La verità o-scena: “Cime tempestose” di Emily Brontë

Il nostro mondo (la nostra esperienza del mondo) è fatta di approssimazioni. Identità, confini, Bene e Male. Sono approssimazioni dall’innegabile valore pratico, assolvono egregiamente il compito – evoluzionisticamente cruciale – di ridurre la complessità. La possibilità di tracciarne una fenomenologia non equivale a postularne la necessità. Vivere, insomma, presuppone una certa dose d’inganno. È paragonabile all’azione su un palcoscenico: un sistema di ruoli e aspettative (il copione), una scena ben delimitata e i fondali che, pur variando, alludono sempre ad un oltre irraggiungibile, poiché la scena è tutto e a di là essa c’è (il) niente[1].

Questa mia approssimazione – per restare in tema – è grossolana, me ne rendo conto. Ma del resto, senza approssimazioni il pensiero non si muoverebbe, la lingua non gli darebbe seguito e le idee non germoglierebbero. Nel caso specifico, il campo d’azione ha centro nella coscienza e un perimetro cangiante. È la situazione, una porzione di mondo delimitata in cui la stessa coscienza si dibatte, talvolta, in preda all’angoscia. Alle nostre spalle e intorno il confine proietta sempre sul niente, minaccia sempre di spalancarsi sull’istante insensato. A questo niente, che ci blandisce e insieme ci respinge, cerchiamo, terrorizzati, di non concedere alcuna possibilità. Vivere è industriarsi per disinnescare ogni ipotesi di domanda, differire sempre la resa dei conti, il momento cruciale nel quale le parole non significano più. Ciononostante, gli andiamo incontro a questo niente, nostro malgrado e perciò recalcitranti, incapaci di sentire (di accettare) l’accordo profondo che lo spirito ha con esso.

Ma che succederebbe se in questo niente scoprissimo la nostra dimora e qualcuno ce ne allontanasse? Una risposta (necessariamente approssimativa) la si può ricavare dalla lettura di Cime tempestose, capolavoro di Emily Brontë (1847).

Il romanzo racconta la passione di Heathcliff per Catherine. I due fraternizzano in tenera età, quando Heathcliff, trovatello dai tratti zingareschi, viene accolto dalla famiglia Earnshow a Wuthering Heights, la dimora che sorge su uno spuntone di roccia nella brughiera inglese. L’infanzia dei due trascorre in complicità, tra giochi selvaggi e fughe. Divenuta adulta, però, Catherine sceglie di sposare Edgar, apollineo campione della famiglia Linton, la cui magione, Thrushcross Grange, sorge poco distante da Wuthering Heights. Degradato e umiliato dal fratello di Catherine, Hindley, che ha preso il controllo di Wuthering Heights dopo la morte di papà Earnshow, Heathcliff abbandona la casa che l’aveva visto crescere in cerca di fortuna. Ricompare, anni dopo, ricchissimo e spietato, deciso a vendicarsi.

La malvagità di Heathcliff è senza fondo. Come il suo amore per Catherine, è l’espressione di una forza eterna, immobile e annichilente. I protagonisti del romanzo appaiono come due metà strappate ad un’originaria unità. Entrambi vi fanno riferimento più volte, e il culmine di queste dichiarazioni è certamente Catherine che dice: “Io sono Heathcliff”. Da qui nasce la tragedia: a nessuno di noi è dato di trovare se stesso nell’Altro. L’Altro, al massimo, è portatore di un punto di vista esterno che assumiamo per definire noi stessi, niente più. Quest’unità originaria è, in Cime tempestose, rintracciabile in un tempo e in un luogo: l’infanzia a Wuthering Heights. Un’infanzia “sovrana”, direbbe Bataille[2]. Heathcliff agisce per realizzare un ricongiungimento impossibile, recuperare la sovranità perduta a cui il mondo degli adulti (della pratica, direbbe sempre Bataille), simboleggiato da Thrushcross Grange e incarnato nella ragionevolezza di Edgar Linton, l’ha costretto a rinunciare.

Ma la complice di sempre, Catherine, muore – il corpo senz’anima non fa troppa strada. Heathcliff, che nel frattempo è riuscito a sottrarre Wuthering Heights a Hindley, ridotto a un ubriacone bilioso, muove guerra a Thrushcross Grange, ai suoi abitanti e ai suoi eredi. Vittoriosamente, pare. Il romanzo inizia con Mr. Lockwood che prende in affitto proprio Thrushcross Grange, nel frattempo abitata dalla sola governante, Nelly. Heathcliff vive a Wuthering Heights con la figlia di Catherine e Linton, Cathy, e Hareton, erede di Hindley e della defunta moglie Frances, più una governante e lo scorbutico e bigotto servo Joseph. Tornato da una visita al suo nuovo padrone di casa, Mr. Lockwood prende carta e penna, ma l’impulso ad annotare il carattere bizzarro di Heathcliff e dell’accrocco famigliare che egli presiede si trasforma in una vera e propria narrazione solo quando si verifica un prodigio. Lockwood s’imbatte nel nome di Catherine inciso su un davanzale[3], poi nelle pagine del suo diario. Questi significanti attivano la visione di Catherine bambina. Il racconto che da lì sgorga, spiega Ginevra Bompiani[4], è il tentativo di Mr. Lockwood di decifrare la visione. Un tentativo razionale, perché Mr. Lockwood appartiene al mondo della pratica, degli affari, dell’età adulta insomma – tant’è che il racconto inizia a Thrushcross Grange, sebbene la storia non nasca lì. Heathcliff vorrebbe ricongiungersi alla visione, implora e si dispera, ma ogni via razionale gli è preclusa. L’unica strada è la morte.

Cime tempestose è un romanzo vertiginoso. Lo è sin dal titolo, con il riferimento al picco sul quale sorge Wuthering Heights. Ma lo è, soprattutto, perché spalanca lo sguardo del lettore sull’abisso della morte. La morte impregna le pagine di lutti e presagi di sventura, è una forza attraente al punto tale da essere spesso invocata, desiderata. Heathcliff è animato da una volontà demoniaca. Ma una volontà così grande è anche, inevitabilmente, una volontà che si rivolta contro se stessa, che sogna di distruggere se stessa e la propria distruzione. Così Heathcliff, prima di morire, dispone di essere seppellito accanto alla sua Catherine; stabilisce, inoltre, che siano squarciati i lati confinanti delle bare: i due amanti si decomporranno assieme, mentre a Linton toccherà, sfregio supremo, rimanere intatto.

Nel finale del libro Mr. Lockwood passeggia nei pressi del luogo dove i tre giacciono. Egli sa che Cathy e Hareton, uscito dall’abbrutimento nel quale Heathcliff lo teneva confinato, si sono scoperti innamorati e sposati. Vivranno a Thrushcross Grange, lasciando Wuthering Heights ai suoi fantasmi. Ma Lockwood nega la dannazione delle anime e immagina una ricomposizione pacifica nella quiete del sonno eterno. Sbaglia: questa quiete è preclusa a Heathcliff e Catherine. Il loro al di là non è il paradiso di Linton, un concetto definibile razionalmente, piuttosto il nulla eterno, la morte della morte.

Il punto di vista di Mr. Lockwood è, dunque, inadeguato. Egli non solo non coglie, ma addirittura travisa la verità profonda del romanzo, l’idea, per dirla con Breton, «che esista un certo luogo dello spirito a partire dal quale la vita e la morte, il reale e l’immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l’incomunicabile» – ma anche il Bene e il Male, il dolore e la gioia, completa Bataille – «cessano di essere percepiti in modo contraddittorio». Quest’idea è talmente scabrosa da essere o-scena, si colloca cioè fuori dalla vi(s)ta, oltre il perimetro definito da Wuthering Heights e Thrushcross Grange, oltre lo spazio dell’azione (di ogni azione). È inconcepibile anche da Nelly, la seconda (la vera) narratrice, alla quale Mr. Lockwood si rivolge per colmare le sue inevitabili lacune e ricostruire il senso della visione di Catherine.

La vertigine offerta da Cime tempestose è dunque anche quella della mise en abyme, la narrazione come gioco di scatole cinesi, con la voce di Lockwood che ingloba e si confonde con quella di Nelly, la quale talvolta riferisce racconti di terzi. Lo stordimento è ricomposto, in chiave irreale, fantastica e misticheggiante, entro una struttura romanzesca fatta di rigide simmetrie. La simmetria qui si ricollega, come nota la Bompiani, ai concetti di speculare e opposto. In particolare, la sincronia è morale, la diacronia è fantastica. Ciò significa uno spazio narrativo in cui bene e male coesistono (Wuthering Heights e Thrushcross Grange, Heathcliff ed Edgar) e una temporalità bloccata dall’eterno ritorno dell’uguale. L’arrivo di Heathcliff distrugge l’ordine di un mondo i cui confini sono le due magioni; la sua morte rimette le cose a posto, con Hareton e Cathy che “doppiano” i due Earnshow da cui tutto ebbe origine. Dunque, il tempo di Cime tempestose non conosce movimento. Certo, gli anni passano, si alternano le stagioni, ma quello è, per definizione, un tempo ciclico, ricorsivo. Il cambiamento è evidente nei nomi: i personaggi li mutano nel corso delle loro peripezie, combinando Earnshow, Heathcliff e Linton, anche qui, però, con una ciclicità che allude all’eternità, la quale è, per definizione, la negazione del progresso.  

Entro i significanti/nomi s’incarnano significazioni dal valore metaforico. I personaggi, infatti, sono definiti da metafore, le quali, tuttavia, evidenziano una vocazione perennemente interdetta. Heathcliff è descritto con toni ultraterreni, metafisici, demoniaci, ma il suo tratto tragico nasce proprio dall’impossibilità di non-essere mentre è[5]. La sovranità è amore per l’istante. E’ non-sapere, non-coscienza, niente. Dunque, la morte è l’unico modo di ritrovarla una volta perduta. Heathcliff viola la legge della ragione, del mondo adulto, del Bene (il Bene coincide con il calcolo, la ragionevolezza, la preoccupazione per il futuro e la collettività). Contro questo mondo, egli si rivolta, portando fino in fondo la propria missione. Il Male gli procura un brivido estatico. L’estasi sta nella rottura, nell’interruzione della continuità, nel rifiuto della durata. È l’istante sovrano: l’essere si perde nell’Altro da sé. La figura di Heathcliff ha, non a caso, connotazioni mistiche: prima di morire egli non vede più nulla, non sente più nulla, il mondo intorno a lui ha perso, oltre che significato, consistenza. Paradossalmente, nello strappo violento della morte è possibile un ricongiungimento: con Catherine e, soprattutto, con la sovranità perduta dell’infanzia, di cui Heathcliff avverte potente la nostalgia.

Edgar, dal canto suo, è una creatura del divenire, della terra, ma l’animalità gli è preclusa[6]. Tanto i personaggi quanto le situazioni del romanzo sono stilizzati, essenziali fino all’inverosimile. Nonostante ciò, Cime tempestose pulsa di vita. La scrittura della Brontë è semplice, lineare, concede pochissimo agli orpelli. Del resto, l’esistenza dell’autrice è stata breve e solitaria, trascorsa quasi esclusivamente nella canonica di una brughiera sperduta. Donna di gran personalità, la Brontë ha tradotto le sue fosche elucubrazioni in una prosa scarsamente levigata, come un paesaggio selvatico. Ma questa limitatezza, riscattata da uno spirito indubbiamente poetico, si traduce in una straordinaria concentrazione («vigore», secondo Virginia Woolf). Per suo tramite, la rozzezza di certi tratti, di certe situazioni, trascende in furore primitivo, in languore elementare. In questo modo, personaggi incredibili (e letterari) come Heathcliff, Edgar e Catherine palpitano di vita. La dismisura di cui sono capaci induce al silenzio. Non viene mai da domandarsi perché agiscano o abbiano agito in un certo modo: le loro motivazioni, per quanto insostenibili nel mondo reale, appaiono nitide al punto tali da non poter essere messe in discussione. Dinanzi alla prepotenza brutale di Heathcliff, alla grandezza insensata del suo furore, si parteggia per le sue vittime e le si incita a una reazione; ma l’urlo rimane in gola, perché subito lo sdegno è doppiato dalla consapevolezza della puerilità della protesta, dalla certezza che tutto, nel mondo di Cime tempestose, accada secondo logica, una logica crudele ma necessaria.

Questo mondo, per tornare a Breton, è quel luogo dello spirito in cui Bene e Male cessano di essere pensati in modo dicotomico. Ha ragione Bataille: la nostra esistenza ha bisogno del Bene per proliferare, ma certamente è nel Male (nella devianza, nell’infrazione, nella rottura, nello scarto) che l’uomo si riconosce tale. Il Male conferma il nostro esserci[7]. Il nostro sguardo non coglie questa contraddizione angosciante, non penetra l’abisso, non naufraga. Contrariamente a quello della Brontë. La quale, in vita, sperimentò una dissociazione dal mondo, trasfigurandolo per mezzo dell’immaginazione in una landa mitica, fantastica, che, a sua volta, alludeva ad un oltre inimmaginabile, rispetto al quale la stessa fantasia non poteva che essere spettatrice. In Cime tempestose non è assente la dimensione autobiografica: la brughiera, le lunghe passeggiate solitarie con cui l’autrice soleva riempire il tempo lasciato libero dalle faccende domestiche e dal lavoro letterario, alcuni personaggi (l’ubriacone Hindley e il fanatico Joseph) modellati sui famigliari (il fratello e il padre). Ma questi, come scrisse la sorella Charlotte nella prefazione alla prima edizione del romanzo, furono «materiali domestici» di marginale utilità. Emily, sottolinea la Bompiani, «si identificò sempre con il suo fantasma».  


[1] Ricordo uno scambio di battute in Professione: reporter di Michelangelo Antonioni: «Tutti i giorni sparisce qualcuno», «Ogni volta che uno esce da una stanza».

[2] George Bataille, La letteratura e il male, SE 2006.

[3] Per la precisione, nella declinazione del nome di Catherine nelle tre combinazioni: Catherine Earnshow, Catherine Heathcliff, Catherine Linton.

[4] Ginevra Bompiani, Lo spazio narrante, et al. Edizioni, 2012.

[5] È un’impossibilità in primo luogo logica, ma Heathcliff non appartiene al mondo della logica, piuttosto alla sfera del Sacro, nella quale la Potenza è necessariamente contraddittoria, incoerente, oggettivamente e soggettivamente.

[6] La ferocia e l’istintualità non gli appartengono. Egli è un agnello sacrificale.

[7] Jullien: «L’uomo è apparso con uno scarto e con uno scarto ha cominciato ad esistere». Ex-sistere, esistere fuori. Il “dentro”, qui, è l’adattamento precedente, da cui si esce (ex-attamento) con uno scarto che fa l’uomo.


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