Democrazia a cinque stelle

Dopo Davide Casaleggio, Beppe Grillo torna sulla questione della democrazia. Lo fa con un’intervista, postata sul suo blog, dal titolo eloquente: “La democrazia è superata”. Come il suo sodale, Grillo si lancia in un’appassionata esaltazione delle nuove tecnologie, che «possono coinvolgere le persone in un referendum a settimana, direttamente nelle loro case». Per questo, quindi, la «democrazia è superata» e «dev’essere sostituita con qualcos’altro, magari con un’estrazione casuale».

Ora, Grillo compie involontariamente un passo in avanti rispetto a Casaleggio: il problema non è più il superamento della democrazia rappresentativa (in favore di quella diretta), ma il superamento della democrazia e basta. Un’approssimazione grossolana che dice molto sul personaggio, e insieme un lapsus che rivela a cosa si ridurrebbe una società nella quale la politica divenisse un referendum permanente e in cui gli spazi di discussione fossero racchiusi nel perimetro virtuale di un’app. Una democratura, nella quale – come dimostrano le esperienze della Brexit e dell’elezione di Trump – avrebbero gioco ancora più facile i manipolatori e gli avvelenatori di pozzi, ovvero la nuova incarnazione di quell’establishment politico-finanziario più o meno occulto in reazione allo strapotere del quale il Movimento si è formato e che ora (vedi la saldatura con la Lega e la conseguente vicinanza ai sovranisti e all’internazionale populista di Bannon) non dispiace più.

Nell’intervista, Grillo spiega inoltre che il M5S è «biodegradabile»: allude all’idea (nobile) che la politica sia mero strumento di emancipazione sociale. Tuttavia, la “furia del dileguare” lo porta ad eccedere nel senso di prospettare una vera e propria evaporazione del tessuto sociale e della dimensione esperienziale dell’esistenza. Il mondo del futuro immaginato da Grillo è inevitabilmente un mondo dominato da grandi agglomerati tecnologici, in cui l’incontro con l’Altro, la riflessione, l’elaborazione e, dunque, la memoria sono sostituiti dall’alienazione totale nel presente, nel momento e nella sua emotività. Il risultato sarebbe un’accentuazione del regresso culturale e dell’isolamento rancoroso che costituiscono la dimensione preminente del senso comune odierno, nonché di quello spaesamento giovanile che pure Grillo denuncia. «I giovani hanno bisogno di narrazione», dice, aggiungendo che i dirigenti dei partiti di sinistra «non raccontano più storie».

Storie, ovvero facezie, boutade. Come quelle che un tempo Grillo propinava nei suoi spettacoli e ora, sgangherato profeta ipermoderno, spaccia per mirabolanti intuizioni e ricette di progresso sociale.

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