Diario di Hiroshima

I paragoni tra l’emergenza prodotta dal coronavirus e la guerra si sprecano. I medici sono “in prima linea”, gli ospedali “una trincea”, i presidi sanitari “munizioni”. Da più parti si preannuncia che quella che seguirà alla crisi sarà una “economia di guerra”. Ma una pandemia può paragonarsi a una guerra? Ovviamente no.

La guerra è un atto brutale ma voluto, la scelta razionale (si può discutere quanto consapevole o meno) di alcuni uomini di contrapporsi con le armi ad altri uomini. Essa ha le sue regole: eserciti regolari che si affrontano su un campo di battaglia, dichiarazioni di partecipazione o neutralità, convenzioni internazionali a tutela dei più deboli. E’ governata dalla strategia e dalla tecnologia: ci sono obiettivi, avamposti, macchine che uccidono. Si conclude quando l’avversario è sterminato o, impossibilitato a continuare, si arrende.

Un virus, invece, è un fatto naturale. La natura non agisce con premeditazione o crudeltà, neppure si può dire che agisca, piuttosto accade. In una pandemia, la razionalità tecnologica non è al servizio della distruzione, dell’annichilimento, ma della salute, della vita. Il “nemico” è invisibile e ubiquo. Nessuno è al sicuro, il virus non fa differenze di razza o censo. Non ci sono accordi di pace che sia possibile firmare. La minaccia permane nell’aria per un tempo indefinito, persino illimitato.

Le ultime due guerre mondiali sono costate milioni di morti e sacrifici inenarrabili. Il tasso di mortalità del coronavirus, per quanto preoccupante, è assai più contenuto. Che cosa ci si chiede? Di restare in casa, evitare il più possibile contatti con l’esterno, ridurre le interazioni sociali al minimo indispensabile. Non un granché, se ci pensate bene.

Il paragone tra la pandemia di coronavirus e la guerra è dunque il prodotto di un senso delle proporzioni fuori tara. Al di là della naturale incertezza che una situazione del genere reca con sé e delle difficoltà materiali in cui versano alcuni settori della popolazione, su questo sbilanciamento pesano due fattori. Primo, lo standard di vita piuttosto elevato a cui siamo abituati, tale per cui ogni minima retrocessione da esso ci appare intollerabile. Secondo, il distanziamento sociale a cui siamo costretti, quasi un’ironia della sorte in una società conversazionale. L’isolamento precauzionale trasferisce sul piano dell’esperienza quotidiana una caratteristica precipua dell’uomo-massa, l’atomizzazione. Nel nostro mondo siamo più soli che in passato, lo eravamo anche prima del coronavirus, ora il fatto è scoperto, acclarato. Sono venuti meno i pochi legami che abbiamo coltivato. Quelli “virtuali”, mai così abbondanti, non bastano a sopperire la mancanza. L’incertezza risulta così amplificata, e con essa l’impressione di scompiglio.

Può essere utile, per ristabilire un minimo d’equilibrio, la lettura di qualche testimonianza del passato. Per esempio, Diario di Hiroshima, di Michihiko Hachiya, meritoriamente edito da SE. Hachiya era il direttore dell’ospedale del Centro di comunicazioni di Hiroshima. Il 6 agosto del 1945, assieme ad altre 300mila persone, fu coinvolto nell’esplosione della prima bomba atomica. Il diario che tenne copre 59 giorni, fino al 30 settembre 1945. È la cronaca minuziosa dei piccoli avvenimenti quotidiani occorsi nell’ospedale in cui Hachiya e tanti altri sopravvissuti trovarono rifugio. Soprattutto, è una testimonianza incrollabile della capacità dell’essere umano di ristabilire la sua continuità anche in una situazione di eccezionale disagio. Medici e infermieri, pur nella devastazione totale, curavano i feriti, compilavano le cartelle cliniche, preparavano la minestra, il tè, si procuravano le sigarette, trovavano persino il tempo di scherzare, e così i pazienti. Tutto il Diario restituisce l’impressione, vivissima e quasi commovente, di un mondo di formichine pronto a ricominciare nonostante la bomba, lo scoramento, la tristezza per i morti. E’ una lezione di grande eticità. La lettura dell’opera di Hachiya offre uno spaccato della cultura giapponese, fatta di costumi semplici, umiltà, cortesia, rispetto della tradizione. Memorabile l’episodio della messa in salvo del ritratto dell’imperatore, raccontato in due diversi momenti da altrettante conoscenze del dottore. L’effige, portata in salvo da un edificio in fiamme, traversando una città lastricata di cadaveri, è il simbolo di una continuità che non accetta di spezzarsi, il testimone di una salvezza possibile, che autorizza a sperare nel dopo.

Hachiya e l’umanità che popola le sue pagine, redatte in una lingua accorta, scarna ma non aridamente cronachistica o clinica, cercano di comporre il puzzle dell’evento straordinario che ha sconvolto la loro vita. “Dov’eri al momento del fatto?”. “Vedesti solo un lampo o sentisti anche un boato?”. Fu pika o pikadon? Le testimonianze differiscono a seconda della distanza dall’epicentro. Gli abitanti di Hiroshima giurano si sia trattato di una vampata di luce accecante, in grado d’incenerire gli abiti in un sol colpo (qualche minuto dopo l’esplosione, Hachiya, prima ancora di constatare le ferite, si stupisce d’essere nudo). Fuori dalla cittadina, hanno udito anche il don, il boato. Uno degli amici del dottore descrive la bellezza sovrumana del “fungo”, la nube atomica, nettissima nei contorni, cangiante nei colori, che si stagliava sullo sfondo del limpido cielo d’agosto. Come a dire: l’indifferenza sovrana della Natura.

Il dramma permette di riscoprire un piacere che nessun uomo dovrebbe mai provare (o chiunque, fate voi): quello di essere vivo. Il puzzle si ricompone, la continuità è salva, perché si accetta la morte e, così facendo, è possibile il piacere di vederla smentita. I cadaveri che bruciano nel crematorio improvvisato puzzano di sardine affumicate. A poca distanza da loro si può fare un bagno o mangiare senza che questo risulti blasfemo. Anche perché se c’è una cosa che Hachiya e i suoi connazionali posseggono è il rispetto per chi non c’è più. I morti non sono nomi su una cartella clinica o un necrologio, ma persone. Ripercorrendo la città in macerie, come in un pellegrinaggio, e chiudendo gli occhi, è possibile rivederli, persino parlare con loro.

Il Diario racconta della bomba (delle bombe, c’è anche quella di Nagasaki, il 9 agosto 1945) e dell’inevitabile resa. L’orgoglio del popolo giapponese è grande, e quando la guerra si scopre perduta la disperazione è tanta. C’è chi vorrebbe continuare, chi inorridisce all’idea che gli americani sbarchino sull’isola, chi, come Hachiya, accusa i militari di aver manipolato l’imperatore, di averlo costretto ad accettare una guerra che non voleva. Il disprezzo di Hachiya per la casta militare è notevole, pari all’amore che nutre per il sovrano. Ma l’odio non prevale. Neppure nei confronti dell’Altro. Gli americani, gli “invasori”, sono brava gente. Amano le belle ragazze, pasticciano con la lingua, ma comprendono il dolore. Sono umani.

Visti i tempi, il Diario di Hiroshima è una lettura pressoché obbligata. Non solo per la descrizione vivissima delle condizioni in cui si trovarono ad agire i sopravvissuti, dei sintomi della “malattia da radiazioni”, della disumanità della guerra, insomma per l’opportunità che offre di rimettere la nostra emergenza nella giusta prospettiva. Il suo valore è anche nella testimonianza della forza d’animo, della dirittura morale, dell’onore di un popolo intero, che seppe rialzarsi dopo la peggiore delle tragedie senza piagnistei. Riflettiamoci.

Diario di Hiroshima

Michihiko Hachiya

SE, 2014

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