“In un futuro aprile” è un romanzo

Cominciamo dal principio: mi chiamo Marco Loprete, ho 34 anni e “In un futuro aprile” è il mio primo romanzo. L’ho covato per tre anni, placido e tranquillo, in parallelo con la scrittura di questo blog. Uscirà a inizio febbraio per una piccola casa editrice romana, Ensemble. Ci ho messo dentro moltissimo, sprezzante del rischio di apparire pretenzioso o peggio, ridicolo. Ci sarà tempo e modo di parlarne, spero anche di persona. Vi lascio con la sinossi; per chi volesse essere aggiornato in anteprima sulle vicende del libro (data di uscita, link per l’acquisto online, presentazioni), consiglio di iscriversi alla newsletter.

“In un futuro aprile” racconta di una giornata solitaria, in cui ricordi e speranze si confondono sotto la patina di una malinconia vaga e allucinata. Il protagonista, alter ego dell’autore, si ritrova su una spiaggia, il giorno del suo trentesimo compleanno, in preda a una grave crisi. L’idea che lo assilla è che ci sia, nel tessuto dell’eterno presente che lo impiglia, una maglia rotta. Compito della sua esplorazione – che passa necessariamente per il corpo, il veicolo con cui il mondo entra nella coscienza -, è individuare questa via di fuga, comprenderla e testimoniarla (è uno scrittore in erba), per sfuggire ad uno stallo ormai non più tollerabile.

A spingerlo è l’idea che esista una verità all’infuori della coscienza; una verità che egli cerca, alternativamente, nella natura selvaggia di una spiaggia che frequentava da bambino, nel ricordo della donna che lo ha appena lasciato e a cui aveva affidato le sue speranze di felicità, nei rapporti sociali ed economici. E ancora: nelle sembianze statuarie di una ragazza bionda che prende il sole a riva e nei cui tratti rivive una familiarità oscura, indecifrabile; infine, in una casa a picco su una scogliera, infestata di fantasmi del mondo analogico.

Tutto questo, però, è la prigione, non la lima per scardinare la grata della cella e guadagnare la fuga. Il protagonista ne diventa consapevole (ammesso che, oscuramente, non lo sia già dal principio) a seguito di un violento rivolgimento. Ma non per questo trionfa l’ottimismo. La speranza finale è un atto di fede, quella stessa che egli crede gli difetti ma che, all’ultimo, ritrova, seppure ottusa dal dolore, dallo sgomento. Non è una vittoria ma neppure una resa. La felicità forse è impossibile, ma occorre fidarsi, occorre vivere.

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