Il dio che è fallito

Militanza, dice la Treccani, è “il partecipare in modo attivo e impegnato a un’organizzazione, un partito, un movimento e sim., svolgendo per essi una concreta opera di lotta e di propaganda”. La radice del termine è la stessa di militare; all’infuori del significato letterale, militanza sembra dunque una di quelle parole-destino, che contengono il cosa e anche il come. Si sta in un certo luogo e, necessariamente, in un certo modo, ovvero quello della fedeltà assoluta, che precede le ragioni di merito e anzi la ragione stessa. Un modo quasi animalesco, da branco, di intendere la partecipazione.

Ma contro queste parole-destino occorre ribellarsi, e Ignazio Silone, la sua vicenda morale e intellettuale, dimostra che è possibile. Ne Il dio che è fallito, saggio pubblicato per la prima nel 1949 sulla rivista “Comunità” di Adriano Olivetti e ora riproposto dalle Edizioni di Comunità, il grande scrittore abruzzese ripercorre le ragioni della sua militanza comunista e del suo distacco da quella storia, segnato dall’esplusione dal PCI (che pure aveva contribuito a fondare) nel 1931.

Il testo comincia con il ricordo di un episodio, la riunione di fortuna di alcuni militanti braccati dal fascismo in una casa di campagna. Le “leggi eccezionali” costringono alla clandestinità e alla dissimulazione, pena la tortura e il carcere. Cosicché dei convitati non conosciamo l’identità, ma solo la (finta) professione. I sei cominciano a raccontarsi come e perché siano diventati comunisti.

Dal ricordo di quella notte prende abbrivio il resoconto di Silone. Siamo nell’Italia degli anni ’20, in una povera contrada dell’Italia meridionale. Ma più che la miseria e la povertà, a suscitare lo spirito rivoluzionario nel giovane Ignazio è il contrasto stridente tra il comportamento privato e la morale pubblica. La prima improntata all’onestà, alla morigeratezza, alla cooperazione; la seconda contraddistinta da rozzezza, falsità, disprezzo. Capita che certi episodi rimangano impressi nella mente come rivelatori. Per Silone uno di questi fu la protervia con la quale un signorotto locale aizzò il suo cane contro una povera donna, un’umile sarta, all’uscita di chiesa, ferendola gravemente e lacerandole i vestiti. La donna sporse querela, ma pubblicamente non raccolse neppure un bricolo dei sentimenti di vicinanza, compassione, solidarietà, raccolti in privato. Falsi testimoni giurarono in tribunale che la donna aveva provocato il cane. Oltre ai danni fisici e morali, alla povera sarta toccarono anche la condanna e il risarcimento delle spese processuali.

Di questi piccoli grandi soprusi era scandita la vita di allora. Ignazio crebbe insofferente alla doppiezza della morale pubblica, all’ipocrisia della funzione (finzione) sociale, alla bugia della necessità superiore che tutto giustifica, che tutto redime. Il filo rosso di questa prima parte del racconto intreccia episodi di disobbedienza grandi e piccoli, dal rifiuto del padre di votare per il candidato al parlamento Principe della contrada alla “rivolta dei tre soldati”, prima prova tecnica di socialismo in una sola contrada, ai brogli e alla ruberie della ricostruzione post-terremoto del 1915, la cui denuncia da parte del giovane Silone sulle colonne dell’“Avanti!” incontrò l’indifferenza dei più e l’ostilità persino di un papavero socialista.

“La verità non è sempre rivoluzionaria”, conclude amaramente un personaggio nel film di Rosi Cadaveri eccellenti. Vale anche per la storia della militanza di Silone nel PCI così come egli l’ha sperimentata. La ricostruzione del percorso che a quella militanza condusse non è così ingenua come potrebbe sembrare da queste note. Silone avverte che può garantire sulla propria onestà, non sull’obiettività. E’ impossibile stabilire per quale motivo si diventi “complici o ribelli”, da dove venga l’irresistibile richiamo alla giustizia o, al contrario, al conformismo. Più che percorrere a ritroso il filo dei ricordi e sbrogliare i nodi per dare al racconto la linearità necessaria a stabilire un qualche umanissimo senso, non è dato. Quel che è certo è come la vecchia contrada sia l’epicentro di un’intera vita di militanza e di letteratura: “sia i fatti che giustificavano l’indignazione come i motivi morali che l’esigevano, mi erano dati dalla contrada nativa. Così mi spiego anche perché tutto quello che finora m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, […] si riferisca unicamente, invariabilmente, alla stessa contrada.”

L’abbandono della contrada e il trasferimento in città segnarono una cesura. Silone venne in contatto con la realtà del movimento operaio. Fu, nelle sue parole, “una specie di fuga, di uscita di sicurezza, da una solitudine insopportabile, un ‘Terra! Terra!’, la scoperta di un nuovo continente”. Un conto, però, era lo sdegno morale per una realtà di miseria, sopruso, ignoranza, un altro era la fede scientifica nel sol dell’avvenire. Conciliare la ribellione contro il proprio mondo e il marxismo non fu facile, richiese un salto non da poco, una “conversione” dalle conseguenze materiali e spirituali impreviste. Il marxismo, al di là delle pretese di scientificità, era una fede. Il prezzo da pagare per l’illuminazione non erano soltanto l’emarginazione o la difficoltà a trovare lavoro, ma soprattutto la rinuncia al proprio mondo interiore, quello che Silone chiama “il Medioevo ereditato e radicato nell’anima”. Lo sgomento di fronte allo stravogimento di ogni coordinata esistenziale rimase muto: chi avrebbe potuto capire?

La militanza attiva di Silone nel Partito Comunista Italiano iniziò nel 1921, con il congresso di Livorno. Si concluse dieci anni più tardi con l’espulsione dal partito. Nel mezzo, in qualità di dirigente e responsabile dell’organizzazione clandestina PCI, fece parte delle delegazioni italiane presso il comitato esecutivo dell’Internazionale Socialista, ed ebbe dunque modo di osservare le contraddizioni mostruose del comunismo sovietico. La rivoluzione richiedeva obbedienza cieca, la libertà intesa come “possibilità di dire di no ad una qualsiasi autorità letteraria, artistica, filosofica, religiosa, sociale e anche politica” era per i compagni stalinisti un concetto inaudito. “E’ la controrivoluzione”, sentenziò inorridita una compagna impiegata presso la casa editrice di Stato.

L’eterogeneità della storia e delle tradizioni dei movimenti e dei partiti aderenti all’Internazionale mascherò, agli occhi di Silone, la gravità delle prime crisi politiche interne. Esse erano il prodotto di un diverso stadio di sviluppo tra i gruppi socialisti occidentali e quello bolscevico. Da questo punto di vista, la storia dell’Internazionale fu una storia d’intrighi, tradimenti, bassezze del gruppo dirigente russo contro ogni manifestazione d’indipendenza. Nel 1927 la crisi toccò la delegazione italiana, la quale, durante una riunione ristretta dell’esecutivo, rifiutò di firmare un documento di condanna del trotskismo voluto da Stalin. Nessuno dei presenti aveva letto il documento. Tutti, meno la delegazione italiana, lo sottoscrissero. Le obiezioni poste da Silone suscitarono la rabbia degli altri delegati. I compagni italiani furono accustati di vicinanza con Trotsky e pedinati durante tutto il loro soggiorno in Russia.

Silone potè in questo modo constatare come il comunismo riproducesse quelle stesse contraddizioni che, manifestatesi in seno alla società borghese, l’avevano spinto a dichiararsi socialista. Lo scrittore mantenne incarichi importanti nel PCI fino al ’29, quando chiese e ottenne un congedo illimitato per motivi di salute. L’espulsione avvenne nel ’31. Stalin nel frattempo aveva conquistato il potere e promosso un repulisti nel PCUS, e di conseguenza in tutta l’Internazionale: fuori i trotskisti e i buchariniani (la corrente di Togliatti). Al PCI fu chiesto di abiurare alla linea politica tenuta negli ultimi anni, le tesi di Gramsci sulla specificità del caso italiano e la questione meridionale furono derise e bollate come piccoloborghesi. Tre delegati del PCI, Leonetti, Ravazzoli e Tresso, protestarono contro le pretese dell’Internazionale. Furono espulsi. Silone, in un primo momento, sottoscrisse una dichiarazione (in realtà redatta da Togliatti, allineatosi allo stalinismo) contro i tre. Fu poi accusato di trotskismo, le sue lettere a Tresso manipolate e pubblicate su un bollettino parigino da un sodale dell’ex compagno. Gli fu chiesta una nuova e più violenta abiura, nonché di rientrare a pieni ranghi nel partito.

Fino a quel momento lo scrittore aveva tenuto duro difronte agli errori e alle contraddizioni, vincendo i dubbi con la tesi dell’importanza della lotta antifascista del PCI in Italia, della necessità che una storia, una tradizione, una cultura non finissero al macero a causa di questioni che riguardavano i russi e solo loro. Una posizione ambigua, ma a giustificarla c’era anche un’altra motivazione, d’ordine psicologico e affettivo. Nel 1928 il minore e unico superstite tra i suoi fratelli era stato arrestato con l’accusa di essere comunista. L’accusa era falsa, eppure fu confermata dal diretto interessato con una piena confessione. Perché? A spingerlo non furono tanto i soprusi e le violenze cui fu sottoposto, quanto il desiderio di comportarsi come immaginava si sarebbe comportato Ignazio al suo posto. La militanza di Silone, dunque, ebbe anche questo in sé, la “giustificazione al volontario sacrificio di mio fratello”, il quale, per inciso, morì nel 1932 per le lesioni interne prodotte dalle torture.

Ma nel 1931, dinanzi all’ennesima richiesta dei quadri del partito, Silone rifiutò di difendersi. “In un attimo, ebbi chiarissima la percezione dell’inanità d’ogni furberia, tattica, attesa, compromesso. […] Non aveva più senso star lì a litigare. Era finita”.

L’esclusione dal Partito non inaridì la radice socialista di Silone. Al contrario, la pianta si fortificò, ritrovò la luce del sole che il bolscevismo aveva coperto. Che cosa significava, dunque, per Silone essere socialista? E’ la domanda intorno alla quale ruota, in fondo, tutto il libro, ed è valida ancora oggi all’infuori del caso-Silone. Il rifiuto del destino (la Storia), l’etica come guida dell’azione umana in ogni campo, la fratellanza tra gli uomini e il predominio di essi su qualsiasi meccanismo minacci di stritolarli, infine l’ammirazione per tutto ciò che nell’uomo “incessantemente tende a sorpassarsi”: sono questi i valori che Silone riscoprì come fondativi di un’esperienza umana, prima che politica. Si trattava di principi più antichi del marxismo che il fallimento di movimenti, partiti e gruppi che ad esso si richiamavano non poteva minimamente scalfire.

Ecco, dunque, una militanza sana, la quale rifiutava la fedeltà aprioristica ad una “teoria” (o a un partito o a un leader) per abbracciare i valori. “Sopra un insieme di teorie si può costruire una storia e una propaganda; ma sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini”. In un’epoca di narcisismo e opportunismo dilaganti in politica, e insieme di rigurgiti nazionalisti e antidemocratici, una lezione più che mai attuale.

Il dio che è fallito

Ignazio Silone

Edizioni di Comunità, 2019

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