Che mangino brioche

«Se Bankitalia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima si volta si presenti alle elezioni con questo programma». Così il ministro Di Maio ha replicato al vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, il quale, in un’audizione sulla Nota di aggiornamento al Def davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha suggerito al governo di non smantellare la recente riforma pensionistica. Prima dell’involontaria profezia auto-avverantesi di Fassino («Grillo, se vuol fare politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende»), la frase del capo politico del M5S mi ha fatto venire in mente lo sprezzante invito che si è soliti attribuire alla regina Maria Antonietta. La quale, a chi le faceva notare che il popolo era affamato, avrebbe risposto: «Se non hanno più pane, che mangino brioche».

Ora, al di là del fatto che Maria Antonietta non ha mai pronunciato la famosa battuta (fosse tra noi oggi, accuserebbe: “Fake news!”), mentre invece Di Maio la scempiaggine l’ha detta (in un’intervista concessa in renzianissima camicia bianca, gomito a gomito con Salvini) e scritta (nella consueta invettiva social), tutto separa le due affermazioni. Meno un particolare: l’arroganza lunare che da esse trasuda. Come puoi, a chi non ha il pane, consigliare le brioche? Come puoi, a chi muove un rilievo tecnico, rispondere con una banalità demagogica? Puoi se sei superficiale, cinico, ignorante o tutte e tre le cose messe insieme. Che l’argomento del contendere, nel caso dell’ennesima ridicola uscita del vicepresidente del Consiglio, sia la legge Fornero, ovvero una norma la quale, pur tentando di rimediare all’atavica insostenibilità del sistema pensionistico italiano, ha causato imperdonabili danni a migliaia di lavoratori, non deve trarre in inganno. Se si mettono insieme mele e mazze da golf e si presenta la composizione come un grazioso canestro di frutta, l’unica cosa che dovrebbe rilevare è il tentativo cialtronesco o truffaldino e gli effetti nefasti che esso produce, non le buone intenzioni che si immaginano a monte. Anche perché, ricordiamoci, di buone intenzioni è lastricato l’inferno.

L’esternazione di Di Maio testimonia, dunque, una cecità pari e opposta a quella tecnocratico-mercatista che intende combattere: siamo passati da “le élite hanno sempre ragione” (falso) a “il popolo ha sempre ragione” (falso altrettanto). La questione che i neopopulisti sollevano è cruciale per la democrazia: il conflitto tra potere costituito e potere costituente, tra legalità e legittimità, è risolto in favore della seconda, per cui chi ha i voti può tutto, chi non li ha può solo tacere. E poco importa che si tratti di un giudice che fa il suo dovere o di un’istituzione che esprime, legittimamente, un parere. Ciò che conta è aizzare la folla berciante contro i Nemici del Popolo per mascherare l’inconsistenza di una politica che, al di là delle parole, non segna alcuna rottura con il passato.

Tornando alla manovra finanziaria che la nota di aggiornamento al Def prospetta, il sostegno a chi non ha o ha poco sarà realizzato con altro debito, cioè caricato sulle generazioni future, anziché, ad esempio, investendo nel pubblico, tagliando gli sprechi, combattendo l’evasione fiscale o tassando i colossi del web. Altro che primato della politica e dignità. Qui c’è il solito vecchio circo, con Masaniello al posto della Regina e il popolo, sotto, sempre a morir di fame.

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