Barbie statista

Sul finale di Kill Bill volume 2, David Carradine pronuncia un celebre monologo sui supereroi. La tesi, in breve, è questa: Superman è l’unico che non deve indossare ma togliere una maschera per essere se stesso. Mentre Bruce Wayne e Peter Parker diventano Batman e Spider-Man, Superman è Superman. I genitori adottivi lo trovarono, bambino interstellare precipitato sulla Terra da un pianeta lontano e morente, avvolto nel celebre costume con la S rossa ricamata. Clark Kent, il mite e impacciato reporter, perdutamente innamorato di Lois Lane, è il suo alter-ego, il travestimento che indossa per vivere nel mondo degli esseri umani.

Parlando di costumi e superuomini (in questo caso, presunti), e riportando il discorso all’attualità, viene in mente Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno, nonché vicepremier nonché segretario della Lega nonché prossimo leader dei sovranisti europei, è l’unico politico che abbia fatto della mascherata il mezzo espressivo prediletto. Un giorno te lo ritrovi vestito da volontario della Protezione Civile tra le macerie di un terremoto, un altro sorride all’inaugurazione di una caserma con la divisa dei pompieri, un altro ancora si auto-immortala con la giubba della polizia. Cosa c’è di male? La confusione tra Stato, governo e partito, la quale sembra una caratteristica della compagine gialloverde. I partiti rappresentano gli elettori, il governo tutti i cittadini. Il governo passa, cambia o può cambiare ad ogni elezione, lo Stato, l’architettura istituzionale di un Paese, no, gli preesiste e gli sopravvive, in nome di un fondamentale diritto alla continuità. Giustapporre queste tre figurazioni tipiche della democrazia liberale produce un’ambiguità insopportabile, pericolosa, la tendenza a considerare proprie cose che non sono di nessuno perché poste a garanzia di tutti. Il ministro dell’Interno dovrebbe essere il ministro di tutti gli italiani. Il fatto che tenga comizi, arringando le folle contro gli avversari politici, è un’aberrazione. Non parliamo, poi, dell’opportunità che il suddetto ministro sfoggi una divisa della polizia in Parlamento. Qui l’aberrazione è plastica, addirittura iconica.

A proposito di divise, avrete certamente notato che Salvini, da un po’, si guarda bene dall’indossarne. Predilige giacca e cravatta. Di tanto in tanto si concede qualche felpa, ma lì almeno non si mette in pericolo la democrazia, al massimo il buon gusto. Il gioco, dunque, è entrato in una fase nuova: quella istituzionale. Dopo aver recitato il ruolo del paladino del Nord secessionista, dopo la svolta nazional-sovranista, dopo il Vangelo, il rosario e i porti chiusi, ora tocca al politico serio, affidabile, persino sotto le righe, il quale tranquillizza, parla poco, non polemizza, lavora tanto e per il bene dei mitologici italiani (60 milioni, tutti dalla sua parte, ça va sans dire).

Salvini, dunque, sembrerebbe nella sua fase Clark Kent. Una fase mimetica, apparentemente matura, certamente la più adatta per passare all’incasso. Il governo rischia di non sopravvivere alle prossime elezioni europee (un M5S troppo debole sarebbe un problema), dunque il capo della Lega si prepara, si cala nella parte, hai visto mai gli capiti di fare il presidente del Consiglio. Per fare cosa, poi, non è chiaro. Questa classe dirigente è attratta dal potere per se stesso, lo accumula per inerzia, per noia, per cercare continue conferme al proprio ego ipertrofico. Salvini è uno specialista dell’elusione. I cambi di casacca sono parte di un diversivo, di uno stratagemma che distoglie dal sostanziale vuoto di idee creando emergenze e tensioni invece di risolverle (vedi migranti e legittima difesa). Ma anche questo è funzionale a un Paese che non vuole realmente affrontare i propri problemi e preferisce trastullarsi coi soliti, vecchi guai.

In questo senso, il paragone con Superman/Clark Kent è fuorviante, sopravvaluta il ministro dell’Interno, attribuendogli una coerenza, una forza etica, una nobiltà e, insieme, un’innocenza che non possiede. Come molti politici della sua generazione, il nucleo ideologico di Salvini è un grumo di convinzioni superficiali, labili, di appetiti nostalgici ed egoistici riverniciati da un linguaggio il cui tratto “innovativo” è la sgrammaticatura (istituzionale e non), la spregiudicatezza “cattivista”. Salvini, dunque, è nient’altro che il più degno erede del “trasformismo” berlusconiano, uno Zelig, o, se si preferisce, un bizzarro prototipo di Barbie, di quelle che differiscono per i gadget e i vestitini. Ora, a quanto pare, ci tocca la Barbie statista.

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