Un manifestante anti-Trump

Contro la resilienza

Resilienza: che questo termine sia oggi di moda la dice lunga sulla storia dell’ultimo decennio. La rivoluzione è una controrivoluzione: alla lotta si è sostituita la sopportazione, di cui s’insegna ora il valore terapeutico. La grandezza dello spirito non si misura più con l’urlo di battaglia, ma nella piccineria zen della flessibilità (scelta di parola non casuale). Uno può obiettare: resilienza è una strategia di adattamento intelligente al dolore. Non l’arte di incassare, ma la capacità di riorganizzare la propria vita a partire da un trauma. Il punto è un altro: che essa presuppone l’accettazione, entro la quale il senso comune il più delle volte l’esaurisce. Il mondo fa schifo? Pazienza, tira dritto e trova dentro di te la felicità. Ve l’immaginate Dostoevskij resiliente? E Spartaco? Che Guevara?

Ecco spiegato il piattume indecente di questi tempi: conformismo, sfruttamento, futuro che latita non sono più la scintilla del conflitto, piuttosto l’occasione per applicare finalmente certi rituali di (auto)flagellazione travestiti da carezze a cui il liberismo cerca di educarci da anni. Come se fossimo noi, il male, non loro; come se fossimo noi a doverci adattare, a dover accettare, a doverci sentirci in colpa, e non loro a sparire.

Non discuto gli esiti psicologici della resilienza: probabilmente un Dostoevskij resiliente sarebbe campato più a lungo e più felice. In compenso, noi avremmo avuto in dote un mondo infinitamente più brutto. Non bisogna temere il dolore, e neppure cercare sempre di stemperare la rabbia. Soffrire fino in fondo, senza scendere a patti con le proprie ferite, alle volte è l’unico modo per capire; soprattutto, è l’unico modo per presidiare un campo che, altrimenti, sarebbe ostaggio dei soliti bricconi – i sepolcri imbiancati, i politici corrotti, le multinazionali, coloro che avvelenano di menzogne e ipocrisia la sfera ciancicata e storta su cui galleggiamo.

Il dolore rende lucidi, la rabbia rende agguerriti. Volerli superare ad ogni costo, archiviare ad ogni costo in nome dell’efficienza psicologica (si sa, uno schiavo contento è uno schiavo più leale) o di una fraintesa spiritualità, è un errore storico e individuale di cui paghiamo, ogni giorno che passa, un prezzo sempre più alto.

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