Tenet

E’ la solita, vecchia storia. Un uomo infelice, innamorato non ricambiato dalla bellissima moglie, malato, incattivito. Decide di chiudere col mondo e di portarselo appresso, il mondo, non già con un sospiro ma con un botto, il più eclatante e chiassoso possibile. Tenet, creatura palindroma del sempre più cervellotico Christopher Nolan, ha un cuore antico, un “muoia Sansone con tutti i filistei” che la vernice sci-fi non riesce ad occultare. La fine traumatica dell’amore era il motore anche di Memento, The prestige, Inception. Il dolore rende disperati fino alla pazzia, sconvolge l’ordine del mondo. Ma l’ordine è sempre e solo apparente, è il frutto di un inganno prospettico, e mai come in Tenet la prospettiva conta.

Il titolo del film viene dal famoso quadrato “Sator arepo ecc.”, apparso secoli or sono ai quattro angoli del mondo e rinvenuto la prima volta a Pompei nel 1925. Il significato dell’iscrizione non è chiaro. L’interpretazione letterale recita pressappoco “Il seminatore tiene con cura le ruote dell’aratro”, ma è un azzardo: “arepo” è un hapax legomenon, una parola che in tutta la storia dell’umanità compare solo nel quadrato magico (uno scherzo?). Secondo la lettura bustrofedica (che cambia il verso di percorrenza ad ogni riga) il senso sarebbe questo: l’uomo decide le sue azioni quotidiane, ma Dio il suo destino. Il che ci riporta ad un’altra vecchia storia, la questione libero arbitrio vs fato. Quello che il film di Nolan dice (ne dice tantissime, di cose, ma questa forse è l’unica veramente comprensibile e inoppugnabile) è che la traiettoria delle nostre vite è segnata e cambiarla non si può: «È andata così». Il problema è che ce lo dice in due ore e mezza velocissime, chiassose, sovrabbondanti di spunti narrativi, infarcite di sequenze spettacolari e luoghi comuni che denunciano la natura di giocattolone hollywoodiano del film. Un giocattolone, però, ambizioso e tragico, al cui fascino è difficile sottrarsi.

Il nucleo filosofico è, come sempre nel cinema di Nolan, angosciante. Ciò che crediamo di sapere, la “coscienza”, è un’isoletta in mezzo a uno sconfinato oceano di mistero. Tutto il cinema dell’inglese è un assalto alle nostre (poche) certezze. Il confine tra verità e menzogna (Memento), realtà e illusione (The prestige), sogno e veglia (Inception), passato, presente e futuro (Tenet) si assottiglia fino a svanire. La condizione umana è misera, ma è riscattata dal desiderio di oltrepassare il limite estremo della conoscenza. L’eroe nolaniano è un moderno Ulisse che, un po’ per necessità e un po’ per virtù, fa sua la disperata invocazione di Eliot, “Non andartene docile in quella buona notte / Infuriati, infuriati contro il morire della luce”, che Michael Caine recitava in Interstellar.

“Tenet” è la parola-architrave del quadrato, così come, nel film, è l’organizzazione segretissima da cui dipende la salvezza del mondo. Il rischio non è un olocausto nucleare, ma una minaccia ancora più grave. Gli uomini del futuro ce l’hanno con quelli del passato per aver saccheggiato le risorse naturali della Terra. Il cambiamento climatico che si è generato ha prodotto sconvolgimenti che rendono la vita sul pianeta assai difficile. Il piano è, allora, il “paradosso del nonno”: distruggere il mondo del passato per salvare quello del futuro. Il quale, però, a questo punto non potrebbe esistere, proprio come il nipote che tornasse indietro nel tempo e buttasse giù dalle scale il nonno.

Se questi pochi dettagli vi fanno girare la testa, state alla larga dal film. Nolan gioca con i paradossi spaziotemporali, i nastri di Moebius, ma strizza l’occhio all’attualità. L’allarme sul cambiamento climatico, tema assai dibattuto in questi ultimi anni, si ricollega al tema della cattiva coscienza dell’Occidente (inteso non come luogo geografico ma come way of life). Il vecchio mondo deve morire perché il nuovo possa vivere. Scherzando (ma non troppo) si potrebbe dire: cancel culture portata all’estremo. Se Dio non c’è (nei film di Nolan Dio è sempre assente, e Tenet non fa eccezione) scompaiono il perdono e la redenzione, non la colpa. La quale diventa, dunque, espiabile solo con la morte o la distruzione. Gli uomini del futuro di Tenet non inviano un Salvatore, si accordano con un trafficante di Plutonio, il russo Sator, affidandogli il compito di mettere insieme i pezzi dell’algoritmo in grado di invertire l’entropia degli oggetti e causare così la distruzione totale dell’universo. 

Ma il mondo non muore. Tenet regge il loop temporale che assicura l’infinità della lotta tra Bene e Male. Il film invita a pensare il tempo in termini non lineari, non come progresso dal passato al futuro ma come compresenza. Tutto accade nello stesso momento.Il punto di vista del Protagonista (si definisce proprio così, con esplicito tocco metacinematografico) coincide con quello dello spettatore. La sua è, dunque, una progressiva e paradossale presa di coscienza che assicura il meccanismo della suspense. Del resto, il nostro sguardo non può che essere limitato. Siamo e restiamo al di qua dello schermo, in attesa dei segni/relitti di un’apocalisse che abbiamo preparato/stiamo preparando e che, quando si concretizzerà, ci renderà consapevoli finalmente del nostro posto nel mondo.  

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