La ribellione delle masse

Buona parte di ciò che oggi si ha bisogno di sapere sull’ondata neopopulista si trova, nero su bianco, ne La ribellione delle masse (1929), l’opera più rappresentativa di José Ortega y Gasset (di cui consiglio la bellissima edizione del 2001 targata SE). Il saggio è passato alla storia per la celebre definizione di “uomo-massa”. Chi è? È il «signorino soddisfatto», «il bambino viziato della storia», colui che, a furia di pretese rivendicate come diritti, non si cura di minare il terreno (la democrazia liberale) sul quale la sua pianta è germogliata. La constatazione da cui Ortega parte è visiva, prima che sociologica: l’agglomeramento, ovvero il pieno registrato ovunque, è la testimonianza primaria dell’ascesa delle masse al potere sociale. La moltitudine, cioè, conquista spazi, poteri, competenze un tempo appannaggio delle élite. Ortega la chiama anche «ascesa del livello storico», intendendo con ciò un poderoso innalzamento del livello di vita generale spiegabile con la combinazione capitalismo-democrazia liberale.

La visione aristocratica e individualista di Ortega, secondo il quale sono le personalità eccezionali a fare la storia, non deve ingannarci. Ortega giudica insieme positivo e negativo l’imperio delle masse. Il suo tratto più spiacevole, sul quale il libro si sofferma con dovizia di analisi, coincide con l’affermarsi di un nuovo tipo umano, l’uomo-massa, appunto. “Massa”, infatti, non è soltanto o principalmente il proletariato, ma anzitutto l’uomo medio, colui il quale ripete in sé un tipo generico e si bea della propria indistinguibilità dall’altro. Allo stesso modo, l’uomo nobile o eccezionale, che Ortega esalta e contrappone all’uomo-massa, non è l’aristocratico (l’autore scrive di non avere alcuna simpatia per una classe che vive «scambiandosi o negandosi inviti»), ma colui il quale, con coraggio, pone la sua vita al servizio di una causa superiore, si riconosce un compito oltre il quieto vivere e lo persegue con disciplina (“askesis”: gli uomini nobili come asceti).

«Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone ovunque», scrive Ortega nella sua prosa vibrante e limpida al tempo stesso. Prototipo distorto della temperie liberale (la quale, per Ortega, è pur sempre la cultura politica superiore a tutte le altre), l’uomo-massa è ermetico, convinto di bastare a se stesso. Non si cura delle opinioni altrui poiché non ne riconosce la validità. Si crede, dunque, perfetto. Conseguenza spiacevole di questa sua imperfetta perfezione è la rivendicazione del «diritto a non aver ragione», l’imposizione dei suoi «luoghi comuni da caffè» come verità scritte nella pietra.

Questa forma di vita si inscrive all’interno di un’epoca che ha perduto il senso del passato, della storia. Si percepisce come un “nuovo inizio”, ma senza che ciò le conferisca una particolare pienezza. L’epoca nuova ha superato il mito della fine della storia (il testo è del ’29, eppure ciò spiega bene ancora oggi la crisi dei progressisti), ma la sua potenza non sa come impiegarla. L’uomo-massa non decide, non è in grado. Assume il comando del mondo come fosse un paradiso eterno, come se la civiltà e le sue meraviglie fossero dati immutabili, e non prodotti storici, frutto di coraggio, sacrificio, dolore e, soprattutto, revocabili. La sua ingratitudine rischia di rivolgersi in modo radicale contro le cause stesse della vita (un po’ come il Todestrieb freudiano, ma sul piano sociale). Parte del problema risiede, si diceva, nella sua cronica incapacità di ascoltare e, di conseguenza, nel rifiuto del dialogo. La sua forma espressiva preferita è l’”azione diretta”, ovvero la violenza (fisica e retorica) in nome, diremmo oggi, della disintermediazione. Ma la soppressione della “azione indiretta” è pericolosa, poiché mette in crisi un’idea di società fondata sulla convivenza con il nemico. «Il liberalismo è il principio di diritto – scrive Ortega – secondo il quale il potere pubblico, sebbene sia onnipotente, deve limitarsi a fare in modo, sia pur a proprie spese, che nello stato da lui diretto possano vivere anche coloro che non pensano né sentono come i più forti, come la maggioranza».

Ortega precisa di non essere un sostenitore del vecchio liberalismo, sia perché vecchio sia perché -ismo, rivendicando così la sua libertà morale rispetto al passato. È l’avvenire che deve guidarci, scrive Ortega. Va bene pensare di voler superare l’ordine attuale; anzi, esso deve essere superato.  Ma non tornando indietro, fingendo che il liberalismo non sia mai esistito, che l’Europa non esista. Già, l’Europa. Fin dal Prologo per i francesi, che la bellissima edizione SE pone come premessa al testo originario, Ortega, in modo meravigliosamente controcorrente visti i tempi (il prologo è del ’37), spiega che l’idea di Europa, intesa come spazio culturale prima che commerciale, esiste dal XI secolo. La tesi dello spagnolo è che la convivenza produca automaticamente una società, anzi che i due termini siano sinonimi. È un errore grave confondere società e associazione: una società non nasce da un accordo di volontà ma è l’accordo di volontà che presuppone l’esistenza di una società, di una convivenza, e tale accordo non può che essere una definizione dei termini di tale convivenza.

Quindi, per Ortega, i popoli europei sono da secoli una società nello stesso senso delle nazioni di cui essi sono cittadini. E questo perché Ortega non considera lo Stato alla stregua di una pietra, un oggetto eterno, immutabile, definito sulla base di caratteristiche precise (razza, confini, lingua), piuttosto come un puro dinamismo, un equilibrio sempre cangiante. «Lo stato nasce quando l‘uomo si sforza di evadere dalla società nativa cui lo ha iscritto il sangue. È, dunque, il superamento di ogni società naturale, è meticcio e plurilingue». Ortega, con un ragionamento oggi più che mai cruciale, contrappone il principio di nazionalizzazione al nazionalismo. Il quale è una strada senza uscita, una forma di esistenza inautentica, perché la vita vera è proiettata sempre in avanti, è un continuo tentare di superare se stessa consacrandosi a una grande impresa. «Non è la comunità anteriore, passata, tradizionale, preistorica – immodificabile e fatale – quella che assicura la convivenza politica, ma la comunione futura nell’effettivo agire. Non ciò che fummo ieri, ma ciò che saremo insieme domani: questo è quel che ci unisce come stato». Al cittadino si richiede uno sforzo di immaginazione che l’uomo-massa non è in grado di compiere. La sua dimensione privilegiata è quella del nazionalismo (oggi diremmo, il sovranismo), ovvero il pretesto per eludere il dovere di inventarsi il futuro.

Ortega, pur nell’approssimarsi dell’ora più buia, ne era certo: l’Europa unita è la costruzione più alta alla quale si possa aspirare e, insieme, un destino ineludibile. Su questo punto, la storia non ci ha ancora mostrato se Ortega avesse o meno ragione. Su buona parte del resto, la sua analisi, all’epoca inattuale, si è rivelata lucidamente profetica. A guidarla, un’appassionata esaltazione della vita come possibilità imprevedibile, come rifiuto delle formule tassative che abbondano nel discorso dell’uomo-massa, come smarrimento salvifico. «Queste sono le uniche idee veridiche: le idee dei naufraghi», afferma Ortega con piglio esistenzialista. «Chi non si sente realmente smarrito, si perde inesorabilmente».

Un monito a tutti coloro i quali chiedono alla vita certezze che essa non può offrire e, delusi e insieme furiosi, non possono far altro che inventarsene di incredibili per nascondere il suo meraviglioso caos e, insieme, le responsabilità che ne derivano. Come proteggersi da questa umana, troppo umana tentazione? Esercitando la ragione storica, la sola in grado di mostrare «la vanità di ogni rivoluzione generale», ovvero della pretesa di trasformare il mondo hic et nunc a scapito del «diritto alla continuità» che l’uomo, il quale non è mai primo uomo ma nasce e s’informa in una “struttura”, può correttamente rivendicare. La memoria, per Ortega, è la sola che possa impedire il perseverare negli stessi errori. Idealmente, il ragionamento orteghiano si conclude con questa sentenza, la quale – si condivida o meno, in tutto o in parte, il pensiero del grande spagnolo -, vista l’esibizione sfiancante di entusiasmi ridicolmente effimeri a cui assistiamo in questi giorni, suona come il più saggio degli ammonimenti: «Sarà nel giusto colui che non si fida di quanto oggi si predica, si ostenta, si tenta, si esalta. Tutto questo tramonterà più rapidamente di come sia nato».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

4 Comments La ribellione delle masse

  1. Marianna Federico 31 ottobre 2018 at 6:45

    Bellissimo commento. Comprerò il libro di Ortega, ma, soprattutto, continuerò a leggere i suoi commenti, perché sempre efficaci, di impianto dialettico forte e chiaro. Sono ossigeno per la mia mente. Complimenti vivissimi.
    Marianna Federico

    Reply
    1. Inunfuturoaprile 31 ottobre 2018 at 19:45

      Grazie Marianna, che bei complimenti!
      Buona lettura!

      Reply
  2. Maurizio Terreni 1 novembre 2018 at 0:01

    Grazie, ha già detto Marianna che mi ha preceduto…
    Maurizio Terreni

    Reply
    1. Inunfuturoaprile 1 novembre 2018 at 11:53

      Grazie anche a te, Maurizio!

      Reply

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *