I demoni di Salvini

Ora che le elezioni in Emilia Romagna incombono, e con esse il rischio che collassi la fragilissima maggioranza guidata dal Conte 2 (il sequel demo-progressista dell’orgoglioso avvocato del popolo), può essere utile ripercorrere la storia politica di quello che i sondaggi indicano come il cavallo vincente, Matteo Salvini, e del suo partito. Viene in soccorso il libro del giornalista Claudio Gatti, il cui titolo dostoevskijano – I demoni di Salvini – allude alla «più clamorosa infiltrazione politica della storia italiana», quella cioè operata dai postnazisti nei confronti della Lega.

I protagonisti di quest’operazione di “entrismo”, come la si sarebbe chiamata negli anni ’70, sono tre: Maurizio Murelli, Mario Borghezio, Gianluca Savoini.

Classe 1954, missino e sanbabilino, il primo fu implicato in un grave fatto di sangue, la morte del celerino Antonio Martino nel corso di una manifestazione. Era il 12 aprile 1973, pochi giorni dopo il fallito attentato sul treno Torino-Roma. A piazzare la bomba era stato l’estremista di destra (ex MSI) Nico Azzi, il quale di fronte al giudice aveva poi confessato l’obiettivo: provocare una strage per favorire un colpo di Stato. E’ il copione della “strategia della tensione”. La manifestazione del 12 era stata indetta dal MSI e dalla sua organizzazione giovanile, il Fronte della Gioventù, contro la violenza rossa. Le tensioni in piazza (la Questura aveva revocato l’autorizzazione) degenerarono in scontri violentissimi. Martino fu ucciso da una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, figlio del celebre pugile Duilio. Murelli gli passò l’ordigno, e per questo fu condannato a 18 anni di reclusione.

Durante la galera, Murelli fondò e diresse la rivista “Quex”, ispirata alle idee di Franco G. Freda. Freda è uno dei “cattivi maestri” della destra italiana. Vicino ad Ordine Nuovo, fu implicato nella strage di Piazza Fontana (il timer della bomba che provocò 17 morti proveniva da uno stock acquistato da Freda). Qualche mese prima della carneficina, Freda aveva pubblicato un libello, La disintegrazione del sistema, nel quale teorizzava un’unione tattica tra sinistra e destra radicale, un fronte comune con l’obiettivo di distruggere il sistema borghese. Bisognava agire, scriveva Freda «senza alcuna – colpevole – esitazione dinanzi all’impiego di tutti quei mezzi drastici e risolutivi che risultano conformi agli ostacoli da abbattere e sono richiesti dalla grandiosità del fine». La “dittatura” borghese sarebbe dovuta essere rimpiazzata da uno stato totalitario a metà tra il nazifascismo e la Repubblica Popolare. “Nazimaoismo” era il termine. “Quex”, al di là delle solite farneticazioni reazionarie, si fece notare per la sistematica denuncia degli “infami”. Tra questi, Ermanno Buzzi, membro di Avanguardia Nazionale, condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di Brescia, assassinato in carcere da Mario Tuti e Pierluigi Concutelli dopo aver manifestato l’intenzione di voler collaborare con gli inquirenti.

“Quex” sosteneva ancora la necessità della lotta armata. In semilibertà, Murelli affinò la propria strategia. La battaglia non doveva combattersi più sul piano militare, piuttosto su quello culturale. Era la “via del sacerdote” di cui parlava Julius Evola, ruolo al quale Murielli si preparò con una nuova pubblicazione, “Orion”. “Orion” era un covo di fanatici neonazisti, il “gruppo di Saluzzo”. Ammiratori delle SS, sostenitori di un’Europa «guerriera e spirituale», tradizionalisti, proclamavano il superamento della dicotomia destra/sinistra e cercavano un «corpo nuovo» in cui «far crescere l’anima antica».

Combinazione, in quegli anni nasceva la Lega Nord. Il primo nucleo fu la Lega autonomista lombarda, fondata da Bossi sulla scorta della teoria delle “piccole patrie” di Guy Heraud. Bossi ha rappresentato indubbiamente un fatto dirompente nella politica italiana. La sua forza, però, non era la lucidità del pensiero quanto la novità del linguaggio. Parole come “autonomismo”, “separatismo”, “federalismo”, che Bossi e la Lega alterneranno negli anni come fossero equivalenti, suonavano inedite, rispondevano al malcontento e alla frustrazione di un territorio, la cosiddetta “questione settentrionale”. Bossi e i primi leghisti non erano di destra, affatto. Il punto di contatto con la destra, però, c’era, ed era l’etnonazionalismo, il culto della comunità originaria, minacciata dal cosmopolitismo borghese e capitalista, e dai flussi migratori, dietro i quali s’intravedeva il “piano Kalergi”, il grande spauracchio della sostituzione etnica.

Forte di queste affinità, e della debolezza culturale dei leghisti, iniziò l’operazione di infiltrazione. Già a Milano, nel 1985, alla prima riunione della Lega «eravamo in nove, incluso Bossi. Due eravamo di Orion», ricorda Marco Battarra, proprietario di una storica libreria punto di ritrovo della destra radicale. Battarra sarebbe dovuto essere candidato alle elezioni amministrative di Milano, ma fu stoppato da Bossi quando gli giunse sotto il naso una velina che denunciava il tentativo di Orion. Bossi, però, non potè nulla contro Mario Borghezio. Membro della Jeune Europe di Jean Thiriart, seguace di Evola e poi fiancheggiatore di Ordine Nuovo, Borghezio entrò nella Lega su imbeccata di Murielli, che lo conosceva bene. Per dire gli ambienti che frequentava: nel 1976 fu fermato assieme a un camerata, Pier Franco Volpi, a poche ore dell’omicidio del giudice Occorsio. Nella vettura sulla quale i due viaggiavano fu trovata una cartolina di minacce indirizzata al giudice Violante («Dieci, cento, mille Occorsio») con tanto di svastica. A casa del ventottenne avvocato fu inoltre rinvenuta una divisa nazista.

Borghezio è un personaggio complesso. Tutti ricordano il militante sudato e sbraitante oscenità dai palchi di Pontida. Ma pochi sanno che per breve tempo fu iscritto alla DC, un’operazione che egli stesso confessa oggi come un tentativo di “entrismo”. La maschera del cialtrone sopra le righe è il prodotto più riuscito di una ferre volontà di dissimulazione, di fedeltà all’Idea protetta con notevole scaltrezza mista a opportunismo. Con Bossi segretario Borghezio fu bossiano di ferro, secessionista prima, federalista poi. Con Salvini al potere si è trasformato in ultranazionalista.

E qui veniamo ai giorni nostri. Matteo Salvini è il tipico prodotto di un’epoca post-ideologica: un mentitore seriale, cinico e narcisista. La familiarità con la menzogna è tale da investire persino l’autobiografia. Nel volume Secondo Matteo: follia e coraggio per cambiare l’Italia, Salvini si dipinge, studente liceale, come una vittima di discriminazioni politiche da parte dei professori, nonché frequentatore di «ambienti sinistroidi» (il Leoncavallo). Ma tutto questo fa parte della costruzione del personaggio di uomo libero, controcorrente e per questo odiato. Gatti lo smaschera puntualmente, riportando testimonianze di professori e amici che lo vogliono studente capace e benvoluto dai docenti, e ricordando come il suo primo “tutor” politico in quegli anni fu Marco Carucci, oggi esponente di punta di Forza Nuova. Nel 2006 Salvini gli ha fatto da testimone di nozze.

Anche la sua militanza nella Lega è stata tutto meno che specchiata. Seguace di Bossi ai limiti del fanatismo, fu assunto alla “Padania” con una spintarella del capo. Lì lavorò per lo più alla rubrica delle lettere, ritagliandosi il ruolo di censore del dissenso. A Leonardo Facco, all’epoca responsabile della pagina della Lombardia, che cercava di insegnargli il mestiere, un giorno replicò: «A me interessa solo fare carriera». Stefania Piazzo, allora caporedattrice, lo descrive come una “meteora”, si vedeva di tanto in tanto ma per lo più era assente dal giornale. Gigi Moncalvo, ex direttore della “Padania”, arrivò persino a chiederne il licenziamento, rimanendo inascoltato. Facco rincara la dose: «È l’italiano tipo, quello che pensa “con Francia o Spagna purché se magna”, un persona senza un ideale». Da lì alla “Bestia” il passo è breve. L’abilità e insieme l’ossessione di Salvini è quella di restare sintonizzato sull’onda del vocìo popolare, dare alla gente ciò che la gente vuole, non importa quanto grossolano, maleducato o disumano sia.

Nella sua ascesa ai vertici del partito Salvini ha avuto un prezioso braccio destro: Gianluca Savoini. Giornalista, per un certo tempo addetto stampa del segretario, è un altro residuato della destra radicale italiana. Amico di Murelli, era legato al circolo “Ideogramma”, laboratorio culturale affine ad Orion. Le parole chiave sono quelle: etnonazionalismo, antisemitismo, tradizionalismo, con in più un pizzico di neopaganesimo. L’operazione d’infiltrazione che molti camerati attuano negli anni ’80 lo portò ad entrare nella Lega prima e nella “Padania” poi, precisamente nella redazione politica, che adornò prontamente di foto, icone e disegni nazisti (come denunciato già nel 2002 da due inchieste giornalistiche de “La Stampa” e “Liberazione”).

Verso la fine degli anni ’90 la Lega si trasformò. L’obiettivo non era più l’indipendentismo ma la lotta alla globalizzazione (il “mondalismo”, secondo una terminologia cara alla destra radicale) vista come complotto americano, giudaico e massonico. Il “tradimento” di Bossi, che nel 2001 tornò al governo con Berlusconi, fu una battuta d’arresto per i postnazisti. Dopo «il vuoto emotivo dell’era Maroni», è toccato a Salvini rinverdirne le speranze. Come? Con un programma semplice: la paura.

L’Italia è un paese fermo, invecchiato, disilluso, indebolito dalla crisi, atterrito dal futuro. Sin dall’inizio del suo mandato, Salvini ha gettato benzina sul fuoco, alimentato paure ataviche (lo straniero) e proposto soluzioni semplici, parole-slogan truculente e deliranti. È così che, sfruttando il lubrificante del malcontento e del risentimento, le tesi care alla destra postnazista hanno guadagnato una diffusione come mai prima nella storia di questo paese. Il complottismo è l’ingrediente essenziale. Esso, spiega Gatti, riconduce ogni guasto a una causa, sempre la stessa, la macchinazione di un’elite contro il popolo, e per ciò stesso è, in fondo, rassicurante. Soprattutto nel paese del “chiagni e fotti”, i cui guai sono non la conseguenza nefasta di un agente esterno ma il prodotto di un’incultura stratificata nei secoli, la furbizia premiata sul rispetto delle regole.

Savoini, assieme a Claudio D’Amico, è anche uno dei principali tessitori dei rapporti tra la Lega e la Russia di Putin, tramite l’associazione “Lombardia Russia”, che si batte per l’eliminazione delle sanzioni. Il sogno euroasiatico è un vecchio pallino della destra radicale («l’Europa dall’Atlantico agli Urali»). E poi c’è il carisma di Putin, ennesima incarnazione dell’uomo forte, difensore della tradizione contro l’Europa dei banchieri, la finanza apolide, la massoneria sionista. Tanta servile adorazione meritava un premio, e infatti. Nel 2017, Savoini è stato nominato osservatore internazionale per le elezioni regionali russe. Salvini, dal canto suo, è stato più volte invitato in Russia per discorsi pubblici e interviste, ricavandone una legittimazione internazionale non di poco conto e un importante accordo di associazione tra la Lega e il partito di Putin, Russia Unita.

L’obiettivo di Putin è chiaro: l’instabilità dell’Eurozona. Che l’interesse di Savoini e della Lega non sia, però, semplicemente ideale o di prestigio politico è emerso chiaramente nell’affaire Metropol, un tentativo di corruzione internazionale che avrebbe portato nelle casse esangui (?) della Lega una maxi-tangente di 65 milioni di dollari.

Tutto questo, e molto altro ancora, è nero su bianco nel libro di Gatti, preso dalla viva voce dei protagonisti. Poco importa che Salvini sia un cinico opportunista o un incapace, come ho scritto più volte. Il rischio che l’Italia e l’Europa corrono di una deriva nazionalista, tradizionalista e oscurantista è reale. Il voto del 26 gennaio potrebbe fungere da catalizzatore. Cadrebbe l’Emilia, culla del sogno comunista prima e del riformismo poi. Cadrebbe il governo Conte 2, e tra la presidenza del Consiglio e Salvini, con i suoi demoni, non ci sarebbero più ostacoli.

La copertina del libro "I demoni di Salvini" di Claudio Gatti (Chiarelettere)

I demoni di Salvini

Claudio Gatti

Chiarelettere, 2019


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