Auguri dal sottosuolo

Uno dei regali più belli che possiate farvi per Natale è leggere Memorie dal sottosuolo, tra i capolavori di Fëdor Dostoevskij. Pubblicato nel 1864, è un monologo suddiviso in due parti. Nella prima, più filosofeggiante, il protagonista espone il proprio retroterra psicologico e morale (il “sottosuolo”); nella seconda, più narrativa, s’ammucchiano, col tipico fare convulso del grande russo, una serie di episodi in cui le premesse si mettono all’opera e il lettore può toccare con mano l’abiezione dell’anti-eroe dostoevskiano. Il libro merita un posto sui vostri scaffali per tanti motivi; tra gli altri, una riflessione illuminante, l’idea secondo la quale l’uomo non solo non è votato al bene (badate, siamo ben prima di Freud e del suo Todestrieb) ma addirittura è capace di agire contro il proprio tornaconto, scientemente. Perché? Per un vantaggio addirittura superiore, sebbene puerile: l’affermazione della propria volontà.

Umberto Eco, anni fa, disse che i social avevano sturato la bottiglia della cretinaggine da bar, inondando di umori poco nobili a destra e manca. Alludeva al fatto che un tempo – in cui forse non si era più buoni ma certamente più pudichi – chi aveva la terza media non si metteva a dare dell’asino a un ingegnere nucleare. Intendiamoci: avere la terza media non è una colpa, e pure l’ingegnere nucleare può dire fesserie. Inoltre, la razionalità scientifica non è immune da condizionamenti che con la razionalità e la scienza hanno poco a che vedere. Ma questo non giustifica il teatrino dell’arroganza, della dabbenaggine, dell’approssimazione cui assistiamo quotidianamente a tutti i livelli, anche istituzionali.

Che si tratti di vaccini o finanza, alla base della retorica neopopulista e delle “teorie alternative” che la sostanziano c’è, oltre al fiasco delle élite degli ultimi trent’anni, il desiderio di piantare una bandierina su un pezzo di vita e dire: questo è mio, non si tocca. Insomma, poiché non riconosciamo più alcuna autorità superiore al nostro arbitrio (il Padre è evaporato, direbbe Lacan), occorre in qualche modo smentire la tirannia che la società pretende di esercitare su di noi tiranneggiando a nostra volta. E che importa se il rischio è di assestarci il colpo di grazia?

Direte: ma allora lasciamo tutto così com’è? E la rivoluzione? Posto che non occorre leggere Bauman (e se occorresse, il riferimento è Socialismo utopia attiva) per rendersi conto di come l’elitarismo faccia parte del copione rivoluzionario (le masse vanno educate), nessuna rivoluzione è degna di rispetto se minaccia di precipitare il mondo dalla padella alla brace. Il che accade immancabilmente quando la rivendicazione legittima si mescola al capriccio, all’ambizione smodata, al narcisismo. Nella fattispecie, se il problema sono le sperequazioni del neoliberismo, pensare di risolverle smantellando la democrazia liberale è una sciocchezza, oltre che una follia. Orban docet. La verità è questa: pur di affermare un imperio che la nostra immaturità non autorizza siamo disposti a sfasciare tutto. È questo il nostro sottosuolo.

La “manovra del popolo” ne è l’ultimo mattoncino. Il Parlamento ridotto a un “bivacco” (direbbe il buon Dibba) di schiacciabottoni, come e più di prima, e proprio da quelli che avevano giurato di aprirlo “come una scatoletta di tonno”. I suddetti schiacciabottoni che festeggiano, i tg che sbobinano a reti unificate la farsa delle dichiarazioni (sguardo in camera e frasario politichese come un Gasparri qualsiasi) e il “popolo”, ovvero la sua avanguardia più rumorosa, che applaude, prendendo parte anch’esso alla recita di fine anno della politica che “sconfiggere la povertà”, fatto, “sconfiggere la corruzione”, fatto, “chiudere i porti”, fatto, ma intanto tutto rimane uguale a prima, e quindi è un po’ peggio di prima.

Non si rendono conto, quelli che festeggiano, che non c’è davvero nulla da festeggiare? Quelli del “piano di sopra” certamente sì, non sono stupidi, semmai vivono alimentando la stupidità per debolezza e tornaconto; quelli del “piano di sotto”, no, del resto a loro importa solo strillare. Però, ecco, forse la miseria peggiore è questa: al nostro sottosuolo manca la grandiosa voluttà dostoevskiana dell’auto-smascheramento, dell’ignominia. Ci si prende terribilmente sul serio, la recita non ha l’attenuante del grottesco. Avremmo, almeno, il grande romanzo contemporaneo. Invece ci tocca l’avanspettacolo del sovranismo. Auguri.

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