La gelosia

Corsi e ricorsi di una storia. Anzi, nel caso de La gelosia, di Alain Robbe-Grillet, soprattutto ricorsi. La ricorsività, in letteratura, è lo strumento prediletto dell’ossessione, e l’ossessione, in un uomo, è sempre ossessione erotica (desiderio di possesso totale dell’Oggetto). Lo testimonia un altro grande romanzo, L’odore del sangue, rampicante letterario attecchito in un terreno diverso rispetto al romanzo di Robbe-Grillet, gli anni di piombo, ma ugualmente dotato di una sconvolgente carica ipnotica, l’impressione, resa per mezzo della ri-scrittura, di un tempo impossibile da plasmare se non autorialmente, che dunque i comuni mortali subiscono come un destino. L’ossessione porta con sé anche la rimozione. L’Oggetto diventa il punto di fuga che ipnotizza e distoglie dal resto, e in questa sua funzione può essere adoperato comodamente, per evitare di guardarsi intorno (se anche ce ne fosse l’occasione).

Rileggendo le pagine de La gelosia si ha esattamente quest’impressione. Il narratore si sofferma minuziosamente sulle tracce di una presenza (quella dei due amanti, la moglie A. e il proprietario della piantagione confinante Franck) non già o non solo perché voglia, attraverso l’esame minuzioso, svolgerne l’ambiguità e rivelarla definitivamente, piuttosto per evitare di guardare l’Altro, ciò che quella ambiguità potrebbe polverizzare del tutto. Si percepisce nitidamente, nella scrittura ricorsiva che immaginiamo come il fluire dei pensieri del narratore, un equilibrio psichico fragilissimo, un’estrema tensione cerebrale mascherata da indifferenza spirituale.

Il narratore torna sul luogo del delitto ripetutamente. Il foglio azzurro che A. legge o scrive, l’impronta sul muro di un cadavere di millepiedi che era vivo un attimo prima, il viaggio di A. e Franck in città e il loro ritorno il giorno dopo (un guasto alla vettura), le conversazioni in veranda sul romanzetto che stanno leggendo e la moglie di Franck malata, il boy indigeno che serve cocktail, pranzo, cena secondo una scansione e dei rituali precisi ma alla prova dei fatti sempre imperfetti (un ospite in più o in meno, la lampada che attira le zanzare, un eccesso di zelo). Questi eventi il lettore non li vede svolgersi in tempo reale dinanzi a sé. Il narratore li racconta ripercorrendoli, sono eternamente già accaduti, dunque accadono eternamente. Il tempo della storia è abolito, c’è solo il tempo del racconto. Il che forse incarna l’utopia (terribile) che ogni scrittore sogna, il luogo romanzesco nel quale la parola nuda del raccontare fagocita la realtà del racconto.

Gli elementi che Robbe-Grillet adopera sono, come sempre, pochi ed essenziali. Anche L’anno scorso a Marienbad, da cui il capolavoro di Alain Resnais, ruotava attorno a un numero minimo di tracce. Lì come qui sono gli ambienti a essere protagonisti. L’oggettivazione estrema spinge in primo piano ciò che, abitualmente, è scena. Ma un romanzo fatto tutto di dettagli, minuzie, sfondi non dovrebbe generare la suspense che La gelosia suscita. Spiamo A. dal fuoricampo. La gelosia è l’ossessione amorosa del narratore, ma anche, in un linguaggio un po’ desueto, l’imposta di una finestra, più in generale un graticolato. Non possiamo che afferrare (noi e il narratore) che un frammento di realtà, la continuità dei gesti essendo interrotta nella sua relazione fondamentale con l’insieme, il mondo. In questo, forse, c’è un anticipo del postmoderno che verrà, l’impossibilità della grande narrazione, l’inattendibilità di ogni “verità”.

Quello di La gelosia è un mondo di spettri, pure forme fluttuanti secondo leggi descrivibili negli effetti esteriori ma inafferrabili nella loro intima necessità. Non si può, non si vuole guardare, forse neppure c’è nulla da guardare, e il guardare che resta, dopo questa impossibilità, è residuale, può generare solo lo spettro di un romanzo la cui suggestione, tuttavia, è più reale della realtà. 


Aggiungi un commento