L’espulsione dell’Altro

C’è un tema che mi sta a cuore in quest’ultimo periodo. Un tema la cui rilevanza mi è stata suggerita, oltre che dall’attualità politica, da una lettura compatta e stimolante: L’espulsione dell’Altro, di Byung-Chul Han (Nottetempo). Il tema è, appunto, quello della dissoluzione dell’Altro. Non una novità, se consideriamo, in tempi recenti, il lavoro di Massimo Recalcati, che all’argomento ha dedicato pagine di grande densità (L’uomo senza inconscio, ad esempio). Han, filosofo sudcoreano, adotta una prospettiva diversa: non la “clinica del vuoto”, ma una riflessione filosofica che fa interagire Heidegger con Freud, Lacan, Marcuse e Benjamin.

Cos’è l’Altro? L’Altro è l’estraneo, il radicalmente diverso da me. Ciò che è irriducibilmente diverso da me. L’esperienza dell’Altro è un veicolo fondamentale per la formazione e la maturazione della personalità: l’Io si sviluppa dall’incontro con l’Altro (attraverso il Linguaggio, secondo Lacan) e senza la pratica costante dell’Altro è blindato in se stesso. L’Altro ci scuote, distrugge le nostre certezze. Fare esperienza (dell’Altro) è persino doloroso.

Cosa significa l’espulsione dell’Altro? La cultura neoliberista colonizza con la sua logica qualsiasi cosa minacci il corretto funzionamento della macchina produttiva. L’esperienza dell’Altro rischia di incepparne il funzionamento, perché, direbbe Recalcati, svela come fittizi i bisogni prodotti dal capitalismo. La loro soddisfazione non è la realizzazione del desiderio ma il frutto di un godimento acefalo, un addomesticamento meschino del desiderio modellato sulla pulsione di morte perché svincolato dalla Legge, la quale limita il desiderio e ne è, insieme, il presupposto fondamentale.

È la “desublimazione repressiva” di cui parlava Marcuse ne L’uomo a una dimensione. Per il filosofo tedesco, lo strumento con cui il capitalismo disinnesca storicamente l’opposizione culturale è l’integrazione. Pensate, ad esempio, a Caravaggio. È un’artista la cui opera e la stessa esistenza rappresentano una critica radicale ai valori dominanti della sua epoca. È una figura, potremmo dire, implicitamente rivoluzionaria. Cosa accade nella civiltà dei consumi? “La canestra di frutta” e il “Bacchino malato” campeggiano nelle pubblicità o sulle t-shirt. L’integrazione è questo: l’“inserimento in massa [di valori culturali] nell’ordine stabilito, mediante la loro riproduzione ed esposizione su scala massiccia”. In questo modo si elimina la possibilità che significanti inconciliabili con la logica produttiva del capitalismo testimonino la loro opposizione, consentendo di esperienziare l’Altro.

Secondo Han, la forza del neoliberismo (l’ipermodernità, direbbe Recalcati sulla scia di Lipovetsky) va oltre. Il suo “modus dissolvendi” è la digitalizzazione: eliminando le distanze (non accorciandole, ma cancellandone il concetto) e rendendo ogni cosa traducibile in numeri, la digitalizzazione rende tutto indifferenziato, comparabile, dunque uguale. I social network sono i campioni incontrastati della cultura digitale. Le bolle generate dall’algoritmo (che mostra solo ciò che potrebbe piacerci) e la dittatura del “mi-piace” rafforzano l’“inferno dell’Uguale” in cui affoghiamo.

A livello globale, la “violenza dell’Uguale” genera forze distruttive di senso contrario: la follia del terrorismo e il nazionalismo, entrambe forme di resistenza della Singolarità alla furia del Globale. Ecco perché non è possibile, “per la pace perpetua” (Kant), affidarsi allo spirito commerciale: perché, al di là di ogni apparenza, esso è irrazionale. La razionalità è una forza di emancipazione. Il tragico errore dell’Europa è stato quello di aver anteposto l’unione economico-commerciale alla dignità umana – cioè degli uomini in quanto tali e non in quanto cittadini, come vorrebbero i nazionalisti. L’ospitalità nei confronti dello straniero, prima ancora che un dovere morale o una fantasia utopica, è per Han “la più alta espressione della ragione universale”. Citando ancora Kant, la condizione per coltivare la speranza della pace perpetua, o, con Nietzsche, la fonte di “una nuova inenarrabile bellezza”.

Ma qui di bellezza ce n’è poca. Predomina, nella cultura neoliberista, una logica pornografica, nella quale il corpo è ridotto a macchina sessuale: l’oscenità è nell’assenza di gioco, di mistero. Domina incontrastato sulla libertà individuale il principio di prestazione. “Ci si sfrutta volontariamente nell’illusione di realizzarsi”, scrive Han. Il narcisismo esasperato ha delle conseguenze. Se la libido è concentrata sull’Io, l’Io ripiega su se stesso, si spezza. Sorge così l’angoscia. Quest’ultima, nella sua forma quotidiana, è un’angoscia molto diversa da quella heideggeriana, che si prova quando crolla “il sentirsi-a-casa-propria”. Quest’angoscia, legata alla negatività assoluta dell’Altro (e dunque inconcepibile in un mondo ridotto a un enorme centro commerciale), annuncia al viaggiatore la soglia che conduce in un mondo ignoto, inesplorato. L’angoscia del ripiegamento narcisistico dell’Io è invece un’angoscia laterale, lo smarrimento che deriva dalla costante comparazione con gli altri, con standard di vita e modelli che percepiamo come autentici (o fonte di autenticità) ma che invece ci rendono schiavi dell’Uguale. Nella società neoliberista, l’autenticità è infatti un’illusione: la diversità propagandata è diversità dell’Uguale, cioè l’Uguale camuffato dal marketing. L’antidoto? L’Eros, l’unica forza in grado di condurci oltre le secche della “produzione neoliberistica di Sé”, del burn-out, della depressione, della bulimia del “binge watching”.

Han non alimenta illusioni: non si pronuncia sulla fine del sistema e, anzi, fra le righe serpeggia il pessimismo. Dopo i capitoli sullo sguardo (l’Altro si manifesta come sguardo) e il linguaggio dell’Altro (le sue parole emergono solo nel silenzio), la chiusura la dedica all’ascolto. È una scelta naturale: ascoltare significa accogliere l’Altro. Attraverso i social ci illudiamo di coltivare amicizie, in realtà gestiamo contatti. Con essi non creiamo un dialogo, al massimo scambiamo informazioni. Sono lì, a portata di mano, non necessitano di ricerca, studio, rielaborazione, ci limitiamo a trasmetterle. L’ascolto consente invece di scoprire l’Altro. O, se vogliamo, esplicita quella parte di Altro che alberga già in noi, gli permette di risalire alla coscienza, di manifestarsi per ciò che realmente è.

La rivoluzione da compiere è, in definitiva, concepire un tempo differente. Sottrarsi alla produzione, riscoprire il valore della contemplazione, del silenzio, contro lo “spazio drogato” (Racalbuto) e il rumore dell’ipermodernità sono ormai questioni vitali, per ciascuno di noi e per le nostre democrazie. Solo così potremo costruire una società della comunicazione, della bellezza, della scoperta, e creare l’antidoto a un mondo in cui tutto è volgarmente trasparente, immediato, merce infinita, consumo infinito.

Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro: società, percezione e comunicazione oggi, Nottetempo, Milano 2017

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