Un giorno di pioggia a New York

“Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita”. Dio mi perdoni, e Dante pure, ma nel mondo di Netflix e TikTok Woody Allen è un pezzo da antologia, e come tale va trattato. Certo, Gatsby, il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, non è “nel mezzo del cammin”, piuttosto nel pieno del vigore, ma smarrito sì, incerto tra il pragmatismo famigliare e la vocazione romantica alla dissipazione. Dal canto suo New York, che pure è una selva, non è oscura, neppure quando piove. Dai raggi di sole color del miele che si protendono sopra lo skyline, in certi squarci di primavera che autorizzano gli anziani registi a scoprire le gambe delle giovani e belle in barba al #metoo, la città trae come una riserva di splendore che l’inevitabile uggia dell’autunno volge in malinconia, di quel genere che si può curare solo strimpellando al piano un vecchio pezzo di Irving Berlin. Gatsby e il suo Piccolo Mondo Antico, troppo antico per essere vero. Nel nome è inscritta l’origine “autobiografica” del personaggio interpretato da Timothée Chalamet. Prima che dell’amato Fitzgerald, Gatsby è figlio di Manhattan, le coordinate del suo mondo sono le “cose per cui vale la pena vivere”, l’elenco che Allen compilava sul sofa in una memorabile seduta di auto-analisi al fondo della quale affiorava il sorriso di Tracy. Ovvero la bellezza pura, disarmante, della gioventù. Gatsby, insomma, è un autoritratto del regista da giovane, ma idealizzato, perché quando si invecchia ci si ripensa vezzosamente, giovani e belli come gli eroi.

Gatsby è un borghese, di quella borghesia liberal tipicamente newyorkese. Da essa ha tratto gli accessori di lusso, le buone opportunità e i tic spirituali. Intellettualismo, vintagismo (la declinazione estetizzante della cara, vecchia nostalgia), inquietudine. Persino, direbbero i maligni, una madre (spoiler) ex puttana, pardon: escort, ma di quelle buone, che s’innamorano di un uomo bruttino, spiantato ma intelligente, lo finanziano per realizzare il suo sogno e quello le ricambia con il matrimonio, il successo, la ricchezza, così che tutto torni. O quasi. Il background ha il suo peso, e così la donna – lo apprendiamo in una confessione che costituisce il punto di svolta per Gatsby e il film – si è impegnata a scacciare il fantasma dickensiano degli umili natali votandosi al culto del bello. Un culto fin troppo generoso, agli occhi di Gatsby sintomo di snobismo, vacuo estetismo, frivolezza, al punto da indurlo a tentare di evitare come un flagello divino la cena annuale a casa dei genitori.

A New York Gatsby non è solo. L’accompagna l’incantevole Ashleigh, che racchiude nella desinenza del nome il segno di un agio familiare subito smitizzato: i suoi, racconta, non sono repubblicani, dunque sono ricchi “per caso”. Fa la cronista per il giornale del college che frequenta con il boyfriend Gatsby, deve intervistare un noto regista, Roland Pollard. Pollard è la parodia dei cineasti “impegnati”, gli Antonioni e i Bergman stelle polari del giovane Woody, ma la satira anti-Hollywood è spuntata (vedi la caratterizzazione dello sceneggiatore donnaiolo Jude Law). I cinematografari sono viziosi, frivoli, paranoici, ma è impossibile non volergli bene.

La luce di New York, che è la luce di una giovinezza perduta e sospesa nel tempo, impossibile da trattenere ma anche da distruggere, redime tutto. Nel labirinto delle coincidenze (le trappole del destino) i due giovani si separano. Li seguiamo nelle rispettive peripezie: la crisi esistenziale di Pollard, con Ashleigh un po’ spalla pietosa e un po’ musa; le confessioni del fratello di Gatsby, promesso sposo di una donna dall’insopportabile risata; la sbandata di Ashleigh per il divo latin Diego Luna e quella di Gatsby per l’aspirante attrice Shannon-Selena Gomez, latina anch’essa, ma più tosta, forse quello che ci vuole per inquadrare un giovane flaneur.

Non è chiaro, però, tutto questo sfoggio di romanticismo cosa c’entri con il grande cinema che Allen ci ha regalato in passato. Un giorno di pioggia a New York è un compendio delle sue più care ossessioni, un romanzetto di formazione annacquato dal culto del feticcio (le canzoni da pianobar, i noir di Jacques Tourneur, un certo modo di essere ricchi che il trumpismo ha reso fuori moda) e della battuta brillante a tutti i costi. Nella “selva” New York Gatsby non si smarrisce, si ritrova. Ashleigh riparte da sola per il college, spuntano il sole e Shannon sotto l’orologio di Central Park, come in un vecchio film. Ecco, Un giorno di pioggia a New York non va oltre la contemplazione di un mondo perduto, l’oggetto fuori dal tempo che chi è suo malgrado immerso nel tempo si pregia di ammirare solo per dirsi: ecco, sono fuori dal tempo anch’io, dunque fuori dal coro. Ma è una consolazione da poco, e in ogni caso il riflesso di una sconfitta inaccettabile [1].


[1] In questo senso, il paragone con Dante dell’incipit non regge, è un mezzuccio retorico (che il dio della retorica mi perdoni). Un classico non è solo un oggetto fuori dal tempo, ma un oggetto fuori dal tempo che dice, del suo tempo, una verità universale, valida per ogni tempo, il nostro e quello che verrà. Tuttavia, e qui sta la bellezza, il classico la sua verità la fa percepire come nuova ogni volta, cosicché chi oggi l’ascolti anche per l’ennesima volta può accoglierla percorso dal brivido della meraviglia. Un giorno di pioggia a New York non possiede questa lievità e neppure l’insondabilità del capolavoro, il quale si lascia ammirare solo in superficie, mai penetrare. L’ultimo film di Woody Allen dona allo spettatore tutto quel che ha, non riserva nulla al mistero.


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