Benedetti siano i perdenti

Benedetti siano i perdenti. Quelli che si muovono sotto il radar della notorietà, del chiacchiericcio costante che ci circonda, che vivono fuori dagli sche(r)mi (degli iPhone) e della loro vita fanno un mistero insondabile – un rimpianto perenne, agli occhi di chi vive solo per (com)piacere (a)gli altri.

Non quelli che non riescono in assoluto, che si gettano via: i perdenti che amo io sono quelli che riescono ma a modo loro. Che rifiutano le carezze dell’ego collettivo battezzato quotidianamente dai social, che non confondono la notorietà con la realizzazione di sé. Che significa essere noti, essere riconosciuti per strada, additati, taggati in post da milioni di like? Perché mai dovrebbe essere così importante vivere in funzione degli umori altrui? E quanto è più bello, invece, e più appagante, essere padroni di sé, dar retta solo al proprio istinto e prendersene cura come di un bambino che un giorno sarà il migliore, il più compiuto degli uomini?

Il marketing trionfa, è l’arma di lotta anche di chi un tempo sceglieva (forse solo per stile, chissà) l’angolo degli outsider, mentre il grosso del ring se lo mangiavano certi pesi massimi tutti imbellettati. Parlo dell’indie italiano, ad esempio, dei nuovi cantautori, questi strimpellatori da due soldi che sgomitano non per fare la storia, per lasciare una traccia genuina di sé ai posteri (figurarsi, i posteri. Il futuro è morto, teniamolo bene a mente), vincere il Nobel o almeno scrivere la canzone perfetta, no. Sgomitano per fare i giudici a X-Factor. E te la vendono con un mucchio di giustificazioni ridicole sul confine tra indie e mainstream che non esiste, mentre invece esiste solo la musica bella e la musica brutta, e poi comunque sei a contatto con i giovani, li guidi, li aiuti, e i soldi servono, perché ti rendono realmente autonomo, puoi dedicarti con più tranquillità ai tuoi progetti e via di seguito.

Io ci vedo, in certe scelte, solo ego, vacuità e irresponsabilità. Perché dire che va bene tutto, che tutto è bello e giusto o giustificabile no, è un errore clamoroso, e ci porterà a diventare tutti autori provetti di jingle pubblicitari, tutti registi di spot, tutti scrittori di aforismi su Facebook. Una volta gli intellettuali erano consapevoli del loro ruolo e del peso che quel ruolo aveva sulla società e quindi, in definitiva, del peso delle parole. Oggi, invece, l’arrivismo e un sotterraneo disgusto per il mondo che abbiamo costruito ci spingono a una costante mistificazione autoassolutoria, un modo come un altro per giustificare un muto “che cazzo mi frega, conto solo io, morite tutti” con un “io sono libero, e la mia libertà è anche quella di sputare sulla mia libertà di un tempo, che credete?”.

Contenti voi. Io mi tengo stretti Paul Buchanan ed Allan Holdsworth.

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