David

David Bowie non c’è più. E’ passato un anno, e ancora non mi capacito. La grandezza della sua uscita di scena mi ha lasciato senza fiato. Il vuoto che ha creato, come una supernova che esplode e genera un buco nero, ha una densità altissima. Non sono più riusciti ad ascoltare un suo disco dal 6 gennaio 2016.

Blackstar è stato il commiato perfetto. Ti ammali di cancro, fai un disco che parla di morte, sofferenza e resurrezione, giochi al piccolo esoterista con i tuoi fan, e poi, semplicemente, opportunamente, muori. Che tempismo perfetto. A me veniva da piangere, quella mattina. Ero nel letto, e quando J. mi disse che lui era morto (non me lo disse: mi disse una cosa tipo “ho una brutta notizia” e poi mi fece vedere il suo iPhone con Facebook aperto sul necrologio di XL), mi sentii come spinto a calci oltre una soglia che non sospettavo esistesse, in un altro mondo, freddo e buio, nel quale l’eroe della mia adolescenza, il superuomo che avrei voluto essere (l’artista che avrei dovuto essere), era stato capace di morire.

“Capace di morire”: immagino che Bowie abbia scelto di morire. Non potrebbe essere altrimenti. Uno che scrive Blackout e Rock n’roll suicide e It’s no game e quant’altro non è uno che muore, come tutti noi. Semplicemente, a un certo punto mette impermeabile, cappello, accende l’ultima sigaretta e parte per un viaggio.

La carriera e i dischi di Bowie hanno mille sottotesti. Il mio preferito è sempre stato il mito omerico. Bowie, per me, sarà sempre l’alieno, il viaggiatore in bilico tra desiderio di conquista, distacco e struggente nostalgia. In pratica, Gesù Cristo. La sua morte è un’indagine ulteriore, a un livello più profondo: la sublimazione. Come il corpo e il sangue di Cristo diventano un’ostia e come quell’ostia, ogni volta, ridiventa corpo e sangue di Cristo, così Bowie è Blackstar e Blackstar, ogni volta, mi restituisce Bowie.

Nel laser che ha inciso le tracce sulla superficie opaca del CD c’era un’energia più forte di quella della luce. E’ una forma di concentrazione estrema: tutta una vita, tutta un’arte, racchiusa in un fascio di fotoni, in grado di tagliare anche la notte eterna della morte. E’ come in quella poesia di Sereni: “Io cammino fumando / e dopo ogni boccata / attraverso il mio fumo / e sto dove non stavo / dove prima soffiavo.” Bowie è dove prima non era ed era solo la sua immaginazione. E la nostra.

Perché in questo sta la grandezza di un uomo, di un’artista: nell’abilità di plasmare l’immaginario, al punto tale da creare mondi. Gli androidi sognano pecore elettriche e noi, al risveglio, sentiamo le zampe cigolare al ritmo di Suffragette city…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *