Scampia

Appunti per il dopo

Siamo ancora nel pieno dell’emergenza coronavirus ma occorre, per non farsi cogliere impreparati, già pensare al dopo. Il trambusto di questi giorni ha portato alla luce alcune questioni sulle quali dovremmo riflettere, e seriamente, per imprimere la svolta tanto agognata al nostro mondo.

Primo, la qualità della classe dirigente. D’accordo, la situazione è eccezionale, ma i governanti di tutto il mondo ci hanno messo del loro. Non mi riferisco alle omissioni volute (vedi Cina o Iran), ma alle gaffe e agli errori tipici di un certo modo superficiale e irresponsabile di affrontare le cose che contraddistingue i leader odierni. Ci siamo lamentati di Conte: troppo presenzialista, troppo poco presenzialista, troppo deciso, troppo poco deciso, troppo conciliante, troppo poco conciliante (al punto di esser stato accusato da Salvini, quello che fino a pochi mesi fa s’affacciava al balcone del Duce e reclamava “pieni poteri”, di aver sospeso la democrazia). Con tutta l’impreparazione e gli errori che gli si possono imputare, Conte non è stato peggio di Macron, che prima ha annunciato la più grave crisi sanitaria del mondo moderno e poi ha mandato tutti a votare; di Johnson, che un giorno ha dichiarato in diretta tv di voler sacrificare due-trecentomila persone sull’altare dell’immunità di gregge e il giorno dopo ha ordinato il lockdown; di Trump, l’immancabile Donald Trump, che al mattino ha snobbato il coronavirus come un’influenza e alla sera ha annunciato un piano da duemila miliardi di dollari per sostenere l’economia.

Il problema non riguarda solo il governo centrale ma anche le amministrazioni locali. Me lo ricordo Zaia, uno di “quelli bravi”, che qualche settimana prima che la situazione in Veneto si aggravasse protestava contro il governo, sostenendo che il provvedimento con cui la sua regione veniva definita “zona rossa” fosse eccessivo. E che dire di Fontana, con la sua mascherina. O di Sala e Gori, e degli hashtag #BergamoNonSiFerma, #MilanoNonSiFerma. Sul banco degli imputati merita di starci la politica a ogni livello, incapace di stabilire e tenere una linea, preda di convulsioni comunicative, ripensamenti, giravolte narcisistiche. Lo spettacolo, sinora, è stato a dir poco desolante.

Secondo, occorre ridefinire il concetto di necessario. Il livello di vita si è innalzato, per dirla con Ortega y Gasset, la società è cresciuta, al punto tale che nel paniere delle cose di cui non possiamo fare a meno rientrano oggi anche le comodità, ovvero l’inessenziale per eccellenza. Per esempio: avreste mai immaginato, nel pieno di una pandemia, che lo Stato avrebbe dovuto fronteggiare le pretese dei runner della domenica? Tutti gli appelli a rimanere in casa, i controlli, le sanzioni: perché? In una situazione del genere dovrebbe essere il buonsenso a suggerire di stare al sicuro, non lo Stato. A questo siamo, al gioco che si faceva alle elementari, la lavagna con i buoni e i cattivi. Sempre Ortega y Gassett definiva l’uomo contemporaneo il “signorino soddisfatto”, un tipo d’individuo che scambia i suoi appetiti per diritti. E’ questo che siamo. Non ci ferma neppure l’emergenza. Se il superfluo è indistinguibile dall’essenziale, oggi, è perché non rinunciamo mai a noi stessi. Io, io, io. Uno standard di vita che ci chiede di fare a meno dei capricci non lo consideriamo quasi più vita.

Terzo, qual è il futuro delle democrazie occidentali? E’ un punto che si ricollega ai due precedenti. La qualità delle nostre democrazie sarà migliore o peggiore dopo la pandemia? Nelle ultime settimane, l’emergenza COVID-19 ci ha distratto dalle discussioni in voga negli ultimi anni. Ma il populismo e il sovranismo sono tutt’altro che sconfitti. Se c’è una cosa che il virus dimostra è che è impossibile pensare, oggi, un mondo di nazioni ciascuna rinchiusa entro i propri confini. Al contrario, il mondo è contraddistinto da un elevato tasso di interdipendenza. Si obietterà: ma è proprio questo il punto. Se ciascuno fosse rimasto a casa propria, non avremmo una pandemia, il focolaio sarebbe rimasto confinato in Cina, sarebbero stati affari loro. La questione, però, è che stare tutti a casa nostra, oltre a non essere auspicabile, è anche impossibile. Ai glorificatori dei “bei tempi andati” dico che la nostalgia di un mondo chiuso, impermeabile, ha più a che vedere con il mito che con la storia. “Nostalgia” viene da “nostos”, “ritorno”, ma, in questo caso, ritorno a che? La globalizzazione non è affare degli ultimi trent’anni, piuttosto degli ultimi due (la rivoluzione industriale) o cinque secoli (la scoperta dell’America). Ma anche prima, c’è mai stata un’epoca di popoli divisi come da compartimenti stagni? Pensiamo alle signorie medievali, agli scambi continui che intrattenevano. O, più indietro, all’Impero Romano, al suo vitalissimo concetto di cittadinanza, al fatto che mentre esso si consolidava già si preparavano, altrove, le condizioni che avrebbero portato i barbari a determinarne il crollo. Il mondo non è mai stato chiuso perché la vita non lo è. La vita è apertura, amore per la luce, desiderio di espandersi, perpetrare se stessa all’infinito. L’apologia dei porti chiusi come panacea di tutti i mali è una menzogna e un pericolo.

Eppure, i sovranisti sono lì, e l’Europa (tanto per ricollegarci alla questione della qualità della classe dirigente) ha deciso di dargli una mano. E’ di questi giorni la notizia del mancato accordo sugli Eurobond. Prevale ancora una volta la linea dei paesi del Nord, indisponibili a lasciarsi alle spalle la stagione ultrarigorista. Siamo alla follia. La crisi economica che ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni sarà gravissima, metterà in ginocchio il mondo intero. Il clima di questi giorni, che ci tutti concentrati sul quotidiano bollettino dei contagiati e dei morti, non deve trarre in inganno: un’ondata di risentimento, di frustrazione, di rabbia sociale è pronta a spazzare via il clima di solidarietà trans-nazionale.

Più in generale (è il quarto punto), è sotto gli occhi di tutti come l’equilibrio economico che abbiamo costruito, fondato sulla crescita infinita, la produzione infinita, il consumo infinito, sia estremamente fragile, un dis-equilibrio portatore di gravi scompensi ambientali e socio-economici che si ritorcono, alla lunga, contro tutti. Una crisi come questa dovrebbe essere l’occasione per ripensare tutto. Sospetto invece che passata la nottata si tornerà ai soliti vizi. Traumatizzati dall’aver constatato che sì, malgrado tutti gli oggetti di cui siamo circondati, si può morire, annegheremo ancor di più l’ansia nel consumo. La naturale propensione alla socialità, un desiderio declamato in forme persino struggenti (ma sincere?) nell’era del distanziamento sociale, sarà sempre più in lotta con il desiderio “igienico” di ritagliarsi spazi di salvaguardia individuale. Le tentazioni autarchiche abbonderanno. La missione sarà tagliare fuori l’Altro ancor più di quanto non si sia già fatto, rimanere con i “propri”, o addirittura soli con se stessi. Ipocritamente, perché al benessere materiale prodotto dall’interdipendenza non intendiamo rinunciare.  

Tutto questo forse è un’esagerazione. Ma al di là della retorica da post di Facebook, delle canzoni sui balconi, degli hashtag, se c’è una cosa che la storia c’insegna è che l’umanità risolve alla maniera del Gattopardo le lezioni da imparare: “cambiare tutto perché nulla cambi”. Si salvi chi può.      

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *