Le luci della città

I Blue Nile sono la mia band preferita. Ecco, l’ho detto, e senza la proverbiale pistola alla tempia. Perché mi piacciano così tanto è difficile da spiegare, e infatti neppure ci proverò. Come nei grandi amori, è l’insieme che funziona. (Il resto sono teorie, elucubrazioni buone per quando la magia è finita e l’istinto s’impicca alla domanda: di chi è la colpa?) Lo ammetto, non è il momento migliore per ascoltare una band come quella di Paul Buchanan, Paul Joseph Moore, Robert Bell: i Blue Nile sono la quintessenza della malinconia, ma anche della bellezza. Non è poi così strano che le due cose vadano appaiate. La bellezza porta in dote il riflesso della fragilità di tutte le cose, è per questo che talvolta ci commuove fino alle lacrime. La grande arte, tutta, è una celebrazione della grandezza e della miseria dell’uomo, della straziante precarietà della sua condizione. Vien quasi di volersi bene.

La prima volta che ascoltai i Blue Nile non la ricordo. Ricordo la prima volta che ne lessi. Ero al liceo, all’epoca “La Repubblica” aveva un supplemento chiamato “Musica!”. All’interno, Riccardo Bertoncelli teneva una rubrica, “La Zattera”. Trattava di dischi poco noti e meravigliosi, e una parte del piacere della lettura derivava proprio da lì, dal brivido della scoperta, una cosa che oggi, nell’epoca di Spotify, della comunicazione perenne, dell’assenza di mistero, fa sorridere. In un numero Bertoncelli parlava di “Hats”. Ricordo l’impressione che mi fece la copertina: la silhouette di un uomo col cappello (che solo anni dopo seppi essere lo stesso Buchanan), quella specie di virgola rossa sulla spalla destra, riflesso di una luce misteriosa, lo sfondo blu intenso e quel nome esotico, “The Blue Nile”. Scoprì che si trattava di un gruppo scozzese e che quello era il loro secondo album. Più della descrizione dello stile della band (un synth pop atmosferico, trasognato, venato di soul e funk) mi colpì un particolare: Buchanan, cantante ma anche autore del gruppo, aveva lavorato al disco per anni, poi, insoddisfatto, l’aveva cestinato e riscritto daccapo. “Hats” era uscito nel 1989, ben sei primavere dopo il debutto. Per la musica pop, un’era geologica.

Rimasi affascinato dal gesto. Immaginavo Buchanan in una stanzetta male illuminata, con indosso un dolcevita o qualcosa di altrettanto intellettuale, che prendeva i nastri, li gettava nel cestino della carta straccia e gli dava fuoco (non vorrei sbagliare, ma avevo letto proprio questo, che i nastri erano stati bruciati). La cura, il lavoro di cesello, la pazienza, la forza di scavare nel proprio dolore, tenerlo lì, disfarsene e poi ritornarci sopra di nuovo, ancora, fino allo sfinimento, fino alla perfezione – cose di cui vorrei essere capace anche io, e ci provo. Ma anche l’insicurezza, l’ansia, la frustrazione, la paura di non riuscire ad essere – cose di cui sono capace anche io, ma che non vorrei.

Ricordo quando lo comprai, l’album. Ero al “Centro Cultura Musicale”, un negozio di dischi che sorgeva in quella che a Foggia è chiamata semplicemente “la piazzetta”, il cuore della città vecchia, lo slargo davanti alla Cattedrale. Lo gestiva Pino D. Io e mio fratello eravamo tra i suoi clienti migliori. Durante gli anni del liceo trascorrevamo ore a discutere con lui di musica, ad ascoltare i dischi (che cosa meravigliosa, un negozio dove i dischi si potevano ascoltare e magari non comprare! A Foggia era l’unico). Spendevamo lì la nostra paghetta mensile, per la gioia di nostra madre. Eravamo, come tutti i clienti abituali di Pino, meravigliosamente snob. I nostri giudizi erano taglienti, liquidavamo il mainstream come merda ma non beatificavamo tutto l’indie. Andavamo alla ricerca del tiro, della figaggine, della follia. Eravamo tosti. Erano bei tempi, la merda era merda, le cose buone erano le cose buone. Parlare di musica da una prospettiva politica non era un esercizio ridicolo o grottesco. Oggi, invece, accettiamo tutto, è tutto buono e giusto, un continuo, stucchevole intrattenimento, non sia mai che ci tocchi pensare.

Perdonate lo sfogo. Mi rendo conto che sto uscendo fuori strada, ma alle volte è giusto così. Come in tutte le storie, però, il modo migliore di procedere è partire dal principio, e dunque “A walk across the rooftops”, a.d. 1983. La cover ritrae tre giovani davanti a un edificio malmesso (si tratta di Cathcart Road a Glasgow, un quartiere di case popolari. A destra si nota l’insegna “Hermon Baptist Church”. La chiesa fu distrutta in un incendio nel 2009, poi demolita). La luce li illumina, espressionisticamente, dal basso. La foto mi ricorda certi scatti di Weegee, peccato per il font multicolore che spezza l’impressione di trovarsi in un noir anni ’50. A questo disco ci sono arrivato dopo “Hats”, dunque, pur nella sostanziale continuità tra le due opere, non posso che definirlo in contrapposizione. “Hats” è languido, triste, le orchestrazioni sintetiche luccicano come i neon dei drugstore in una notte di pioggia, sono ariose, forse persino sensuali, nel modo in cui può essere sensuale la malinconia. “A walk across the rooftops” è più spigoloso, nevrotico, hitchockiano (gli archi della title-track mi fanno pensare, più che a Broadway, a Bernard Herrmann), ma anche ballabile. A Tinseltown (Tinseltown in the rain, uno dei loro highlight) piove, ci si dispera, ma nella disperazione si rintraccia un nucleo inestirpabile di gioia, l’eccitazione che si prova alla scoperta della grandiosa miseria umana, della bellissima fragilità della vita («Do I love you? Yes I love you! / Will we always be happy go lucky?»).

Over The Hillside e The downtown lights, da “Hats”, sono percorse da una disperazione quasi springsteeniana, ma l’infelicità del working man non ha nessun potenziale esplosivo di rivolta. “A walk across the rooftops”, invece, è la crescita, il distacco da casa, la laurea, il bisogno d’indipendenza. Tutto può ancora accadere, mille promesse possono andare infrante (sebbene, qualche traccia dopo, Stay metta in scena la fine di un amore, i ritmi danzerecci e la melodia vivace testimoniano ancora di una fase d’esuberanza). Su “Hats”, l’angoscia di Let’s go out tonight (il brano più triste della musica pop?) è terminale. Si prega per sé e per la luce, si cerca un riparo dal rumore incessante delle auto, ma anche dal silenzio dell’altro. Si invoca il gesto di rottura, un atto di coraggio che colmi una distanza spirituale, emotiva. (Il tema, seppur in forma meno privata e più collettiva, comparirà poi in “High”). Su “A walk…” non c’è niente di simile. Però c’è Easter parade. Che, sebbene lacerante, lavora di sottrazione. Poche note di piano, folate di synth, la cronaca della parata di Pasqua fatta di dettagli più o meno insignificanti. Ogni tanto la suonavo alla chitarra. Non era la stessa cosa, ovviamente, ma quegli sparuti accordi persino nelle mie mani incerte riuscivano a strappare un brivido. Ascolti quel pezzo e ti sembra di essere l’omino nel grattacielo di Charles Harbutt. Che poi, io continuo a parlare di fotografia, ma in realtà la qualità visiva (cinematica) della musica dei Blue Nile esige un altro paragone: Edward Hopper. Il senso di solitudine, la malinconia, un certo romanticismo metropolitano, la rarefazione, il silenzio sono tutte qualità che, con le debite differenze e proporzioni, l’arte di Buchanan e del grande pittore americano condividono. From a late night train potrebbe averla scritta uno degli avventori di Nighthawks.

Un’altra cosa mi colpì nella “Zattera” di Bertoncelli: in vent’anni di attività, i Blue Nile avevano inciso solo tre album. Il terzo, “Peace at Last”, fu partorito sette anni dopo “Hats”. È un disco meno bello dei due predecessori, a cominciare dalla copertina (che è proprio brutta, in effetti), con Buchanan in sella a un destriero come un Richard Gere che corra dalla sua amata sul finale di una pessima commedia hollywoodiana. La novità principale del disco è che qua e là si aprono spiragli di – sì, esatto – felicità (Happiness). Nel complesso, “Peace at last” è più diseguale, per certi aspetti più sperimentale dei predecessori. Ci sono più chitarre, qualche coro gospel, una febbrile vena sensuale, soul-funk (la conclusiva Soon occhieggia esplicitamente a Marvin Gaye e alla Motown). Quando però parte Family life, per dirla con Scaruffi, Buchanan si dimostra ancora “romantico e incantevole”.

Nel 2004, il trio si riaffacciò alle scene con “High”. È un bel disco, in perfetto stile. Aggiunge al repertorio almeno due brani memorabili, Because of Toledo e Stay close. La prima è giocata su un arpeggio acustico assai dimesso; la trama sonora è essenziale tanto quanto il testo, che cuce assieme piccoli momenti di ordinaria desolazione, perché poi, in fondo, di questo parlano le canzoni di Buchanan, della banalità del dolore. Stay close è, se possibile, ancora più struggente, un’invocazione disperata, la dichiarazione di un bisogno di vicinanza più spirituale che fisico.

Nonostante sia un buon disco, ad “High” preferisco di gran lunga “Mid air” (2012), il primo lavoro solista di Buchanan (i Blue Nile sono ufficialmente sciolti). Le quattordici tracce che lo compongono sono fragili sussurri, ma con un loro orgoglio. Il piano macina pochi accordi, qua e là spuntano fuori degli archi, delle trombe, un bordone di tastiere, ma è poca cosa, e comunque non spodesta dal centro del proscenio la Voce, intesa non come vocalità, ma come racconto, o meglio, come filo rosso di suggestioni che unisce dettagli cinematografici dalla comune origine: la vita di tutti giorni, con i piccoli gesti, gli oggetti consueti e l’amore dal potere redentore. Ed è sorprendente il modo in cui un’inflessione, una variazione melodica quasi appena percettibile o un dettaglio armonico all’apparenza di secondo piano riescano a far rilucere Mid air, Half the world, Buy a motor car, My true country, After dark. Lontane dalla lussureggiante essenzialità di “Hats”, queste ballate si rivelano a poco a poco, gocciolano lente dalle grondaie di un dolore privatissimo, terribilmente umano, e in un attimo si offrono al gioco dell’arcobaleno, perché nessun dolore è mai troppo grande e nessuna notte eterna. C’è, in “Mid air”, Paul Buchanan, tutto il suo mondo come te lo aspetti, un mix di romanticismo, speranza, stanchezza, passione, lotta. Un film forse già visto (la matrice dei brani è Family life), ma di cui non ti stancheresti mai, neanche tra cent’anni.

“Mid air” ha messo fine (per ora) alla carriera di Buchanan. Da allora solo silenzio. Pare che un nuovo disco sia in dirittura d’arrivo, ma lo era già tre anni fa, e dunque chissà. A Buchanan gliela si può perdonare, questa mania perfezionista ai limiti e oltre l’autosabotaggio. Ai veri artisti, che scontano col tormento dello spirito la bellezza della vita e la cantano per noi che non abbiamo le parole, bisogna solo volergli bene.  

Ps: non lo faccio mai, ma qui sotto vi propongo un video. È “Flags and fences”, il documentario “perduto” (tutto ciò che riguarda i Blue Nile è, in un certo senso, “perduto”) sul tour americano della band, nel 1990. Dentro ci sono sprazzi di grande bellezza.

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