dallo scorso 5 marzo, il PD è impantanato in una non-discussione sulle ragioni della sconfitta elettorale. Uno dei protagonisti della sua storia, Walter Veltroni, ha offerto in questi giorni il proprio contributo al dibattito. La lettera-editoriale inviata dal fondatore del Partito Democratico a la Repubblica ha il pregio di chiarire come la buona volontà e persino la passione, da sole, non bastino per fare politica. Per fare politica, per farla in modo proficuo, occorrono – occorrerebbero – capacità d’analisi oltre le insulsaggini da libro Cuore, consapevolezza della posta che il futuro mette in palio e, soprattutto, coraggio nell’assumersi le proprie responsabilità, tutte qualità di cui il discorso di Veltroni difetta. La lettera è un campionario dei luoghi comuni a cui l’ex segretario democratico ci aveva abituati in quella memorabile campagna elettorale nella quale Berlusconi divenne “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” e il PD a “vocazione maggioritaria” fu seccamente sconfitto dal Popolo della Libertà [3]. Le riflessioni sulla globalizzazione e il populismo sono, oltre che superficiali, permeate da quella logica del “ma anche” che vuole la sinistra un cencio disperatamente stiracchiato a coprire sempre tutto e il contrario di tutto.

Ciò che manca all’appello, nella lettera, è la prima cosa di cui la sinistra necessiti per definirsi tale: la critica al capitalismo. Christian Raimo, in un lungo commento all’editoriale di Veltroni, ha scritto che la sinistra è «il luogo dello scontro o non è». Non sono d’accordo. Lo scontro è come il dissenso: di per sé significa poco, è sterile. La critica, invece, è un tentativo di ridimensionare le pretese di un oggetto, di porre dei limiti a partire da un’analisi. Un modo per aprire una distanza, uno scarto, grazie alle armi della ragione, del confronto, del dialogo, e offrire così una chance all’impensato. Nel caso specifico, l’oggetto da comprendere nella sua dimensione storica è il neoliberismo. Recuperare una funzione critica, per la sinistra, coincide con il ripudio del Washington Consensus e, dunque, della terza via, che per il socialismo ha rappresentato un morbo letale. Occorre scegliere [4]. Il che non significa trasformarsi necessariamente in sovranisti (o in bolscevichi). Che il neoliberismo sia una cultura mortifera, che la sua pretesa di diffondere benessere attraverso la flessibilità, la deregolazione, l’ossessione consumistica e prestazionale sia infondata, è sotto gli occhi di tutti. Tentare di superarlo non può e non deve essere una missione ostaggio di vecchi teoremi o nostalgie di assoluti perduti.

Veltroni non fa autocritica e, per non fare autocritica, non fa neppure critica. E viceversa. La sua lettera, per il tono e la consistenza delle argomentazioni, potrebbe essere stata scritta in un punto imprecisato della storia della sinistra italiana dell’ultimo quarto di secolo. Stessi errori, stessi vizi, stessa auto-indulgenza. Nessuna idea su chi siamo, su chi vogliamo o dobbiamo essere per impedire che l’Occidente abbia a scoprire come la pace e l’equilibrio degli ultimi 70 anni siano tutt’altro che scontati.

NOTE:
[1] Occorrerebbe, in realtà, tornare indietro di altri tre decenni. Non è il caso di farlo qui. Consiglio, per approfondire, il libro La democrazia del narcisismo, di Giovanni Orsina (Marsilio, 2017). Il quale, pur con qualche semplificazione, ha il pregio di ricostruire in modo chiaro il travaglio della democrazia liberale dalla modernità ad oggi.

[2] Un elenco delle leggi ad personam lo trovate a questo link.

[3] La novità (se così possiamo chiamarla) è l’allargamento del pantheon, che ora spazia da Calamandrei al “galantuomo” John McCain. Indubbiamente, la lealtà, l’onestà, la rettitudine sono qualità che possono valere l’ammirazione anche a un avversario politico, soprattutto in occasione della sua morte per una dolorosa malattia. Il fatto, però, che Veltroni tiri in ballo un senatore repubblicano come il campione dell’opposizione al populismo trumpiano, e che lo faccia in una lettera in cui riflette sul futuro della sinistra, è sintomatico di una certa confusione.

[4] La retorica del “ma anche”, a suo tempo ampiamente derisa, era, a ben vedere, l’unico terreno nel quale il sogno veltroniano di un partito indefinitamente inclusivo potesse germogliare e crescere. Veltroni, infatti, confondeva (e confonde tutt’ora) ascolto e assimilazione. L’ascolto è la condizione per instaurare un dialogo, inteso come messa in tensione fra due termini. Esso, se è reale, consente di decostruire l’esclusività del proprio ragionamento. Non si tratta di abbandonare la propria posizione, ma ciò che nella propria posizione impedisce di “vedere” l’altro. Da questa tensione irriducibile si apre un “tra”, per dirla nei termini di François Jullien, nel quale emergono quelle possibilità di cui non si sospettava l’esistenza. L’arricchimento che ne deriva è una maturazione, non l’assimilazione o la sterilizzazione dello scontro (il quale, per tornare a Raimo, ha un suo valore solo se è indirizzato correttamente, se, cioè, è fecondo e non meramente distruttivo). Il PD di Veltroni, quello forgiato dal “discorso del Lingotto” (2007), era tutto proteso all’unificazione delle ragioni dei blocchi sociali, un’esigenza di pacificazione che appariva necessaria nell’era del trionfo definitivo del capitalismo («a rising tide lifts all boats»). Ma questa vocazione ha prodotto uno zelig, un partito schiacciato sull’esistente, più che un motore di emancipazione sociale.

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2 Comments Ripartire, sì. Ma non da Walter

  1. daniela maria pozzi 1 novembre 2018 at 7:19

    Ringrazio molto per questo contributo per me, ignorante di queste dimensioni che vengono descritte sul fronte della “sinistra , molto illuminante. Grazie

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    1. Inunfuturoaprile 1 novembre 2018 at 11:53

      Prego Daniela!

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