Cittadini

Il guaio del genere umano è una dose insufficiente di senso del ridicolo. Se fossimo in grado, guardandoci, di ridere di noi stessi, sai le figuracce, le tragedie che eviteremmo? Se Hitler si fosse visto per quello che era, un ometto pettinato come un emo ante-litteram che alzava al cielo i pugnetti sifilitici mentre delirava di “purezza della razza ariana”, ci saremmo risparmiati decine di milioni di morti. Per non parlare del Duce e della sua retorica macchiettistica, o di quel tale che, tempo fa, si definiva presidente-operaio pur possedendo mezza Italia.

Il potente, si sa, non ride mai realmente di sé. Impegnato com’è a mettere in scena la recita della propria magnificenza, della propria infallibilità, indulge all’auto-ironia solo per arricchire di sfumature il personaggio. Ma l’autoesame del ridicolo, ben più spietato di qualche battutina occasionale, quello no, mai. Lo stesso dicasi per gli elettori. Un tempo c’era la scusa dell’ideologia: credere in un mondo nuovo, migliore, era una professione di fede, e si sa che anche lì, quanto ad auto-ironia, siamo messi maluccio. Oggi c’è l’investimento emotivo a disinnescare il senso del ridicolo. Prendersi sul serio fino in fondo è necessario alla sopravvivenza dell’ego, che in epoca di narcisismo rampante è l’unico Dio. La verità è che, nonostante le certezze sbandierate ogni giorno sui social, una pernacchia potrebbe mandarci in frantumi.

Matteo Salvini, ultimo dei potenti a cui questo Paese ha scelto di concedere l’aureola del Salvatore (tranquilli, è solo un prestito), è uomo serio, pragmatico, energico, ma anche papà, tombeur de femmes, dispensatore di emoticon, appassionato di tv spazzatura e collezionista di divise delle forze dell’ordine (anche se adesso gira in mimetica da statista). Insomma, nonostante la sua figura sia nazionalpopolare in modo addirittura grottesco, egli mostra di essere totalmente sprovvisto di senso del ridicolo. La riprova (l’ennesima) l’abbiamo avuta sul caso del bus dato in fiamme in provincia di Milano da Ouesseynou Sy, cittadino italiano di origine senegalese, come gesto di protesta estrema – ha affermato – per le politiche del governo sulla questione migratoria. L’autobus non era vuoto: a bordo, 51 studenti delle scuole medie, tra cui Rami, nato in Italia da genitori egiziani, il primo a dare l’allarme e a sventare così la tentata strage. Salvini ha subito proposto di offrire al ragazzo la cittadinanza italiana e, nel contempo, di toglierla a Sy. Rami, coraggioso fino in fondo, ha rilanciato chiedendo lo “ius soli”. Ed è qui che Salvini ha rispolverato il grande classico di questo governo: «È una scelta che potrà fare quando verrà eletto parlamentare, intanto la legge sulla cittadinanza va bene così com’è». Della serie: si faccia prima eleggere.

In un Paese serio, un ministro che dicesse una cosa del genere a un ragazzino che ha contribuito a sventare un (presunto) atto terroristico verrebbe sepolto da una valanga di risate. Anzi, neppure la penserebbe una cosa del genere. Ma tant’è, siamo in Italia, e questo basta a capire come mai non ci si sia scandalizzati troppo. La frase, oltre a denotare un becero infantilismo, rivela anche altro, una concezione proprietaria della democrazia per cui chi arriva primo prende tutto. Il conflitto tra potere costituito e potere costituente, tra legittimazione e legalità, non è mai stato tanto eclatante come oggi. Chi ha i voti può ogni cosa e chi non ce li ha si attacca al tram, anzi all’autobus, e gli tocca sperare che questo vada a fuoco e di essere sufficientemente sveglio e fortunato da diventare un eroe per vedere sanata una situazione irragionevole, spiegabile solo con il mix di cinismo e ottusità di cui la politica, purtroppo, è capace.

Del resto, per il ministro Salvini e i suoi accoliti, e per i compagni del governo – perché, una buona volta, occorre smetterla con il giochino del poliziotto buono (Di Maio) e del poliziotto cattivo (Salvini), qui sono l’esecutivo intero e la sua politica a essere chiamati in causa –, è molto meglio fare i conti con il popolo piuttosto che con i cittadini. Il popolo è una massa informe, proiezione megalomane di un mondo valoriale (quello del leader) modellato sul senso comune, dunque un’entità comoda, facile da plasmare, da solleticare, da agitare. I cittadini, invece, sono una comunità di soggetti emancipati dal brodo primordiale della servitù al sovrano. Il popolo si alleva come i polli in batteria, basta ingozzarlo di porcherie anabolizzanti, e comunque esiste solo in funzione del condottiero in cui si realizza quella soggettività che la condizione subalterna nega ai suoi membri. Ciascun cittadino, invece, è uno tra i pari, diritti e doveri gli appartengono da prima che nasca e per essi non deve ringraziare o biasimare nessuno, solo fornire il proprio contributo affinché l’ecosistema in cui sono maturati si mantenga sostenibile.

Troppo difficile. I populisti, e in special modo i sovranisti, non hanno alcun interesse a battersi per cose come l’emancipazione, l’integrazione, l’inclusione. Altrimenti come potrebbero suscitare quelle emergenze di cui solo essi proclamano di possedere la soluzione? A questo porta la deriva illiberale in atto in questi giorni, a un pervertimento delle democrazie fondato sullo svuotamento di parole e funzioni, a regimi in cui la dignità personale è ostaggio dei capricci del sovrano e le garanzie civili si sospendono in nome di una mitologia oscurantista (Dio-patria-famiglia) che, mentre placa l’angoscia della società liquida, ci relega al ruolo di sudditi.

Se il rischio non fosse una nuova tragedia, la puerilità delle idee in campo, la pacchianeria degli slogan e lo spessore dei personaggi coinvolti potrebbero indurci a dichiararla una farsa. Il cerchio, quindi, si chiude: si prendono sul serio coloro i quali non hanno nulla per cui prendersi sul serio, gli uomini vuoti. Ma se sapremo reagire, e trovare dentro di noi le ragioni di un nuovo impegno, la risata della Storia li seppellirà.


Aggiungi un commento