La parola ai giurati

Ciò che di noi esseri umani dovrebbe maggiormente stupirci è la fedeltà assoluta a noi stessi. Siamo sempre noi. In qualunque luogo ci troviamo, portiamo ciò che chiamiamo la nostra identità, intendendo con questo termine non un metodo ma una serie di tratti psicologici e culturali scolpiti nella roccia della necessità. Ci risulta difficile uscire da questo luogo confortevole. Anche quando la vita prova l’inaffidabilità delle nostre certezze, piuttosto che ammettere l’errore, c’industriamo per modificare la realtà, riuscendo, infine, a credere alla nuova fantasia.

Ora, l’epoca moderna ha fatto di questa fedeltà un vanto. La contrapposizione tra la verità contenuta nel profondo di noi stessi e il mondo che la corrompe e l’imbriglia (Lutero, Rousseau) rimpolpa l’orgoglio. Così, il narcisismo strutturale della personalità non è più un tratto da bilanciare aprendosi all’Altro, ma una bocca da sfamare continuamente. Ce lo dicono il marketing e la politica: il cliente, elettore o consumatore che sia, ha sempre ragione.

Non è un caso che nella società del narcisismo la democrazia liberale non se la passi bene. Questa forma di governo si basa su un paradosso: la promozione dell’autodeterminazione del cittadino è possibile solo se egli accetta di limitare le proprie pretese. Ma che succede se la cultura nella quale sono immerso mi dice che ho sempre ragione e il mondo intorno esiste solo per confermarlo; se, in altre parole, l’unico dovere che ho è verso me stesso? C’è dell’altro. L’era del narcisismo coincide anche con quella dell’immediatezza. Le trasformazioni tecnologiche hanno compresso gli orizzonti temporali. Possiamo avere tutto e subito. Dunque, perché limitarsi? Perché costruire? Perché aspettare?

Ma la democrazia così non funziona. Essa è un insieme di processi, e i processi si dispiegano nel tempo. Tempo per elaborare, tempo per attuare. L’esercizio della democrazia è, quindi, necessariamente mediato. In gioco entrano le istituzioni, le quali, elettive o non, ci rappresentano, frapponendosi tra noi e l’esercizio del potere. La loro corretta fisiologia si basa sulla preminenza del logos, della parola “pensata”, sull’emozione. Contrariamente a quanto pretendono i populisti, nelle istituzioni non si può mai essere totalmente se stessi. Si è al servizio. Ma non del senso comune, la “pancia” di un paese, ricettacolo degli umori peggiori. Piuttosto, della democrazia e del progetto comune di cui essa deve essere strumento. Questa dose minima di alienazione aiuta a disinnescare l’esclusività delle posizioni individuali, le quali, pur se genuine, possono produrre arbitri ed errori intollerabili.  

Sotto questo punto di vista, un film come La parola ai giurati, di Sidney Lumet (1957), è il miglior antidoto alla “furia del dileguare” populista. Il film racconta la tormentata camera di consiglio di dodici uomini (il titolo originale è Twelve angry men) chiamati a pronunciarsi sulla colpevolezza di un diciottenne portoricano, accusato di aver assassinato il padre. Il racconto evita i tecnicismi procedurali, la macchina da presa penetra nel retroscena del courtroom drama concentrandosi sulla scatola nera della giustizia americana, la giuria popolare. Il meccanismo s’inceppa (in realtà è il contrario, ma lo vedremo poi) quando uno dei giurati, impersonato da Henry Fonda, vota, contro tutti gli altri, per la non colpevolezza dell’imputato.

La reazione dei colleghi è anzitutto d’incredulità: le prove paiono schiaccianti. Due giurati sembrano particolarmente sicuri, il 3 e il 10; gli altri seguono a ruota, convinti che neppure valga la pena di avviare la discussione. Il verdetto, insomma, sembrerebbe dato, emergerebbe spontaneamente dal buonsenso. Ed è qui che s’inserisce la prima obiezione del giurato 8: egli crede che la vita di un uomo valga sempre e comunque una discussione.

Il personaggio di Fonda è portatore di un punto di vista aperto al negativo [1]. Egli esercita il “ragionevole dubbio”, architrave del sistema giudiziario americano, attraverso l’analisi minuziosa delle prove e delle testimonianze. Smonta pezzo per pezzo l’impianto accusatorio e affonda senza pietà il dito nella piaga dei pregiudizi di cui ciascun giurato, in modo più o meno evidente, è vittima. La sua è la forza della democrazia liberale, la quale disinnesca la preminenza dell’ego facendo appello ai principi, alle regole, alle procedure. Non a caso, i giurati nel film non hanno nome. È la funzione che esercitano a contare, non la loro personalità [2].

Il giurato 8 è espressione di un equilibrio giocato sul filo della contraddizione: un punto di vista umano ma non emotivo, la razionalità lucida del dovere ma senza cinismo, l’inflessibilità etica ma senza l’arroganza. Gli altri giurati non posseggono questo equilibrio. Sono troppo in se stessi per poter giudicare correttamente, hanno bisogno di guardarsi attraverso gli occhi di Fonda per acquisire una coscienza più precisa. Il giurato 8, dunque, riflette anche nel senso dello specchio. Non solo applica la razionalità agli elementi del caso, ma rivolge contro i colleghi le loro stesse obiezioni e li costringe a interrogare la loro esperienza, metterla al servizio dell’obiettivo: la giustizia. I giurati sono uomini a cui è chiesto di assumere un punto di vista oggettivo. L’oggettività non coincide con la verità ma con la capacità di riconoscere e neutralizzare il pregiudizio.

Il guaio è che il pregiudizio si rafforza nel vissuto quotidiano [3]. Tuttavia, a interrogarlo in profondità il vissuto si rivela una risorsa inaspettata. Il giurato 5, ad esempio, viene dai bassifondi. La sua esperienza in fatto di risse da strada (che fino a quel momento, per vergogna, aveva celato) è utile a comprendere la corretta dinamica dell’accoltellamento. Il giurato 6, che ha imbiancato di recente una casa vicino alla ferrovia sopraelevata, arricchisce il dibattito con la conferma di quanto sia difficile, al passaggio del treno, udire qualsiasi voce, fosse anche il grido di un assassino inferocito. E, a proposito, il giurato 2 si ricorda di avere di recente urlato un “ti ammazzo!” all’indirizzo di un collega di banca, ma non per questo, riflette, ha poi dato seguito alla minaccia.

Il giurato 9 (Joseph Sweeney) merita una menzione speciale. È il primo a sposare l’approccio del giurato 8. Con il suo voto, di fatto, consente al dibattito di continuare. È anche il più anziano del gruppo, e adopera l’esperienza che gli deriva dalla maggiore età per svelare il dietro le quinte della vita dei due testimoni chiave. Il vecchio che avrebbe visto l’assassino fuggire per le scale e la donna che, dalla casa difronte, avrebbe assistito al delitto, sono due individui anonimi, desiderosi di essere ascoltati e apprezzati, dunque capaci, senza volerlo, di alterare la verità. Il giurato 9 analizza i tratti esteriori delle due figure (l’aspetto dimesso del vecchio, il look al contrario eccessivo della donna) e li ricollega ad altrettanti tipi umani. Più che l’ottima vista (dieci decimi a entrambi gli occhi, sottolinea) pesa la capacità di interrogare la propria esperienza di uomo che, giunto all’epilogo della vita, meglio di altri conosce la solitudine e le sue trappole [4].

Il contrario di interrogarsi è rimanere fedeli a se stessi. Due sono i campioni: il giurato 3, stolida maschera (Lee J. Cobb) di padre padrone che proietta sull’imputato la rabbia verso il figlio ribelle, e il giurato 10 (Ed Begley), un razzista vecchio stampo. Per ciascuno, il confronto con la verità della sua esistenza sarà drammatico. Attraverso queste due figure è possibile individuare il sottotesto politico del film. Uno dei giurati ascrive Fonda alla categoria dei “benpensanti” (oggi si direbbe “buonisti”), sempre pronti a trovare una giustificazione per “quelli”. Ma “quelli”, dice il giurato 10, sono così, delinquenti nati e irrecuperabili, non meritano le attenuanti che, pure, qualcuno è disposto a concedere. La giustizia, per il giurato 10 e il giurato 3, diventa così occasione per fare un po’ di pulizia. Giova, a questo punto, ricordare il contesto storico. Gli USA della metà degli anni ’50 erano un paese lacerato dal maccartismo e dalle tensioni razziali, atterrito dalla Guerra Fredda, con la piccola borghesia sempre più inquieta e aggressiva. Il personaggio interpretato da Fonda è l’incarnazione di quell’élite liberal che comprendeva la necessità di stendere un ponte con la destra più lucida e moderna (il giurato 4, gelido agente di borsa) per isolare i reazionari e, diremmo oggi, i populisti.

L’azione di consensus building del giurato 8 è, al tempo stesso, un esercizio da manuale di “leadership sostanziale” (il “leader formale” è il giurato 1, inadeguato presidente di giuria) e un esempio di pedagogia democratica. La quale approda a un “comune”, direbbe Jullien, in cui trovano posto il diritto al dissenso, la libertà di parola, il rispetto delle regole (delle istituzioni) e l’uguaglianza. È intorno a questi temi che la nuova maggioranza si costituisce. Il perimetro di gioco è, volente o nolente, accettato da tutti. Il giurato 10, che poco prima, in una delle scene più memorabili della storia del cinema, era stato isolato dagli altri al tavolo, prova vergogna per il proprio razzismo. Il giurato 3 è costretto ad ammettere, tra le lacrime, la non colpevolezza dell’imputato. Vero è che il giurato 7 cambia il proprio voto pur di farla finita con la discussione e andare alla partita. Tuttavia, la forza “virale” del logos democratico è tale da supporre che anche per il più irriducibile “uomo della strada” l’esperienza appena vissuta costituisca un esempio troppo potente da non lasciare, in fondo, una traccia.

La spiccata dimensione etica de La parola ai giurati non deve far passare in secondo piano la sapiente costruzione drammaturgica della pellicola (fedele alle unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione), la caratterizzazione dei personaggi e la regia. All’infuori della scena iniziale (in un’aula di giustizia) e di quella finale (l’uscita del tribunale), il film è ambientato tutto nella stanza della giuria. I movimenti della macchina da presa “cuciono” assieme il racconto e incalzano lo spettatore con la stessa precisione con cui il giurato 8 argomenta le proprie convinzioni. La composizione fotografica delle inquadrature e i lunghi controcampi enfatizzano il gioco di alleanze e contrapposizioni tra i giurati [5]. Gli sguardi in camera di Fonda e dei colleghi convertitisi al dubbio chiamano in causa il pubblico, lo inchiodano alle sue responsabilità. Quanti tra gli spettatori, nella stessa situazione, avrebbero liquidato in fretta la posizione dell’imputato? Quanti ora, davanti all’evidenza, hanno il coraggio di ammettere l’errore?

Ritorniamo, dunque, all’etica. La parola ai giurati testimonia di un’aspirazione che negli Stati Uniti e, in generale, nei paesi occidentali, tanto le classi dirigenti che i cosiddetti “popoli” hanno rinunciato a coltivare: guidare le rispettive comunità in nome di un progetto in grado di andare oltre gli interessi egoistici. Di questi tempi è molto più agevole chiudersi nel proprio recinto e berciare. Strappa più applausi.  


[1] La negazione è doppia: il dubbio nega la colpevolezza certa in favore di una ipotetica non colpevolezza (“not guilty” è la formula assolutoria, e non il suo positivo, “innocent”).

[2] L’impegno che gli è richiesto è rinunciare un poco a se stessi per essere, in quel contesto, sovrani. “La sovranità – dice la nostra Costituzione – appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Solo accettando le limitazioni e le forme della legge si accede all’esercizio della sovranità.

[3] Tramite, ad esempio, le interazioni con i gruppi di riferimento, fondamentali per definire la propria identità.

[4] La parola ai giurati è, in un certo senso, un film di formazione. Alla fine, il processo sarà stato inutile da un punto di vista esterno (il verdetto è non colpevole, dunque le indagini dovranno ricominciare), ma non dal punto di vista interno. I giurati saranno persone diverse, un pizzico più consapevoli, rispetto a quando hanno iniziato.

[5] Il gioco di opposizioni si realizza intorno ad alcuni assi. Ad esempio, la ragionevolezza contrappone il giurato 8 al giurato 3. La sacralità democratica divide il giurato 7 (il tifoso sportivo) dal giurato 11 (l’immigrato). La superficialità il giurato 10 dal giurato 7. E’ possibile rintracciare anche dei rapporti speculari in cui però il doppio risulta “diminuito”. Ad esempio, il giurato 8 ha come doppio il giurato 4, il quale possiede la razionalità del primo ma senza la compassione. Il giurato 9 ha come doppio il giurato 10, la cui anzianità è, però, straordinariamente priva di saggezza.


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