Contro la resilienza

Resilienza: che questo termine sia oggi di moda la dice lunga sulla storia dell’ultimo decennio. La rivoluzione è una controrivoluzione: alla lotta si è sostituita la sopportazione, di cui s’insegna ora il valore terapeutico. La grandezza dello spirito non si misura più con l’urlo di battaglia, ma nella piccineria zen della flessibilità (scelta di parola non casuale). Uno può obiettare: resilienza è una strategia di adattamento intelligente al dolore. Non l’arte di incassare, ma la capacità di riorganizzare la propria vita a partire da un trauma. Il punto è un altro: che essa presuppone l’accettazione, entro la quale il senso comune il più delle volte l’esaurisce. Il mondo fa schifo? Pazienza, tira dritto e trova dentro di te la felicità. Ve l’immaginate Dostoevskij resiliente? E Spartaco? Che Guevara?

Ecco spiegato il piattume indecente di questi tempi: conformismo, sfruttamento, futuro che latita non sono più la scintilla del conflitto, piuttosto l’occasione per applicare finalmente certi rituali di (auto)flagellazione travestiti da carezze a cui il liberismo cerca di educarci da anni. Come se fossimo noi, il male, non loro; come se fossimo noi a doverci adattare, a dover accettare, a doverci sentirci in colpa, e non loro a sparire.

Non discuto gli esiti psicologici della resilienza: probabilmente un Dostoevskij resiliente sarebbe campato più a lungo e più felice. In compenso, noi avremmo avuto in dote un mondo infinitamente più brutto. Non bisogna temere il dolore, e neppure cercare sempre di stemperare la rabbia. Soffrire fino in fondo, senza scendere a patti con le proprie ferite, alle volte è l’unico modo per capire; soprattutto, è l’unico modo per presidiare un campo che, altrimenti, sarebbe ostaggio dei soliti bricconi – i sepolcri imbiancati, i politici corrotti, i copywriter, le multinazionali, ovvero gli untori che avvelenano di menzogne e ipocrisia questa sfera ciancicata e storta su cui galleggiamo.

Il dolore rende lucidi, la rabbia rende agguerriti. Volerli superare ad ogni costo, archiviare ad ogni costo in nome dell’efficienza psicologica (si sa, uno schiavo contento è uno schiavo più leale) o di una fraintesa spiritualità, è un errore storico e individuale di cui paghiamo, ogni giorno che passa, un prezzo sempre più alto.

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10 Comments Contro la resilienza

  1. Cláudio 7 novembre 2017 at 19:04

    Giusto! Meglio morire sul campo

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    1. Inunfuturoaprile 7 novembre 2017 at 20:16

      Almeno lottare 😉
      Ps: grazie per il tuo commento, Claudio!

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  2. Alessandro 8 novembre 2017 at 13:52

    La resilienza è il passo successivo al concetto di “Non violenza” a tutti i costi. Così la mia generazione (sono dell’83) si è ridotta a subire la negazione del proprio futuro.

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    1. Inunfuturoaprile 8 novembre 2017 at 18:51

      Ho un anno meno di te, quindi capisco benissimo come ti senti.
      Grazie per il commento 😉

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  3. Miriam 8 novembre 2017 at 19:05

    Ma veramente dobbiamo sceglire tra “dialettica”e “integrazione”?
    La resilienza presuppone una certa consapevolezza dei vissuti traumatici e la capacità di superarli e ridefinire un nuovo assetto. Credo che in effetti almeno Dostoevskij e Spartaco nella.loro vita siano stati resilienti, altrimenti, per i traumi che hanno subìto, non sarebbe riusciti a realizzare ciò che hanno fatto, ma sarebbe diventati dei veri e propri inetti.

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    1. Inunfuturoaprile 8 novembre 2017 at 20:10

      Ciao Miriam, grazie per aver scritto. La mia è una provocazione, tanto quanto quella di Monicelli quando, in una delle ultime interviste, disse che “la speranza è una trappola inventata dai padroni”. La capacità di adattarsi dinamicamente a un contesto doloroso, di sublimare le difficoltà in vista di un equilibrio “oltre”, è indubbiamente un pregio, a patto però che sia un punto di partenza. Ho invece l’impressione che questa “cultura della resilienza” tenda a essere eccessivamente conservatrice, se mi passi il termine. La storia dell’umanità è tanto una storia di conflitti che di fuga dai conflitti. Per uno che si solleva contro le ingiustizie, la corruzione, lo squallore, ce ne sono cento che piegano la testa e tirano a campare: meglio un dolore noto – si dicono -, che una libertà ignota. Ecco, mi pare che tutti questi appelli alla resilienza – per come vengono fatti, persino per chi li fa e dove – siano complici di uno stato di cose profondamente iniquo; che ci educhino all’arrendevolezza in nome di un pragmatismo esistenziale che distrae dal fine ultimo dell’uomo: la rivolta. Il mondo è un bel posto, e per esso si deve lottare. Educarsi sistematicamente alla sopportazione, a trovare in questa sopportazione una dimensione confortevole, per quanto nobile, è un inganno. Saluti.

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  4. Paolo Streito 10 novembre 2017 at 11:33

    Capisco la provocazione, ma sostenere che ‘Il dolore rende lucidi, la rabbia rende agguerriti’ mi sembra sintomo di poca consapevolezza. Il dolore, così come la paura, se non rivissuti consciamente sono al contrario paralizzanti. La rabbia poi, se non compresa, è una bomba ad orologeria pronta ad esplodere tipicamente ma non casualmente per ‘futili motivi’…Il problema, a mio parere, casomai, non è solo un dolore noto preferito ad una libertà ignota, ma piuttosto la paura di vivere e comprendere un dolore ed una rabbia che ci sono ma le cui cause sono ai più ignote, anche e soprattutto perchè per avere la volontà di svelarle a se stessi ci vuole tempo, fatica ma soprattutto coraggio…

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    1. Inunfuturoaprile 10 novembre 2017 at 12:16

      Ciao Paolo, grazie per il tuo commento. L’idea del “dolore noto preferito ad una libertà ignota” viene proprio da lì: dalla consapevolezza (istintiva) che approfondire le cause del dolore richieda “tempo, fatica ma soprattutto coraggio”. La rabbia: certo, fraintesa è una bomba a orologeria, pronta a sfogarsi in maniera pretestuosa su qualsiasi cosa abbia il “torto” di presentarsi a tiro. E tuttavia, se ben indirizzata (magari proprio da quel dolore che ci ha resi lucidi), lasciarla manifestarsi è un atto di igiene che per troppo tempo abbiamo ignorato. Le contro-utopie del Boom prima e del “Nuovo Miracolo Italiano” poi ci hanno resi schiavi della febbre consumistica; il piacere meschino a cui abbiamo indugiato è la moneta con cui ci è stata ricompensata l’ignavia dinanzi a pezzi di potere che svendevano il nostro futuro. Col senno di poi, non un grande affare. Recuperarla, questa rabbia, e non lasciarla disperdere sempre nel ruscelletto carsico delle strategie di sopravvivenza da manuale di self-help, mi pare oggi un impegno non più derogabile. Saluti.

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  5. mari 10 novembre 2017 at 14:35

    Bel pezzo.
    stay angry, altrochè.

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    1. Inunfuturoaprile 10 novembre 2017 at 18:32

      Grazie 🙂

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