Come può finire

Uno dei compiti più difficili che si presentano a chiunque voglia contestare il neopopulismo è smontare il mito del leader rozzo ma pragmatico, quello che, bando alle ciance, “porta a casa” i risultati.

Salvini e Di Maio hanno costruito la loro ascesa su questo assunto: meglio un gaffeur onesto che un azzeccagarbugli competente. Il che non sarebbe neppure scorretto, se non fosse che porre la questione in questi termini escluda la possibilità che competenza e onestà possano andare a braccetto. Una visione assai umiliante della politica, una prospettiva poco rosea per noi cittadini. Ma tant’è: ai populisti non interessa risolvere i problemi, ma offrire per ogni problema la soluzione più semplice. Perché il trucco riesca, almeno nel breve periodo, è necessaria un’élite liberale e progressista mediocre e la complicità del “popolo”. L’idea di “farla finita con le chiacchiere” risponde al sogno di un leader che pensi a tutto lui e non rompa troppo le scatole.

Ma al di là di tutto ciò, i fantomatici risultati esistono davvero? A guardare i primi dati, non sembrerebbe. E quand’anche esistessero, non giustificherebbero il pericolo che stiamo correndo.

L’azione disintermediata trova legittimità nella tesi secondo la quale il potere costituente sia superiore al potere costituito, ovvero che la legittimazione elettorale consenta di derogare al rispetto delle regole. Le classi dirigenti coltivano da sempre il sogno anarchico dell’impunità, l’asse ereditario che lega Berlusconi a Salvini. Differiscono i guai giudiziari, non cambia la solfa: per processarmi dovete farvi eleggere. Anche da questo punto di vista, il neopopulismo è molto simile alla solita vergogna del potere che giustifica se stesso. La differenza dovrebbe farla la “novità”. Dato che siamo nuovi, che non abbiamo legami con quelli, si dice, non possiamo essere come quelli. Fidatevi di noi.

Una minima dose di discrezionalità nell’esercizio del potere è consentita, e anzi necessaria, nella misura in cui favorisca una più equa applicazione di leggi e regolamenti. Dunque, la discrezionalità non è nemica delle leggi e dei regolamenti, al contrario, ne garantisce la funzione. Ma che succede se la discrezionalità diventa la norma, se l’emergenza si fa prassi? Succede che la democrazia si svuota, e poi inevitabilmente si sgretola. Il pericolo non è una deriva autoritaria sul modello del Fascismo storico (il passato non si ripete mai uguale), ma il concretizzarsi di una società nella quale l’esercizio delle libertà e dei doveri civici sia dapprima soffocato e infine reso impossibile dal narcisismo, dall’ossessione per il consenso e il marketing.

Un tempo l’espressione “primato della politica” alludeva alla rivolta sistemica al meccanismo disumanizzante della produzione e delle sue leggi. La politica come perimetro di salvaguardia collettiva dall’alienazione. Oggi, declinato nella forma di un nazionalismo d’accatto, il “primato della politica” è lo schermo dietro cui una classe dirigente infantile, povera di coraggio e di idee, nasconde il proprio vuoto pneumatico. E lo fa con la sventatezza di chi crede di non aver nulla da perdere perché nulla possa essere perduto. È un errore grave. La pace e la prosperità che l’Occidente ha guadagnato nel dopoguerra sono revocabili. Isolamento politico, guerre commerciali e crisi diplomatiche mettono entrambe a dura prova. La regressione è sempre dietro l’angolo. L’evoluzione tecnologica crea l’illusione di un percorso lineare, ma la verità è che la storia procede a strappi. Il progresso s’inceppa quando, nella notte di un futuro incerto, la nostalgia di una purezza in realtà mai realizzata e irrealizzabile diventa la stella polare, quando il capriccio d’imporre a tutti i costi la propria volontà prevale sulla ragionevolezza e la continuità del costruire giorno per giorno, insieme.

Si comincia quasi per scherzo. Lo sdoganamento della cattiveria, un ministro che entra in Parlamento con la divisa della polizia. Poi i porti chiusi, gli insulti ai paesi vicini. Da lì a premere il fatidico bottone rosso ci vuole meno di quanto si creda. Non è questa la fase, ovviamente. Siamo ancora alla farsa. Ma si sa come può finire.  

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